Precisiamo cosa sono i PIR
I PIR sono stati istituiti dalla legge di bilancio per l’anno 2017 con l’intento di convogliare una parte dei risparmi delle persone fisiche – a cui sono riservati – verso le imprese italiane, e in particolare quelle di piccole e medie dimensioni.
L’incentivo per l’investitore è costituito dall‘esenzione totale dalla tassazione ordinaria per qualunque rendita finanziaria conseguita nell’ambito del PIR (capital gain, dividendi, interessi…) e inoltre dall’imposta di successione e donazione per il capitale conferito, a fronte del rispetto di determinate condizioni.
Di seguito le principali:
- gli investimenti nel PIR devono essere mantenuti per almeno cinque anni (è tuttavia possibile smobilizzarli prima, rinunciando all’esenzione fiscale)
- ogni singolo PIR non può superare l’importo di 40.000 euro investiti in un anno
- il singolo investitore non può superare i 200.000 euro complessivamente immessi nei PIR, vale a dire che si può destinare ai PIR un massimo di 40.000 euro all’anno per cinque anni, anche non consecutivi
- il 70% delle risorse deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese italiane, o anche europee, purché dotate di una stabile organizzazione in Italia (vincolo di diversificazione; il 30% di questo 70% (quindi il 21% del totale) deve essere destinato a strumenti emessi da imprese non incluse nel FTSE Mib, quindi aziende di minor capitalizzazione, come quelle quotate nei segmenti MidCap, STAR e AIM.
La parolina magica per l’italiano medio ovviamente era NO TASSE! e sulla base di questo nel 2017 alla loro uscita ebbero un discreto successo.
Si ma come si poteva – e si può – investire in PIR? La legge prevede la più’ ampia flessibilità: assicurazioni, fondi ma anche il fai da te purché le banche avessero creato dei conti con le specifiche previste. Secondo voi lo hanno fatto? Ovviamente no puntando a piazzare ai loro clienti i propri fondi PIR
Vennero emessi anche degli ETF PIR: con quelli il risparmiatore era sicuro di rispettare la suddivisione richiesta dalla legge ma ovviamente c’è un MA: non bastava comperarli per avere l’agevolazione fiscale dovevano essere inseriti in un conto PIR che le banche non hanno fatto… Mi ricorda tanto l’esercito ai tempi del ventennio: allora per venire incontro alla maggiore mobilità richiesta dalla guerra moderna vennero create le divisioni “autotrasportabili” che erano addestrare a muoversi velocemente con i camion ovviamente se avessero avuto i camion ma questi come scoprirono allibiti i tedeschi quando gliele mandarono in Russia non c’erano….
Vediamo come sono andati i PIR (dati all’11/2023)
prendendo la scheda di un ETF azionario che per la sua natura si è limitato a “copiare” gli indici 70/30 richiesti dalla normativa: isin LU1605710802 Lxr Ftse Ital All Cap Pir 2020 Ucits

Come si puo’ vedere l’ETF e l’indice FTSEMIB Total Return (comprensivo dei dividendi) per qualche anno hanno camminato insieme poi le azioni a piccola capitalizzazione hanno cominciato a perdere terreno, fenomeno che si è accentuato dalla seconda metà del 2022 quando passati i 5 anni i risparmiatori hanno cominciato a riscattare potendo non pagare il capital gain e le vendite hanno depresso ancora di più i prezzi delle piccole azioni. Nonostante questo l’ETF con il 49,58 (netto perché non tassato -se acquistato tramite un conto PIR)) riesce ugualmente a battere il FTSEMIB che tosato del 26% di capital gain ha reso 45,65%
Però questi che sono dati oggettivi non hanno fermato l’emorragia tanto che adesso i PIR sono ben poca cosa. Il Sole 24 pubblica ogni mese una osservatorio sul comparto: questo e’ l’ultimo.

c-me si vede gli unici PIR con raccolta sono quelli obbligazionari a scadenza emessi da Intesa San Paolo dei quali parlo più avanti.
E adesso? Vediamo quali sono le prospettive attuali dei mercati. Tenendo però presente due cose basilari:
Si può avere un unico conto PIR quindi tutti gli investimenti di questo tipo devono essere sulla stessa banca/intermediario.
L’esenzione fiscale scatta dopo 5 anni: certo si possono liquidare anche prima ma in questo caso si paga il capital gain come in ogni altro investimento.
PIR Azionari
Le piccole e medie società italiane un tempo vanto dell’economia italiana – le famose multinazionali tascabili – si sono appannate gli ultimi due anni rispetto alle aziende a grossa capitalizzazione – quelle dell’FTSE Mib – trainate dall’exploit delle Banche, come dimostra il grafico dell’ETF Codice ISIN: FR0011758085 ITAMID rapportato alll’indice maggiore però quest’anno la forbice si è molto ristretta e l’esenzione fiscale torna a fare premio.

Ciò non toglie che secondo tanti analisti questi prezzi rappresentano un buon punto di entrata:



Si ma COME entrare? O sottoscrivendo uno dei fondi riportati nell’articolo del Sole 24 Ore sopra (tenendo presente che la maggior parte di loro ha una esposizione più o meno grande anche al FTSE MIB) oppure con L’ETF ITAMID che investe nelle Società a media e piccola capitalizzazione quotate sul listino principale di Borsa Italiana, quindi con un’esposizione sull’economia reale delle PMI Italiane. L’ETF investe indicativamente in tutti i titoli dell’indice FTSE Italia Mid Cap (60 titoli) e in 20 titoli dell’indice FTSE Italia Small Cap approfittando dell’offerta Directa che riporto sotto.
Anche qui due avvertenze:
1.- se uno ha minusvalenze fatte o potenziali (e di sti tempi chi non ne ha..) è assurdo fare un PIR azionario per risparmiare il capital gain visto che lo si può compensare con le minus.
2.- La percentuale della parte azionaria dedicata al PIR va tarata secondo la propria esposizione al rischio e al peso che ha questo settore nella capitalizzazione globale. La prima norma di ogni investitore è diversificare e visto che la borsa italiana rappresenta più o meno l’un percento della capitalizzazione globale per i puristi tale dovrebbe essere la percentuale del nostro investimento ma noi siamo italiani – My Country Right or Wrong – quindi possiamo arrivare anche ad un 10%. Quindi se uno nel suo portafoglio ha 50.000 di investimenti azionari a mio parere potrebbe mettere 5.000 in un Pir
E veniamo all’offerta di DIRECTA una Sim con sede a Torino che offre trading on line a condizioni molto vantaggiose. Per dare la possibilità di investire tramite l’ ETF ha creato un Conto Pir che ne fa da contenitore. Uno apre il conto QUI e ci acquista l’ITAMID
E i costi? 0,40% il Ter dell’ETF e lo 0,05% trimestrale di tenuta conto con il minino di 15 euro. questo vuol dire che da 30.000 euro in su la commissione totale annua sarà dello 0,60% mentre su importi più piccoli si fanno sentire i 15 euri minimi. Ad es. con 10.000 euro la comm. totale sarà’ dell’1%, per 5.000 euro l’1,60%. L’acquisto degli ETF invece sarà gratuito.
17/12/25 Algebris: 2026 anno delle mid e small
24/01/26 Sole 24 Ore: fusse che fusse la volta buona.. parte il fondo

13/12/25 Milano Finanza: Il fondo da 1,5 miliardi che può rivoluzionare le pmi italiane quotate: cinque gestori a confronto
di Jole Saggese e Paola Valentini
Nel 2026 debutta il Fondo Nazionale Strategico. Si colloca a metà tra pir ed Eltif perché punta a rivoluzionare il sostegno alle pmi quotate con un mix tra investimenti pubblici e privati. A confronto su Class Cnbc i primi cinque gestori italiani autorizzati
Nel panorama degli strumenti dedicati al sostegno delle piccole e medie imprese quotate italiane si affaccia il Fondo Nazionale Strategico Indiretto (Fnsi), una nuova iniziativa che punta a rafforzare il mercato azionario domestico attraverso un mix di capitali pubblici e privati. E’ un veicolo introdotto dal Mef attraverso Cdp e potrà mobilitare fino a 1,5 miliardi di euro.
L’identikit
Opera come un fondo di fondi, investendo in comparti chiusi di nuova costituzione, con una quota massima del 49% detenuta da Cdp e il restante 51% da investitori istituzionali privati, come fondi pensione, casse di previdenza, istituzioni finanziarie, compagnie assicurative, fondazioni. Almeno il 70% degli investimenti di questi fondi sarà destinato a pmi italiane quotate, un bacino che comprende circa 320 società. o in procinto di quotarsi, non del settore finanziario ed escluse dal Ftse Mib, con un’attenzione particolare a Euronext Growht Milan (Egm), il segmento di Borsa italiana delle piccole e medie imprese. Pensato per intercettare il risparmio istituzionale di lungo periodo, lo strumento si colloca a metà strada tra Pir ed Eltif, con l’obiettivo di aumentare liquidità, valorizzare le pmi quotate e favorire nuove ipo.

Le società in pole position
Sarebbero una ventina le società finanziarie italiane che avrebbero sottoscritto con il Mef l’accordo per poter operare all’interno del Fnsi con il lancio di un proprio veicolo. I primi operatori italiani autorizzati da Consob sono cinque italiani (Algebris Investments, Arca Fondi Sgr, Equita, Eurizon, Generali Am) e uno estero (Amundi). I gestori delle cinque realtà tricolore (Giorgio Bortolozzo, head of equity investments di Arca Fondi Sgr, Matteo Ghilotti, ad di Equita Capital Sgr, Luca Finà, head of active equity di Generali Am, Luca Mori, portfolio manager di Algebris Investments e Francesco De Astis, responsabile azionario Italia di Eurizon), si sono confrontati su Class CNBC sulle prospettive dello strumento, sull’interesse degli investitori, ricordando che è un veicolo che si rivolge agli istituzionali, sui criteri di selezione delle aziende e sulle attese di rendimento. Partendo dalle differenze rispetto a Pir ed Eltif.

Domanda. Cosa cambia per le pmi? In cosa il Fnsi è diverso?
Ghilotti. La differenza rispetto ai Pir prima maniera è netta. I Pir del 2016–2017 potevano investire in larga parte sulle blue chip italiane, e solo circa il 21% era destinato alle pmi. Qui invece il focus è sulle pmi: almeno il 70% deve essere investito in questo universo. È un modo per rivitalizzare un segmento che ha sofferto: tanti delisting e poche ipo tra le società da 200 a 500 milioni di euro di capitalizzazione.
Bortolozzo. Aggiungo che è un’iniziativa che rimette l’accento su un segmento – le small e mid cap italiane – che negli ultimi anni è stato un po’ dimenticato, soprattutto dagli investitori internazionali. Non per mancanza di qualità delle aziende, ma per mancanza di attenzione. Il fondo muove risorse importanti, tra 700 milioni e 1,5 miliardi, e coinvolge operatori professionali specializzati su questo segmento. L’obiettivo è creare un volano positivo: più attenzione, più liquidità, più capitali pazienti sulle pmi quotate.
Finà. Rispetto a strumenti passati, parliamo di fondi specializzati, con risorse nuove che entrano su un’asset class finora poco presidiata da molti investitori istituzionali.
Mori. Per costruzione è più centrato sulle mid cap: il 70% fuori dal Ftse Mib significa molto più peso sul cuore delle piccole e medie imprese quotate rispetto ai Pir, e meno enfasi sulle micro-cap rispetto agli Eltif focalizzati fino a 500 milioni di capitalizzazione.
De Astis. Ritengo che al di là della novità tecnica, si tratta di un intervento strutturale sul mercato azionario italiano. Mira a migliorare in modo stabile la liquidità delle pmi quotate, riducendo la dipendenza dagli investitori esteri e aumentando la presenza di investitori domestici nel flottante, come già avviene in Francia o Germania. L’obiettivo di raccolta, fino a 1,5 miliardi, si confronta con un flottante delle pmi quotate intorno ai 50 miliardi: significa incidere per il 3–4%, con l’ambizione di innescare un circolo virtuoso. Meno delisting, più ipo, multipli più vicini a quelli dei mercati privati: è questa la partita.

D. A chi si rivolge il Fnsi? Qual è il ruolo della componente pubblica e quali sono i possibili benefici fiscali?
Bortolozzo. Innanzitutto premetto che parliamo di fondi che nei prossimi mesi raccoglieranno in media intorno ai 100 milioni ciascuno. La raccolta avverrà per il 51% da istituzionali e per il 49% da Cdp. Nel caso di Arca Sviluppo Italia il target di investimento sarà il 100% in pmi italiane quotate.
De Astis. Il fondo nasce per intercettare il risparmio paziente degli investitori istituzionali: fondi pensione e casse di previdenza in primis. La logica è quella che Richard Thaler definirebbe una spinta gentile: un indirizzo da parte delle istituzioni pubbliche verso scelte di investimento che siano corrette per l’investitore e utili per la collettività. Sul piano fiscale, quando il veicolo assume forma Pir, si combinano i vantaggi tipici di questi strumenti con un utilizzo più efficiente delle enormi risorse finanziarie delle famiglie italiane, oltre 5.500 miliardi di attività, convogliate verso l’economia reale tramite gli istituzionali.
Ghilotti. Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, bisogna dire che molto dipende da come viene strutturato ogni fondo. Non è obbligatorio che sia un pir: si può proporre a Cdp un fondo ordinario senza benefici fiscali, ma anche senza i vincoli di asset allocation tipici dei Pir. Noi abbiamo scelto di farne un Pir ordinario. In questo caso casse di previdenza e fondi pensione possono evitare di pagare l’imposta sul capital gain e sui rendimenti del prodotto: è un vantaggio significativo.
Finà. Per molti investitori, oltre agli eventuali vantaggi fiscali, conta far parte di un progetto di sistema per il rafforzamento del mercato azionario domestico. Vediamo interesse sia da investitori già attivi sulla nostra piattaforma, sia da chi oggi è poco presente sulle pmi italiane. Generali parteciperà anche come investitore, tramite le compagnie di assicurazione del gruppo, affiancando la componente pubblica di Cdp.
Mori. Anche nel nostro caso il dialogo principale è con casse di previdenza e fondi pensione, che ci stanno chiedendo approfondimenti, secondi e terzi incontri. Sono oggi la categoria più interessata. In Algebris stiamo facendo la nostra parte sia come gestori sia come co-investitori: crediamo che, per la natura di lungo periodo, questo tipo di veicolo sia molto allineato con le esigenze degli investitori istituzionali italiani.
- Leggi anche: Piazza Affari, arriva il fondo Generali-Cdp per investire nelle pmi italiane. Obiettivo 200 milioni
D. Qual è l’identikit delle imprese su cui volete investire?
Mori. L’universo delle small e mid cap italiane rappresenta l’eccellenza del made in Italy: imprenditori illuminati, aziende molto dinamiche, forte vocazione all’export. Fedeli al nostro nome – Algebris come algebra – partiamo sempre dai numeri: bilanci, piani industriali, tassi di crescita di ricavi e utili, e soprattutto cash flow. La generazione stabile di cassa nel lungo periodo è il punto di arrivo: senza cassa, alla fine, non c’è ritorno per gli azionisti.
Finà. Anche per noi la generazione di cassa sostenibile è uno dei nostri indicatori chiave. Il fondo Generali Future Leaders Italia sarà gestito attivamente: la selezione della singola società è il cuore della strategia. Sulle small cap è ancora più importante che sulle large una doppia analisi: qualitativa ovvero management, governance, modello di business, settore, barriere all’ingresso e quantitativa su bilancio, valutazioni, fair value, capacità di generare cassa.
Bortolozzo. C’è da dire che la selezione sarà il vero elemento di differenziazione tra i gestori perché il Fnsi dà la direzione, ma non impone una lista di titoli: lì sta il valore aggiunto. Guarderemo ai bilanci, alle prospettive di crescita, alla visione del management. Vogliamo capire che tipo di track record hanno nel mantenere le promesse e come immaginano lo sviluppo futuro.
Ghilotti. Per quanto ci riguarda sulle pmi cerchiamo crescita, non solo dividendi. Se voglio dividendi stabili compro Enel o Terna; sulle small e mid cap cerco imprenditori forti, management credibile, capacità di crescere e di esportare. Il mercato italiano offre molte aziende di questo tipo, soprattutto nell’universo mid cap, dove l’industriale di qualità è molto rappresentato rispetto a un Ftse Mib dominato da utility, banche ed energia. La selezione è tutt’altro che banale: una società può essere interessante a 40 volte gli utili e un’altra solo a 10–12 volte. Qui entra in gioco la capacità di stock picking.
De Astis. Oltre ai criteri classici richiamati dai colleghi, per la costruzione del portafoglio guardiamo a settori che intercettano grandi trend di medio-lungo periodo: digitalizzazione incluse le infrastrutture, healthcare, economia circolare, e più di recente anche il tema difesa. Va ricordato che sul mercato italiano esiste uno “small cap effect”: nel lungo periodo le small cap hanno storicamente reso molto più delle large, anche se negli ultimi tre anni questo effetto è stato oscurato da tassi più alti e deflussi dai Pir.
- Leggi anche: Piazza Affari, nasce il fondo Algebris-Cdp per investire nelle pmi quotate con una hard cap di 300 milioni di euro
D. Come saranno costruiti i portafogli? Quali strategie di investimento seguirete in pratica?
De Astis. Metteremo a fattor comune la nostra conoscenza del mercato domestico delle pmi italiane, l’esperienza sui fondi chiusi di lungo periodo e nella raccolta istituzionale. Nella pratica, il portafoglio sarà costruito per intercettare le traiettorie strutturali già ricordate, come digitalizzazione, healthcare, economia circolare, difesa, con un livello di diversificazione adeguato al profilo di rischio di un fondo che ha un orizzonte fino al 2032.
Mori. Come dicevo prima il nostro focus operativo sarà su società che combinano crescita strutturale e valutazioni ragionevoli. L’universo è ampio e diversificato, e non tutti i gestori sceglieranno gli stessi titoli, per cui non temiamo un affollamento eccessivo. Il fondo, oltre a favorire nuove ipo, potrà sostenere aumenti di capitale di società già quotate, dando loro mezzi freschi per crescere senza che i soci di controllo debbano necessariamente vendere l’azienda.
Bortolozzo. La regola di base è almeno il 70% in titoli di piccole e medie imprese italiane, escludendo il settore finanziario. Il portafoglio sarà costruito nei primi sei mesi dall’avvio del fondo. L’idea è partire – auspicabilmente nel primo trimestre del prossimo anno – e arrivare a un portafoglio completo entro metà anno. La scadenza a fine 2032 è cruciale: ci permette di avere un orizzonte di lungo periodo coerente con capitali pazienti che accompagnano le aziende lungo un ciclo completo di investimenti.
Ghilotti. Noi ci concentreremo soprattutto sulle mid cap, con capitalizzazioni tra 300 milioni e 1 miliardo, e in misura minore sulle realtà molto piccole, comprese quelle di Euronext Growth Milan, ma solo se mostrano prospettive di crescita davvero elevate.
Dopo anni di delisting che ci hanno tolto dal listino ottime società, speriamo che l’arrivo di nuovi capitali favorisca nuove ipo nel segmento medio. L’idea è usare il fondo per presidiare quel tratto di mercato dove il potenziale di crescita è maggiore ma oggi poco valorizzato.
Finà. In portafoglio avremo principalmente small e mid cap italiane, con esclusione del comparto finanziario, ma con un approccio molto selettivo e diversificato per settori e temi. L’orizzonte è di medio-lungo periodo, coerente con il mandato del veicolo e con l’idea di accompagnare le aziende nel loro percorso di sviluppo, anche con un ruolo di investitore di riferimento stabile.
D. Che rendimenti vi aspettate?
De Astis. Non esiste una risposta univoca: dipende da orizzonte, rischio, liquidità, selezione titoli. Ma possiamo trarre indicazioni da dati storici e scenari plausibili. Il nostro fondo Eurizon Pmi Italia ha fatto circa +25% nell’ultimo anno e oltre +70% cumulato negli ultimi cinque. Sulla base di queste esperienze e delle analisi attuali, per un investimento ben diversificato in pmi italiane, sull’orizzonte del Fnsi, vediamo come realistico un range tra 7 e 15% annuo, in uno scenario in cui il mercato delle pmi italiane torni ad essere valorizzato e ricompaiano flussi istituzionali stabili.
Ghilotti. Per quanto ci riguarda, nelle simulazioni ci siamo basati su una linea che gestiamo da 20 anni per il gruppo Credem, dedicata alle pmi italiane. Ha avuto una performance media annua del 9,5%. È un dato reale, attraversa momenti molto difficili per il sistema finanziario internazionale e per l’Italia, ricordiamo il 2011–2012, ed è il riferimento che abbiamo utilizzato: intorno a quel livello vediamo un rendimento annuo potenziale ragionevole.
Bortolozzo. Arriviamo più o meno nello stesso range, da una prospettiva diversa. Ci aspettiamo che questo segmento sia competitivo rispetto ai mercati azionari internazionali: storicamente un azionario globale di lungo periodo rende intorno al 6–7%. Su questo va aggiunto un premio per la minore liquidità e la minore dimensione delle aziende, oltre al fatto che oggi partiamo da valutazioni che non sono particolarmente elevate, anzi. E abbiamo nel listino italiano diverse eccellenze con forte capacità di crescita internazionale che aspettano solo di essere riconosciute.
Finà. Dal momento che il fondo non replica un benchmark, ma ha almeno il 70% in small cap italiane, una parte del rendimento rifletterà quello dell’asset class. Guardando la storia, su orizzonti di dieci anni i rendimenti annualizzati di questa asset class si sono mossi tra il 7 e il 10%. Il percorso può essere volatile, ma il premio di lungo periodo c’è.
Mori. Se guardiamo 20 anni di storia dell’indice Star, al netto degli anni di maggiore volatilità e degli ultimi due-tre anni appesantiti dai deflussi sui Pir, il rendimento medio si colloca intorno al 10% annuo, in un intervallo tra il 9 e il 12%. Venendo da due anni e mezzo non facili per il comparto, ci aspettiamo un repricing significativo: è verosimile pensare a rendimenti di quel tipo se il quadro macro resta ragionevolmente favorevole.
- Leggi anche: Via libera al fondo Eurizon-Cdp sulle pmi quotate
D. Quale impatto può avere il fondo su ipo, liquidità del mercato e passaggio generazionale delle imprese famigliari?
Finà. Può aiutare soprattutto in modo indiretto. Se aumenta il focus sul segmento small e mid cap e cresce la liquidità, diventa più agevole il processo di quotazione per imprese finora famigliari che, in occasione del passaggio generazionale, decidono di trasformarsi in public company. Non prenderemo quote di maggioranza, quindi non saremo noi a decidere i destini aziendali, ma possiamo favorire un contesto più favorevole a queste scelte.
Bortolozzo. Le aziende famigliari sono la spina dorsale del tessuto imprenditoriale italiano. Un’iniziativa come questa può ricordare loro che il mercato azionario è uno strumento molto efficace per raccogliere risorse per svilupparsi e vedere riconosciuto il proprio valore.
Ghilotti. Non solo. Se il mercato delle pmi quotate diventa più liquido e con valutazioni più interessanti, aumenta l’interesse sia a quotarsi sia a fare M&A con benefici per la continuità aziendale nelle fasi di passaggio generazionale. Con quotazioni depresse questa propensione viene meno.
Mori. Aggiungerei anche che oltre a favorire nuove quotazioni, il fondo può aiutare imprese già quotate a fare aumenti di capitale, rafforzandosi senza che i soci di controllo debbano necessariamente vendere la società. E poi un ritorno di interesse sulle pmi e una risalita delle valutazioni potrebbero anche convincere alcuni imprenditori che negli ultimi anni hanno scelto il delisting, scoraggiati dal disinteresse del mercato, a riconsiderare la Borsa.
De Astis. Su questo punto posso dire che ci auguriamo già dal prossimo anno di vedere meno delisting e più nuove quotazioni, in un ecosistema più maturo e liquido. L’obiettivo è mettere in moto un circolo virtuoso. La quotazione è spesso una delle soluzioni per il passaggio generazionale: permette di diversificare il patrimonio della famiglia, dare continuità all’azienda e aprirsi a una governance più strutturata. (riproduzione riservata)

01/10/25 Sole 24 Ore: parte finalmente il fondo sovrano

01/10/25 Sole 24 Ore: piccole e medie capitalizzazioni ancora sotto quotate.

23/08/25 Sole 24 Ore: Prime mosse per il fondo nazionale strategico


14/10/25 EURIZON (IntesaS.Paolo) fondo PIR obbl. A scadenza 13’ emissione

Coletti sui PIR obbligazionari:
18/06/25 Anche Arca lancia un fondo obbligazionario PIR a scadenza.

12/03/25 Acomea: analisi mercato.
OK loro spingono il loto fondo però le valutazioni sono le stesse

08/03/25 Plus Sole 24 Ore: Fondo Nazionale Strategico

08/02/25 Milano Finanza: Fondo Mef per rilanciare Piazza Affari: 10 cose da sapere per investitori, gestori e società
di Elena Dal Maso
Milano Finanza ha letto in anteprima la versione finale del regolamento di Cdp sul fondo per rilanciare le pmi, mentre il Ftse Mib è ai massimi dal 2008. Ecco tutti i particolari su dove, come e quando andrà a investire il veicolo. Oltre ai costi di gestione e ai paletti per non svendere le quote
Dopo le dovute consultazioni con le parti, durate qualche mese, il Mef, attraverso Cdp, ha messo a punto la versione finale del regolamento del Fondo nazionale strategico per Piazza Affari (Fnsi). Ovvero l’umbrella fund che investirà sulle piccole e medie imprese quotate attraverso una decina di piccoli veicoli, ciascuno guidato da un proprio gestore, ma tutti sotto il coordinamento di Cdp e delle linee guida del regolamento che Milano Finanza ha letto in anteprima.
Si tratta di un fondo a capitale misto pubblico-privato che parte con circa 300-350 milioni di dotazione pubblica in capo a Cassa depositi e prestiti, almeno altri 350 milioni dovranno metterli le istituzioni private come banche, assicurazioni, gestori ai quali è stato presentato il progetto a Piazza Affari lo scorso ottobre. E che potranno ora leggere il regolamento a fine marzo, quando Cdp illustrerà tutte le caratteristiche degli investimenti in una riunione ad hoc a Roma.
L’umbrella fund, un apripista in Europa con queste caratteristiche, nasce dopo la profonda sofferenza vissuta dalle piccole e medie imprese a seguito del veloce rialzo dei tassi nel 2022 che per due anni ha messo sotto pressione le imprese costrette a pagare oneri sul debito sempre più alti. Nel contempo gli investitori le hanno abbandonate, cedendo titoli che comunque hanno buona cassa e che sono finiti a viaggiare a sconto del 50% rispetto alle blue chip di Piazza Affari. Il fondo del Mef arriva quando il Ftse Mib è salito nel contempo oltre i 37.000 punti, tornando ai massimi dal 2008 grazie in questo caso al taglio dei tassi della Bce. L’umbrella fund di Cdp arriva quindi in una fase macro economica favorevole, resta alta comunque la volatilità a causa della politica Usa dei dazi e delle tensioni economiche e tecnologiche fra Stati Uniti e Cina.
La prima regola
Quali sono quindi le regole del fondo? Il testo, che Milano Finanza ha letto, dice che «deve investire una quota prevalente, almeno pari al 70% delle masse gestite in titoli azionari quotati in mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione italiani…». Gli emittenti devono essere «di piccola e media capitalizzazione e non far parte dell’indice Ftse Mib». Questo significa che i gestori hanno la libertà di investire nelle società che rientrano nell’indice Star, molto penalizzato dai tassi e nel Ftse Mid, composto per lo più da medie imprese industriali. In questo 70% rientra anche l’Egm, il segmento delle imprese più piccole per le quali è stato pensato questo progetto fin dall’inizio. AssoNext, l’associazione che rappresenta proprio l’Egm, aveva chiesto in una lettera al Mef di escludere anche il Ftse Mid.
La seconda regola
Il fondo può investire una quota non prevalente, fino al 30% delle masse gestite, in titoli azionari quotati in mercati regolamentati con un fatturato superiore a 50 milioni di euro e in titoli di debito emessi dall’Italia (Btp), da Paesi dell’Ue e dalla Commissione Europea. Questo significa che molte società dell’Egm non saranno incluse visto il limite inferiore dei 50 milioni annuali di ricavi. Contattato da Milano Finanza, Giovanni Natali, presidente di Assonext, ricorda che «all’interno dei Pir ordinari, l’ammontare investito in azioni italiane era pari a 8,3 miliardi, di cui 3,7 miliardi in titoli del Ftse Mib, 3,7 miliardi in titoli Mid Cap e 0,8 miliardi in titoli Small Cap, di cui 0,5 quotati sul mercato principale e 0,3 su Egm. Tradotto: su Egm sono arrivate le briciole. I risparmiatori erano convinti di investire sulle pmi italiane, invece compravano indirettamente le solite quattro large cap, speriamo che non accada lo stesso qui».
La terza regola
I fondi sottostanti all’umbrella fund «possono partecipare al processo di ammissione alla quotazione esclusivamente per quei processi la cui quota di primario non sia inferiore a 10 milioni di euro». Questo punto raccoglie le proposte avanzate mesi fa da Assonext. Invece sotto i 10 milioni di euro, i fondi «non possono investire negli emittenti nei primi 12 mesi successivi alla quotazione se il flottante, calcolato sulle azioni in sede di ipo, sia inferiore al 20% e la capitalizzazione di mercato sia inferiore a 50 milioni». In questo caso emerge che le società pronte per entrare a Piazza Affari devono raccogliere almeno 10 milioni per poter essere investite dall’umbrella fund. Questa era proprio la richiesta di AssoNext, che ora, attraverso Natali, plaude all’iniziativa, parlando di «grande valore di tutta l’operazione». Ogni fondo, prosegue poi il documento, «può investire individualmente fino al 5% dei titoli in ipo». E in ogni caso, tutti i fondi presi nel loro complesso non possono investire oltre il 10% nella società che si sta per quotare.
Quarta regola
Il testo prosegue specificando che per evitare «dinamiche di ipercomprato, alla data di sottoscrizione, i fondi (Oicr) possono detenere le risorse del Fnsi (la liquidità, ndr) in depositi presso le banche… o investire in titoli di Stato… ». In ogni caso, gli investimenti dei fondi devono avvenire «entro sei mesi dalla data di inizio di operatività del fondo (Oicr)». Questo porta a dedurre che la piena operatività dell’umbrella fund si inizierà a vedere nella seconda metà del 2025.
La quinta regola
I fondi che nasceranno avranno al forma giuridica di Fia riservati con massime 4 finestre di sottoscrizione nei 2 anni successivi alla data di sottoscrizione della quota del Fnsi per raccogliere nuove risorse. Le commissioni di ingresso non potranno superare lo 0,5% del Nav(Net asset value del fondo) per semestre.
Sesta regola
I sottoscrittori delle quote o azioni devono versare l’importo in un’unica soluzione al momento dell’investimento «e non possono liquidarlo prima della chiusura della finestra di liquidazione… Resta ferma la libera trasferibilità delle quote o azioni sul mercato secondario». In questo modo il Mef crea paletti alla cessione improvvisa di quote che potrebbe creare forti ribassi su titoli piccoli o con una scarsa liquidità.
Settima regola
La durata minima dei fondi è di 5 anni a partire dall’ultima data di sottoscrizione. Il termine ultimo è stato stabilito nel 31 dicembre 2033 per la liquidazione delle quote, con comunicazione dell’uscita entro il 30 settembre 2031.
Ottava regola
I fondi non possono assumere finanziamenti né ricorrere alla leva finanziaria. Hanno però la possibilità di staccare dividendo annuale ai sottoscrittori.
Nona regola
Le società di gestione che vogliono accedere al progetto del Mef devono essere operative da almeno 3 anni e avere almeno 1 miliardo di masse investite soprattutto nel settore azionario.
Decima regola
Lo Stato investe nel Fnsi fino al 49% delle quote, i privati almeno il 51%. L’idea a Roma è di creare un fondo che inizialmente parta con asset per 700 milioni di euro, ma che arrivi presto al miliardo per andare oltre. Magari aprendo alla sottoscrizione dei privati, ma solo in un secondo momento. (riproduzione riservata) |
16/11/24 Sole 24 Ore Parte il Fondo Strategico.
Visto che deve nasce per dare liquidità alle piccole capitalizzazioni direi che stessi facendo un oroscopo l’allineamento astrale è particolarmente favorevole ai PIR…

21/11/23 Paolo Coletti su Youtube
ripete più o meno i miei concetti
E i PIR obbligazionari? Hanno un senso?
Non uno solo ne hanno ben 26: la ritenuta fiscale che si risparmia dopo 5 anni. Qui ETF non ce ne sono bisogna affidarsi ai Fondi con i relativi costi. Ma con un paniere di obbligazioni corporate italiane che con una duration di 5 anni rendono il 5,40 (vedi il fondo Sella) anche tosato della commissione dell’1,1% resta sempre un 4,30 netto quando un BTP di pari durata rende oggi (13/11/23) il 3,47 netto.
E veniamo ai prodotti: come si vede dall’elenco pochi perché visto che il PIR è una normativa fiscale italiana le grandi case di investimento non ne hanno a catalogo. Ne segnalo due.
Il primo e’ di Banca Sella e quindi distribuito solo nel loro network. Lo riporto perché guardando la sua maturity effettiva e la sua duration si può avere un’idea di che rendimenti attendersi oggi da questa classe di fondi.


Il secondo fondo emesso da Eurizon (Intesa San Paolo) è in collocamento adesso e a mio parere molto più interessante. (Vedere l’emissione corrente – la 13’ – illustrata sopra)
Il fondo può essere comperato solo nel periodo di sottoscrizione (che scade il 14 dicembre). A quel punto il fondo viene chiuso (vengono accettate solo domande di rimborso) e il capitale raccolto viene investito in obbligazioni corporate italiane con scadenza attorno ai 5 anni.
Questo fa sì che finito il collocamento si saprà già quale sarà a grandi linee il rendimento perché dopo 5 anni il fondo finisce e viene liquidato (o girato di un fondo sempre PIR ma bilanciato) senza dover vendere titoli alle condizioni che ci saranno allora perché saranno arrivati a scadenza.
Ma quanto sarà il rendimento? Per avere un dato abbastanza preciso bisogna appunto attendere la fine del collocamento ma a meno di eventi inaspettati dovremmo essere sull’ordine del 4% scarso già al netto delle commissioni.


Quanto mettere su un PIR obbligazionario? Sempre per la diversificazione al max un 20% della parte del portafoglio dedicata alle obbligazioni.
Il fondo obbligazionario a scadenza sarebbe interessante, dico sarebbe perché 1,75% di ingresso, su 5 anni di detenzione per avere l’agevolazione fiscale, significa -0,35% a cui si aggiungere il costo di gestione -1,04% e di transazione -0,17%. Questo significa -1,56% annuo sul rendimento. Metti che il gestore incappa in qualche default…
Bisognerebbe che iShares, xTrackers o altri emettessero degli etf obbligazionari a scadenza dedicati ai PIR, quelli che sono da qualche mese sul mercato hanno un TER dello 0,12%.
Intanto da come lo interpreto io il Kiid del prodotto Intesa San Paolo le commissioni spalmate sui 5 anni rientrano nel nel costo annuo dell’1,04 e le commissioni di transazione – data la tipologia del fondo sottoscrivile sono nella finestra iniziale – sono scaricate quasi tutte sul primo anno quindi a spanne incidono per 0,05 annuo. In totale parliamo di commissioni dell’1,10%. Quindi su quella particolare tranches la 4 ormai chiusa dal 15/12/23 che per una fortunata congiunzione astrale era stata emessa nel momento di tassi massimi (per ora) la convenienza c’era tutta. Ipotizzando un 6,5% di rendimento a scadenza resta un 5,40% netto da commissioni. Una obbligazione al 6,5% presa direttamente rende netto il 4,81 ma vuoi mettere la diversificazione di un fondo rispetto ad una singola operazione?
Adesso è in collocamento la 5’ serie fino a metà marzo ma i tassi non saranno più certo quelli di dicembre e la forbice di restringe di molto.
ETF obbligazionari PIR: dubito che una grossa casa si prenda la briga di emettere un simile prodotto il mercato è troppo limitato. Sull’ultimo aggiornamento il totale dei PIR obbligazionari è di miseri 489 milioni dei quali 2 terzi saldamente in mano a Erurizon Intesa: non c’è trippa per gatti…
E comunque un ETF PIR compliant non vuol dire niente: deve essere inserito in un deposto titoli PIR come ho ben chiarito sopra. E l’univo deposito PIR disponibile è quello di Directa ma lo si può utilizzare solo ed esclusivamente per un ETF Amundi.. ergo…