Il problema energetico dell’intelligenza artificiale si risolve in mare aperto. È la scommessa di Panthalassa, startup dell’Oregon fondata nel 2016, che ha appena chiuso un round Series B da 140 milioni di dollari guidato da Peter Thiel. La valutazione si avvicina al miliardo. Tra gli altri investitori: John Doerr, Marc Benioff, Max Levchin, il conglomerato coreano Hanwha e Super Micro Computer.
L’idea è radicale nella sua semplicità: portare i data center in oceano, alimentarli con l’energia delle onde, raffreddarli con l’acqua marina, e trasmettere i risultati a riva via satellite Starlink. Zero connessioni alla rete elettrica terrestre. Zero infrastrutture costiere. Zero permessi edilizi.
I nodi Ocean-3 sono strutture autonome in acciaio lunghe circa 85 metri. La maggior parte dello scafo è sommersa — dentro ci sono i server. Il moto ondoso muove turbine che generano elettricità direttamente a bordo. L’energia non viene trasmessa a riva: viene consumata sul posto per alimentare chip AI. I nodi si spostano autonomamente sfruttando le onde, senza motore. I dati arrivano a terra via Starlink.
Il deployment pilota della serie Ocean-3 è previsto nell’Oceano Pacifico settentrionale nel 2026. I primi contratti commerciali sono attesi per il 2027.
Il problema che Panthalassa vuole risolvere
La crisi energetica dei data center non è un problema futuro — è già adesso. Le grandi reti elettriche terrestri sono sotto pressione in quasi tutte le aree metropolitane dove si concentra l’infrastruttura AI. I permessi per nuovi impianti richiedono anni. L’acqua dolce per il raffreddamento è scarsa. Le comunità locali si oppongono sempre più spesso alla costruzione di nuovi megacomplex. E i prezzi dell’energia salgono.
Thiel ha sintetizzato la visione in modo tipicamente lapidario: “Il futuro richiede più capacità computazionale di quanto possiamo immaginare. Le soluzioni extra-terrestri non sono più fantascienza. Panthalassa ha aperto la frontiera oceanica.”
Garth Sheldon-Coulson, co-fondatore e CEO — ex-ricercatore di Bridgewater, con un team che include ex-ingegneri di SpaceX, Boeing e Apple — è più tecnico: “Abbiamo costruito una piattaforma tecnologica che opera nelle regioni oceaniche con la più alta densità energetica del pianeta, lontano dalla costa, e trasforma quella risorsa in energia pulita affidabile.”
Il potenziale energetico dell’onda
L’energia ondosa lungo le sole coste americane è stimata in 2.500 terawattora l’anno — un numero che supera le proiezioni per l’eolico offshore nella stessa area geografica. A livello globale, il potenziale è nell’ordine delle decine di terawatt. Non è stata sfruttata fino ad ora per un motivo semplice: trasportare quella energia a riva costa più di quanto valga. Panthalassa elimina il problema alla radice: non trasporta niente, consuma tutto in loco.
Il parallelo con altri approcci “off-grid” è interessante. Starcloud punta ai data center nello spazio, alimentati dal solare. Il nucleare galleggiante è un’altra opzione esplorata da diversi player. Panthalassa sceglie l’oceano. La logica è la stessa: andare dove l’energia è abbondante e gratuita, invece di combattere per la rete terrestre.
Una scommessa o un’infrastruttura?
Il rischio è reale. Panthalassa non ha ancora dimostrato di poter operare commercialmente in oceano aperto su scala. I prototipi Ocean-1 e Ocean-2 hanno provato le capacità di base in condizioni controllate. Ocean-3 sarà il primo test in condizioni reali, in acque internazionali, con carichi AI effettivi.
La tempesta perfetta di investitori che sostengono il progetto — Thiel, Doerr, Benioff, Founders Fund, Lowercarbon Capital — suggerisce che la tecnologia ha superato una soglia di credibilità. Ma tra credibilità e scala commerciale il passo è lungo.
Per il momento non è quotata e non è accessibile al retail. Vale però la pena tenerla sul radar: se Ocean-3 funziona come promesso, il modello Panthalassa potrebbe diventare uno dei template dell’infrastruttura AI del prossimo decennio.