Gli articoli di questo thread
- 23/05/26 – India sulla difensiva: guerra in Iran e rupia in caduta libera
- 17/05/26 – India fuori dai top 5 mondiali: l’AI trade premia Taiwan e Corea, non Mumbai
23/05/26 – India sulla difensiva: guerra in Iran e rupia in caduta libera

Fino a qualche settimana fa, Modi faceva come Wall Street: fingeva che la guerra in Iran fosse roba lontana. Il 10 maggio ha smesso di fingere. Ha dichiarato un’emergenza “stile Covid” e lanciato un piano di austerità in sette punti: meno guida, meno oro. Ha aspettato di vincere le elezioni nel Bengala Occidentale prima di suonare l’allarme — politica, sempre politica.
I mercati indiani erano già in difficoltà. Il Nifty 50 e la rupia scivolavano da mesi, con i capitali in fuga verso l’AI cinese, coreana o taiwanese. Come nota Rajeeb Pramanik di BCA Research, per la prima volta in trent’anni il saldo delle partite correnti di capitale è diventato negativo — problema serio per un Paese che ha deficit strutturali delle partite correnti.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha trasformato nuvole minacciose in tempesta perfetta. L’India ha speso il 5% del PIL in importazioni di carburante con il Brent a 70 dollari. Oggi il Brent è a 107 dollari. I conti non tornano. E c’è un problema ancora più immediato: i fertilizzanti. Due terzi degli indiani vivono in campagna, la stagione delle semine di giugno-luglio si avvicina, e la produzione di fertilizzanti dipende dal gas naturale liquefatto del Golfo Persico. Si aggiunge la previsione di un “super El Niño” con piogge monsooniche ridotte. Un accumulo di brutte notizie.
La rupia intanto si avvicina alla soglia psicologica di 100 contro dollaro (oggi a quota 96). Rajeev de Mello di GAMA Asset Management avverte che rompere quella cifra tonda potrebbe scatenare un panico speculativo. La Reserve Bank of India ha già bruciato circa 100 miliardi di dollari in interventi, senza riuscire ad arrestare la discesa. Il problema è che comprare rupia prosciuga la liquidità delle banche commerciali e frena il credito, mentre alzare i tassi dal 5,25% attuale — con la crescita che rallenta e l’inflazione ancora contenuta al 3,5% — sarebbe un autogol. “Non ci sono buone opzioni”, sintetizza de Mello. Difficile dargli torto.
Sul medio termine, gli investitori mantengono la fede. Prima del 28 febbraio, gli utili aziendali puntavano a +15% e il PIL a oltre 7%. Il rafforzamento politico di Modi potrebbe sbloccare riforme strutturali finora impantanate nei conflitti federali. Ma nel breve periodo le azioni indiane restano care — “non economicissime”, nelle parole di de Mello — e l’afflusso di capitali domestici ha evitato il crollo che potrebbe finalmente attrarre gli stranieri. L’IT indiano, concentrata su outsourcer come Infosys e TCS, intanto paga il prezzo della “SaaSpocalypse”: il mercato scommette che l’AI ne distruggerà il modello di business.
“Il punto di svolta per l’India è ancora qualche trimestre lontano”, conclude Venkat Pasupuleti di Dalton Investments. “È difficile per chiunque afferrare un coltello che cade.”
Fonte: Barron’s, Craig Mellow, 21 maggio 2026.
Il presente articolo è redatto a scopo puramente informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione al pubblico risparmio. Investire comporta rischi, inclusa la perdita del capitale investito. Consultare un professionista abilitato prima di prendere decisioni di investimento. Disclaimer completo.
Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu
17/05/26 – India fuori dai top 5 mondiali: l’AI trade premia Taiwan e Corea, non Mumbai
Il mercato azionario indiano rischia di uscire per la prima volta in tre anni dalla classifica delle cinque Borse più grandi del mondo. Il motivo non è congiunturale: è strutturale, e si chiama intelligenza artificiale. L’analisi pubblicata oggi da Bloomberg firma Abhishek Vishnoi descrive con precisione una rotazione globale dei capitali che penalizza l’India e premia i mercati con esposizione diretta alla filiera AI: Taiwan e Corea del Sud. I loro indici benchmark hanno guadagnato rispettivamente il 42% e il 78% dall’inizio del 2026. Il Nifty 50 è invece in calo di oltre il 9%, e si avvia verso la prima perdita annuale dopo un decennio di rialzi.
Il peso nell’MSCI e la fuga degli stranieri
Il segnale più netto arriva dalla composizione dell’indice MSCI Emerging Markets. Il peso dell’India è sceso al 12% circa, dal 19% dell’anno scorso. Secondo M&G Investments, circa due terzi di questa riallocazione negli ultimi 12-18 mesi riflette il riposizionamento sull’AI. Gli investitori esteri hanno portato le loro partecipazioni ai minimi da 14 anni, secondo i calcoli di Goldman Sachs, e per la prima volta in più di vent’anni detengono meno degli investitori istituzionali domestici. Dal picco di settembre 2024 — quando la capitalizzazione indiana raggiunse i 5.730 miliardi di dollari, record assoluto — si sono volatilizzati 924 miliardi. Dal dicembre 2024 i flussi netti in uscita degli stranieri ammontano a 42 miliardi di dollari.
Il problema non è il multiplo, è il posizionamento
Gary Dugan, CEO del Global CIO Office, sintetizza la questione in modo tagliente: non si tratta di un’aspettativa di utili mancata, si tratta di un problema di valore terminale. Le assunzioni su dove si troveranno queste aziende tra dieci anni devono essere riviste. L’India ha talenti, domanda interna e scala digitale. Ma pochi dei suoi campioni aziendali sono collegati direttamente alla costruzione dell’infrastruttura AI — chip, computing, modelli. Il mercato resta ancorato alla storia dei consumi domestici, mentre il capitale globale insegue altro.
Il tallone d’Achille: l’IT services
Il mercato indiano è storicamente sovrappesato sull’IT services, un settore da 315 miliardi di dollari guidato da Infosys e Tata Consultancy Services. Il loro modello di business — costruire e manutenere sistemi per clienti globali — è strutturalmente esposto all’automazione generativa: coding, testing, funzioni di back-office. Il Nifty IT Index ha perso oltre il 26% dall’inizio dell’anno, ai minimi dal 2023. Il suo peso nel Nifty 50 è sceso all’8% circa dall’oltre 17% del 2022. Le implicazioni macroeconomiche non sono trascurabili: si stima che 15 milioni di indiani lavorino nell’IT services e nei global capability center. Un rallentamento strutturale si propagherebbe a real estate, consumi, credito e finanza. Il FMI prevede una crescita del PIL al 6,5% nel 2027 e nel 2028, dopo una media dell’8,3% nei quattro anni precedenti. Le stime di crescita degli utili del Nifty 50 per il 2027 si sono già più che dimezzate dall’inizio dell’anno, secondo Chiara Salghini di Vontobel Quality Growth.
Visione editoriale
L’India ha vissuto un decennio eccezionale grazie a una narrativa potente e a fondamentali demografici reali. Ma la narrativa dell’investimento non è statica: si sposta dove si sposta il capitale, e il capitale si sposta dove si sposta la tecnologia. In questo ciclo, la tecnologia si chiama AI e richiede hardware — semiconduttori, data center, chip specializzati. L’India non produce nulla di tutto questo su scala competitiva. La rupia ai minimi storici, le riserve sotto pressione, Modi che chiede ai cittadini di ridurre i consumi di carburante per sostenere il tasso di cambio: sono segnali di una vulnerabilità che va oltre la correzione borsistica. Non siamo di fronte a un mercato che ha semplicemente corso troppo. Siamo di fronte a un riprezzamento della storia. Come osserva Aadil Ebrahim di Klay Group, finché i mercati azionari indiani non evolveranno per riflettere una nuova generazione di innovatori, l’India resterà un sottopeso strutturale nel trade AI. E il divario con Taiwan e Corea — oggi a meno di 500 miliardi di dollari dalla capitalizzazione indiana — potrebbe colmarsi prima di quanto il consenso si aspetti.
Disclaimer: Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria. Le opinioni espresse sono dell’autore e non devono essere intese come raccomandazioni di investimento.