Chi ti aiuta a investire la parte rischiosa del portafoglio? Una mappa ragionata

Partiamo dall’inizio: se vuoi gestire la parte più rischiosa del tuo portafoglio — quella azionaria, quella che può farti guadagnare davvero ma anche perdere il sonno — hai davanti una serie di strade. Alcune costose, alcune ragionevoli, alcune che richiedono un minimo di impegno personale. Le esaminiamo una per una.


Le reti di promotori finanziari

La prima opzione — e la prima che scarto — sono le reti di vendita dei promotori finanziari. Mediolanum, Fideuram, Allianz Bank, Azimut: nomi noti, pubblicità ovunque, agenti sorridenti che vengono a casa tua.

Il problema non è la competenza dei singoli — ci sono promotori seri e preparati. Il problema è strutturale: queste reti vivono di commissioni, e le commissioni le paghi tu. Non in modo visibile, non con un bonifico che vedi partire dal conto, ma attraverso i costi annui dei prodotti che ti vengono collocati. L’analisi del Sole 24 Ore sui costi del risparmio gestito italiano è impietosa: i numeri parlano da soli.

Se sei già cliente di una di queste reti e sei soddisfatto, buon per te — ma questo thread non fa per te. Qui parliamo di chi vuole capire cosa fa con i propri soldi e quanto gli costa farlo.


Le banche tradizionali: dallo sportello al private

Le banche ordinarie offrono ai loro clienti — formalmente si chiama “consulenza in materia di investimenti” ai sensi della MiFID — un servizio che varia enormemente a seconda di quanto patrimonio hai da gestire.

Sotto una certa soglia vieni servito allo sportello, con tutto quello che questo comporta in termini di attenzione e competenza dedicate. Da una certa cifra in su — variabile da banca a banca, ma generalmente intorno ai 100-200.000 euro — ti viene assegnato un consulente “affluent” o “personal”, sempre in filiale. Chi supera il milione di euro accede invece alle strutture di private banking, fisicamente separate dalla rete delle filiali, solitamente nei capoluoghi, con un livello di servizio decisamente più curato.

In tutti e tre i casi il meccanismo sottostante è lo stesso: la banca non ti fa pagare la consulenza direttamente. Te la fa pagare attraverso i prodotti che ti vende. Funziona così: la banca distribuisce fondi che costano l’1,5-2% annuo, riceve una retrocessione dalle case prodotto, e il gioco è fatto. L’ETF che costa lo 0,10% non te lo proporrà mai — non perché non esista, ma perché non c’è nulla da retrocedere.

Se vuoi capire quanto stai pagando davvero, la legge ti viene in aiuto: ogni anno la tua banca è obbligata a consegnarti il rendiconto costi e oneri — quel documento che quasi nessuno apre. Come leggerlo e cosa cercarci lo abbiamo spiegato qui.

Detto questo, qualcosa sta cambiando. La pressione sui costi — alimentata da una stampa più attenta e dall’esplosione di creator e canali YouTube che hanno portato la consapevolezza sui costi anche al grande pubblico — ha spinto alcune banche a offrire un servizio di consulenza “fee only”, dove il cliente paga una percentuale del portafoglio direttamente alla banca, e in cambio il portafoglio viene costruito con prodotti a basso costo, tipicamente ETF. La banca prende già la sua remunerazione dalla consulenza, quindi non ha interesse a caricarti di fondi costosi. È una modalità che si sta diffondendo: vale la pena chiedere esplicitamente alla vostra banca se la offre.


Il consulente indipendente

Figura introdotta nel nostro ordinamento dopo decenni di ostruzione — indovina da parte di chi — il consulente finanziario indipendente è un libero professionista iscritto a un albo specifico, che ha superato un esame severo, ha un’assicurazione sulla responsabilità professionale e una contabilità sottoposta alla vigilanza della Consob.

Come funziona nella pratica: il consulente prende in carico il cliente con una lunga intervista — mezza giornata, a volte una giornata intera — per capire patrimonio, obiettivi, conoscenze finanziarie e propensione al rischio. Poi costruisce un portafoglio su misura. La differenza fondamentale rispetto a tutto il resto: il consulente indipendente non tocca i tuoi soldi. Non ha accesso al tuo conto, non ha accesso ai tuoi titoli. Ti dà raccomandazioni, e sei tu che fisicamente vai a comprare e vendere sui tuoi conti e depositi titoli. Zero conflitti di interesse per definizione, perché viene pagato solo da te — una percentuale del portafoglio in gestione — e non riceve retrocessioni da nessun prodotto.

L’albo è consultabile pubblicamente: chi fosse interessato può cercare un consulente nella propria zona e richiedere un colloquio introduttivo. La soglia di patrimonio minimo per accedere al servizio è generalmente intorno ai 500.000 euro, anche se qualcuno scende fino a 200-300.000. Sotto quella cifra il conto semplicemente non torna per il professionista.

Perché questa figura, introdotta da anni, non è ancora decollata? Per una ragione tipicamente italiana: il risparmiatore medio non vuole pagare per la consulenza finanziaria. Paga il notaio, paga l’avvocato, paga il meccanico, paga lo specialista. Ma pagare qualcuno per gestire i suoi risparmi senza conflitti di interesse — quello no. Preferisce affidarsi a chi glieli gestisce “gratis”. Il prezzo lo paga comunque, naturalmente. Solo non lo vede.


Il fai da te

Resta l’ultima opzione: fare da soli. E qui va detto che rispetto a dieci anni fa — ma anche a cinque, anche a quando ho cominciato questo blog — il panorama è cambiato radicalmente. L’esplosione di contenuti su YouTube, sui social, nei gruppi di discussione ha messo a disposizione di chiunque una quantità di informazioni e strumenti che prima erano appannaggio di pochi.

Il problema, come sempre, è separare il grano dalla pula — per citare il Vangelo, non la finanza comportamentale. Perché come si diceva nei primi tempi dell’informatica: garbage in, garbage out. Se butti dentro spazzatura, ti viene restituita spazzatura. E di spazzatura, nel mondo dei “consulenti” social, ce n’è tanta.

Su questo ho intenzione di tornare con qualcosa di concreto per i lettori di questo blog. Per ora mi fermo qui.

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