Un possibile matrimonio tra Bristol Myers Squibb e AstraZeneca sembra un’ipotesi remota a Wall Street, ma l’entusiasmo attorno a queste indiscrezioni conferma una tendenza che ormai non si può più ignorare: il risiko M&A nel biopharma è ai massimi. Da inizio anno a inizio giugno sono stati messi sul tavolo oltre 106 miliardi di dollari in 201 operazioni, secondo dati PitchBook, spinti soprattutto dall’avvicinarsi delle scadenze brevettuali sui blockbuster storici.
Se l’operazione si concretizzasse, sarebbe la più grande fusione mai vista nel settore, superando i 74 miliardi pagati da Bristol Myers per Celgene nel 2019, con una società combinata da circa 400 miliardi di valore di mercato — dietro solo a Eli Lilly, Johnson & Johnson e AbbVie. Gli analisti di Barclays restano scettici sui tempi ravvicinati, anche perché nessuna delle due aziende ha confermato i colloqui.
Bristol Myers affronta un patent cliff critico nel 2028, quando scadranno le protezioni su Opdivo ed Eliquis. AstraZeneca, secondo gli analisti, ha una pipeline comparativamente più solida e minore pressione da scadenze brevettuali — un identikit che spiega perché il suo nome continua a circolare come possibile “cacciatore” più che preda.
Nella sezione riservata: perché questo si inserisce nel filone che seguiamo dal thread Biotech & Editing Genetico, quali altre small-cap del nostro radar (Revolution Medicines su tutte) restano candidate di M&A, e la nostra lettura sul perché questa ondata assomiglia — con differenze — a quella del 2019.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu