06/05/26 — Arenaria Holding cerca un milione con il crowdfunding. Ma perché gente danarosa chiede i soldi alla plebe?

Arenaria Holding Treviso crowdfunding PMI
Fonte: Corriere del Veneto, maggio 2026.

Il Corriere del Veneto racconta questa settimana di Arenaria Holding, una spa di investimento nata nel febbraio 2025 con 18 tra professionisti e imprenditori locali, che punta a raccogliere un milione di euro attraverso la piattaforma di crowdfunding vigilata Fundera per finanziare i propri progetti — a cominciare da un portale di vendita online dedicato alle PMI.

È una storia che si può leggere in almeno due modi. Il primo, quello del giornale, è ottimistico: finanza di prossimità, nuove fondamenta per il territorio, alternativa al credito bancario. Il secondo è quello che mi viene spontaneo dopo vent’anni a osservare il mercato dei capitali italiano: una domanda semplice e diretta.

La domanda che nessuno fa

Tra i soci di Arenaria Holding figurano nomi di tutto rispetto: un avvocato con esperienza nell’Udinese Calcio e in Veneto Banca, professionisti di Sacaimr Carron e Rizzani De Eccher, un commercialista, un ex dirigente bancario. Daniela Archiutti, la socia di punta, espone il 46% del capitale iniziale da 50 mila euro della famiglia proprietaria del gruppo Veneta Cucine.

Gente che conosce i soldi. Gente che sa come muoversi nel mercato dei capitali. Gente che quasi certamente ha accesso a banche, a family office, a reti di business angel.

E allora la domanda è questa: perché questa gente danarosa e competente va a chiedere i soldi alla plebe? Perché raccogliere un milione di euro tramite crowdfunding da piccoli risparmiatori quando si hanno le relazioni per farlo in modo privato con dieci telefonate?

Le risposte possibili sono diverse. La più benevola è che il crowdfunding serva a creare una comunità di soci-clienti — chi investe nel progetto ha un interesse a usare il portale PMI, a promuoverlo, a portare contatti. È la logica “community first” che alcune realtà usano con successo. La meno benevola è che i soci fondatori abbiano già valutato e non trovato altri disposti a mettere soldi, e che il crowdfunding sia l’ultima spiaggia presentata come una scelta valoriale.

Non so quale delle due sia vera in questo caso specifico. Ma la domanda vale la pena porsela sempre.

Il crowdfunding equity in Italia: la storia vera

L’Italia è stata la prima nazione europea a legiferare sull’equity crowdfunding, nel 2012. Tredici anni dopo, il bilancio è deludente. Nel 2025 l’Italia mantiene il secondo posto in Europa con 39,4 milioni di euro raccolti — ma è l’unico Paese tra i principali mercati a registrare un calo, del 25% rispetto all’anno precedente. Il mercato europeo cresceva del 12%. Noi andavamo indietro.

I motivi sono strutturali. Il primo è fiscale: le agevolazioni per chi investe in startup innovative esistono sulla carta, ma sono complesse da applicare, soggette a interpretazioni variabili e spesso non giustificano i costi amministrativi per importi piccoli. Il secondo è la scarsa liquidità: per legge, le quote di startup innovative non possono essere negoziate sui mercati regolamentati per il periodo in cui la società possiede i requisiti di startup innovativa — fino a quattro anni. Chi compra non sa quando e come uscirà. Il terzo è la mancanza di exit rilevanti: l’assenza di exit significative e alcuni casi di fallimento ne hanno limitato l’attrattività, spingendo molte raccolte fuori dal canale pubblico e contribuendo a rafforzare l’idea dell’equity crowdfunding come strumento di ultima istanza.

Il risultato è che CrowdFundMe, la principale piattaforma italiana quotata all’Euronext Growth Milan, ha chiuso il 2025 con una perdita netta di 955 mila euro e ricavi in calo del 4,5%. La piattaforma che dovrebbe guadagnare dall’intermediazione è in rosso. È il segnale più chiaro dello stato del settore.

Perché è difficile che funzioni

Il crowdfunding equity ha senso teorico: democratizzare l’accesso al capitale di rischio, permettere ai piccoli risparmiatori di partecipare alla crescita delle imprese locali, creare un mercato alternativo al credito bancario per le PMI. Il problema è che in pratica collide con alcune caratteristiche strutturali del sistema italiano.

Vale la pena fare un accenno di sfuggita a una branca a sé del crowdfunding italiano che ha fatto ancora più rumore: quello immobiliare. Qui il meccanismo è diverso — non si acquistano quote di una società ma si finanziano singoli interventi edilizi in cambio di un rendimento promesso. Internet è pieno di progetti presentati con render accattivanti, rendimenti attesi dell’8-12%, analisi di mercato ottimistiche. E pieno anche di investitori che attendono ancora il rimborso di operazioni “temporaneamente bloccate”. Il crowdfunding immobiliare aggiunge un ulteriore strato di complessità fiscale: le piattaforme non possono fare da sostituto d’imposta, il che significa che il piccolo investitore deve autonomamente dichiarare e tassare i rendimenti, con oneri amministrativi che spesso superano il beneficio economico per importi contenuti. È un settore che promette molto e mantiene poco, almeno nel retail italiano.

Le PMI italiane sono quasi tutte familiari, con governance opaca, scarsa abitudine alla rendicontazione verso soci terzi e una cultura proprietaria che mal sopporta la presenza di azionisti estranei alla famiglia. Il risparmiatore italiano, dal canto suo, è tradizionalmente avverso al rischio e poco attrezzato culturalmente per valutare investimenti in equity non liquido. E il sistema bancario, che dovrebbe essere il principale competitor del crowdfunding, mantiene un’influenza capillare sul tessuto economico locale che è difficile da scalzare.

Detto questo, casi virtuosi esistono. Le piattaforme specializzate in life sciences o in real estate con rendimenti predeterminati funzionano meglio. Il modello “club dealing” riservato a investitori professionali cresce. Ma il crowdfunding retail generalista, quello che raccoglie un milione di euro da piccoli risparmiatori per finanziare progetti nella propria provincia, resta una scommessa difficile.

Ad Arenaria Holding auguriamo buona fortuna. Davvero. Il territorio ha bisogno di chi ci prova. Ma chi decide di partecipare alla raccolta lo faccia con gli occhi aperti: sta comprando quote illiquide di una società appena nata, con un progetto ancora in fase di lancio, in un mercato dove le exit di successo sono una rarità.

Se trovi utile questo lavoro, puoi offrirci un caffè su Ko-fi. Grazie per il supporto.

Disclaimer. Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria ai sensi del D.Lgs. 58/1998 (TUF). L’autore non detiene posizioni in Arenaria Holding né nelle piattaforme menzionate. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri. Investire comporta rischi, inclusa la possibile perdita del capitale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.