Fonte: Randall W. Forsyth, “Rising Interest Rates Are a Danger for Markets—and a Reason to Own TIPS”, Barron’s, 24 luglio 2026.
⚠️ Conflitto di interesse (COI): L’autore detiene posizioni in: BTP, GOOGL, NVDA, ORCL. Non detiene posizioni negli ETF citati nell’analisi.
Il rendimento reale — quello che resta in mano dopo il morso dell’inflazione — è tornato dove non lo si vedeva da anni. I TIPS americani a dieci anni rendono oggi il 2,42% reale, il trentennale si avvicina al 3%: per trovare livelli simili sulle scadenze lunghe bisogna risalire alla crisi finanziaria del 2008-09. Non è un dettaglio tecnico per specialisti del reddito fisso. È la variabile che decide quanto vale, oggi, qualunque flusso di utili futuri.
Su Barron’s del 24 luglio Randall Forsyth ha messo in fila i numeri: Treasury decennale al 4,68% nominale, TIPS di pari scadenza al 2,42% reale, breakeven implicito al 2,26%. Se l’inflazione americana media dei prossimi dieci anni supera quella soglia, il titolo indicizzato batte il nominale. Con un CPI al 3,8% e il Brent che giovedì ha superato i 100 dollari per la prima volta da maggio, la soglia non sembra proibitiva. Nello stesso periodo l’S&P 500 ha infilato la sua prima serie di due settimane consecutive in calo dell’anno: quando il senza-rischio paga un reale sano, l’attivo rischioso deve giustificarsi.
Per il risparmiatore italiano la domanda però è un’altra, e Forsyth non se la pone: quel 2,42% reale americano è raggiungibile in euro? La risposta è no — o meglio, non conviene. Ma c’è di meglio a portata di MOT. Il 23 luglio il Tesoro ha annunciato un nuovo BTP€i decennale in asta martedì 28 luglio, cedola reale 2,00%, scadenza 15 febbraio 2037, per 2,5-3 miliardi di offerta. Con il BTP decennale nominale al 3,99% e lo spread sul Bund a 82 punti base, il breakeven italiano si colloca intorno al 2,0%: praticamente identico a quello americano, ma senza rischio di cambio, senza costo di copertura e con la fiscalità al 12,5% invece del 26%.
Chi ha seguito il nostro approfondimento sulla base della piramide del risparmio sa già dove vogliamo andare a parare. Ma i numeri di luglio cambiano il conto rispetto a giugno, e conviene rifarlo da capo.
I numeri di Barron’s: perché i reali sono saliti
Thorndike di GMO — che ha aggiunto TIPS lunghi ai portafogli multi-asset della casa — legge nel rialzo dei reali il prezzo di un costo del capitale più alto: la domanda di finanziamento per costruire le infrastrutture di intelligenza artificiale, l’energia necessaria per alimentarle, e il term premium che compensa l’investitore per un indebitamento pubblico enorme e persistente.
Il contributo più interessante è quello di Malitas di Bianco Research Advisors, che ha fatto i conti sulle medie storiche. Nel periodo in cui la Fed comprava titoli di Stato per iniettare liquidità — dal 2009 all’inizio del 2022 — il rendimento reale del TIPS decennale ha mediato lo 0,23%. Nel periodo pre-QE, dall’inizio del secolo al 2009, la media era 2,74%. La sua tesi è che il regime attuale somigli al secondo, non al primo: e se è così, i reali decennali possono salire ancora parecchio — probabilmente sopra il 3% — prima di diventare davvero restrittivi. Con Warsh alla presidenza della Fed e la riduzione del bilancio come obiettivo dichiarato, la direzione della liquidità è l’opposto di quella del decennio scorso.
Il lato azionario: il denominatore truccato
Il P/E forward dell’S&P 500 è sotto 20, giù dal 22 e passa di inizio anno. Una valutazione apparentemente ragionevole. Ma il denominatore, avverte Jim Chanos, è gonfiato da un’asimmetria contabile che ricorda la stagione dot-com: chi vende le apparecchiature per l’AI iscrive subito ricavi e utili, chi le compra le ammortizza lungo la vita utile presunta — e per le macchine acquistate ma non ancora accese il costo non viene riconosciuto affatto.
Il mercato ci sta arrivando: da inizio anno i produttori di chip sono su di parecchio anche dopo la correzione recente, mentre gli hyperscaler sono piatti nella migliore delle ipotesi. La reazione ai conti di Alphabet della settimana scorsa lo ha reso evidente: l’attenzione si è concentrata sul free cash flow negativo generato da un capex AI fino a 205 miliardi di dollari nell’anno. Da gennaio la società ha dovuto raccogliere quasi 85 miliardi tra azioni e obbligazioni — un’inversione notevole per un’azienda che finanziava gli investimenti con i flussi interni.
La Fed: non taglio, rialzo
Ed è qui che il quadro si fa scomodo. Con i reali in salita il costo di finanziamento del boom AI aumenta proprio mentre il fabbisogno di capitale è massimo. Secondo il CME FedWatch, la probabilità di un rialzo dei tassi alla riunione di questa settimana è risalita a circa il 36%, da appena il 13% di sette giorni prima; un quarto di punto entro la riunione di metà settembre viene prezzato con una probabilità intorno all’80%. Non taglio: rialzo. L’inflazione resta sopra il 2% e il petrolio è ripartito.
Per l’investitore europeo questo è il dato che cambia tutti i conti, perché la BCE è ferma al 2% da mesi. Se il differenziale di tassi a breve tra dollaro ed euro si allarga, il costo di copertura del cambio non resta dov’è: sale. E la copertura del cambio è esattamente ciò che separa un investitore in euro da quel 2,42% reale americano.
Nella parte riservata: la tabella dei sei BTP Italia con ISIN, cedole reali e prezzi aggiornati al 24 luglio, e perché il tanto pubblicizzato BTP Italia Sì non cambia praticamente nulla rispetto al BTP Italia classico — conti alla mano, meno di due punti base l’anno; i quattordici BTP€i con ISIN, prezzi aggiornati e la variazione delle ultime sette settimane, che racconta una storia molto precisa; il confronto numerico fra breakeven americano e italiano; la disamina aggiornata dei sei ETF UCITS su titoli di Stato indicizzati all’inflazione, con il motivo per cui in questo momento il singolo titolo batte l’ETF; e perché oggi il BTP Italia paga più del BTP€i.
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