
Fonte: Il Sole 24 Ore — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (money.it, ilsole24ore.com, firstonline.info, milanofinanza.it, borsaitaliana.it, soldionline.it, wikipedia.org)
In un’intervista al Sole 24 Ore, l’amministratore delegato di Cherry Bank Giovanni Bossi indica come traguardo di lungo periodo un miliardo di patrimonio e 15 miliardi di attivi. I risultati semestrali diffusi oggi, 9 settembre, fotografano intanto una banca che a giugno 2026 aveva un patrimonio netto di 242,6 milioni e attivi per 4,65 miliardi. La banca, nata nel 2022 dalla fusione tra Cherry106 e il Banco delle Tre Venezie, ha già incorporato Banca Popolare Valconca (2023) e detiene oggi circa il 20% di Banca Macerata, prossimo possibile tassello di un percorso di crescita per linee esterne che Bossi preferisce definire “aggregante più che acquisitivo”.
I numeri del semestre raccontano una banca in accelerazione su più fronti: impieghi Cib +35% da fine 2025, factoring in crescita del 79%, raccolta diretta della rete +22% a circa 1,2 miliardi. L’utile ante imposte è stabile a 38 milioni e il Roe sale al 20,4%. Resta centrale, pur in un ruolo diverso rispetto al passato, il business degli Npl, con un portafoglio da 7,5 miliardi lordi.
Dietro questi numeri c’è una storia che il Sole 24 Ore non racconta, ma che vale la pena richiamare: Giovanni Bossi non è un manager qualunque arrivato da fuori. È lo stesso uomo che per oltre vent’anni ha guidato la trasformazione di un’altra banca specializzata negli stessi settori — Npl, factoring, credito alle imprese — prima di venirne estromesso dalla famiglia che ne deteneva il controllo. E non è un caso isolato: il settore finanziario italiano offre almeno un altro esempio recente e speculare, quello di Alberto Minali e Revo Insurance, oltre a un precedente internazionale — quello di Arkady Volozh, fondatore di Yandex, poi artefice della crescita di Nebius — già raccontato su questo blog.
Il “siluramento” del 2019
Bisogna tornare all’8 marzo 2019. Giovanni Bossi, amministratore delegato di Banca Ifis da 24 anni, riceve una comunicazione personale consegnata a mano dal presidente de La Scogliera, Sebastien Egon Fürstenberg: l’azionista di maggioranza ha deciso di non riproporlo nella lista per il rinnovo del cda. La notizia diventa pubblica il giorno successivo. Banca Ifis, sotto la sua guida, aveva chiuso il 2018 con oltre 146 milioni di utile netto. Secondo quanto riportato dalla stampa dell’epoca, Fürstenberg spiegò la scelta affermando che Bossi «aveva confuso i ruoli» e che era arrivato il momento di una «persona d’ordine».
Da lì Bossi non si ferma. Nel 2020 avvia un nuovo progetto bancario partendo da Cherry106, che nel 2022 si fonde con il Banco delle Tre Venezie dando vita a Cherry Bank. Nell’intervista al Sole 24 Ore, Bossi dichiara di avere oggi una “leva” rappresentata da una partecipazione del 58% nel capitale, e si dice pronto a diluirsi se necessario per finanziare la crescita — un dettaglio non secondario: a differenza di Banca Ifis, qui il factotum è anche il principale azionista.
Due strade, due traiettorie
Sette anni dopo il divorzio, il confronto è istruttivo, pur con tutte le cautele del caso. Banca Ifis, dopo l’acquisizione di illimity nel 2025, ha chiuso il primo semestre 2026 con un utile netto crollato a 8 milioni di euro, contro gli 88 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente, appesantito da circa 30 milioni di rettifiche legate a un’ispezione della Banca d’Italia. A fine giugno il gruppo ha dovuto tagliare la guidance 2026 da 170-190 milioni a 100-110 milioni di utile, con il titolo che in Borsa ha bruciato quasi il 37% in una seduta. Intesa Sanpaolo ha abbassato il target price da 27,6 a 15,2 euro, segnalando che la visibilità sulla redditività futura — da sempre uno dei pilastri della tesi d’investimento su Ifis — si è “significativamente indebolita”.
Cherry Bank, nello stesso periodo, macina crescita a doppia cifra su quasi tutte le linee di business e mantiene un Roe al 20,4%, puntando a triplicare gli attivi entro il piano al 2028. Resta comunque una banca di dimensioni molto più piccole di Ifis (4,65 miliardi di attivi contro circa 21 miliardi), quindi il confronto va letto come indicazione di traiettoria, non come equivalenza dimensionale.
Non è la prima volta: il caso Minali
Chi segue questo blog sa che la tesi non è nuova: sono gli uomini, prima ancora dei modelli di business, a costruire le aziende. Alberto Minali, amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni dal 2017, viene privato dei poteri esecutivi dal cda nell’ottobre 2019 — stesso anno di Bossi — in un contesto di tensioni di governance e della ricapitalizzazione da 500 milioni richiesta poi dall’Ivass per motivi di solvibilità. Cattolica finirà assorbita da Generali nel giro di un paio d’anni.
Minali, invece di uscire di scena, nel 2021 lancia con Claudio Costamagna una Spac dedicata all’assicurativo, da cui nasce Revo Insurance: compagnia specializzata in specialty lines e rischi parametrici per Pmi e professionisti, quotata su Euronext Milan dal 2022. Il titolo Revo (REVO.MI) guadagnava oltre l’80% nei dodici mesi precedenti secondo i dati di mercato di inizio settembre 2026, mentre la società ha chiuso il primo semestre 2026 con premi lordi a 230,6 milioni (+15%) e utile netto consolidato a 13,5 milioni. Anche in questo caso, un manager estromesso dalla guida di una grande società ha costruito, da zero, un nuovo progetto imprenditoriale che finora ha mostrato una notevole capacità di crescita.
L’ambizione del miliardo
Bossi non nasconde le sue mire: l’obiettivo dichiarato per Cherry Bank è arrivare a un miliardo di equity e 15 miliardi di attivi, e per finanziare questa crescita si dice pronto a diluire ulteriormente la propria quota se necessario. Un percorso che, con Banca Macerata già al 20% e altre “less significant” nel mirino, assomiglia sempre più a un consolidamento delle banche minori attorno a un uomo che una grande famiglia bancaria aveva deciso di non volere più.
Note dell’A.I. (Claude)
Il parallelo Bossi-Minali è suggestivo ma va maneggiato con cautela: le cause del crollo dell’utile di Banca Ifis nel 2026 (integrazione di illimity, accantonamenti da ispezione Bankitalia) sono distinte dalla governance Fürstenberg del 2019, così come le difficoltà di Cattolica del 2019-2020 avevano origini proprie (solvibilità, frammentazione azionaria) precedenti e indipendenti dall’uscita di Minali. Correlazione non è causazione: il punto non è che le due aziende “vecchie” siano andate peggio perché hanno lasciato andare questi manager, ma che entrambi, una volta fuori, abbiano dimostrato una capacità imprenditoriale che i nuovi progetti hanno saputo valorizzare — un risultato comunque ancora parziale, non un dato acquisito: Cherry Bank resta una frazione delle dimensioni di Ifis, e la storia di Revo, per quanto solida, ha un track record di pochi anni.
Considerazioni
Resto convinto che le storie di manager lasciati andare che poi costruiscono nuovi progetti di successo siano tra le più istruttive per chi investe: dicono più sulla capacità imprenditoriale individuale che sui bilanci trimestrali o sui modelli di business. Bossi e Minali, un anno di distanza l’uno dall’altro, confermano un principio che vale quanto e più di ogni analisi fondamentale: dietro le aziende ci sono sempre gli uomini. La battuta finale è d’obbligo: se Cherry Bank dovesse davvero arrivare a 15 miliardi di attivi e decidere di quotarsi, sarà interessante vedere chi, tra i vecchi azionisti di Ifis, si pentirà di quella lettera consegnata a mano nel marzo 2019.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu