
Fonte: Briefing.com — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (SEC filings Klarna, PYMNTS, FinTech Weekly, Forbes Advisor, NerdWallet, Chargebacks911, MEF Dipartimento del Tesoro)
Klarna Group (KLAR) ha chiuso il secondo trimestre con numeri che, sulla carta, sono positivi: utile operativo adjusted di 91 milioni di dollari e ricavi in crescita del 26,6% a/a a 1,04 miliardi, sopra le attese. Il titolo, però, è crollato del 20% in Borsa, penalizzato dal taglio della guidance annuale: i ricavi FY26 sono stati rivisti a 4,08-4,16 miliardi di dollari, contro un obiettivo precedente sopra i 4,34 miliardi, e il GMV (il valore totale delle transazioni) a 149-151 miliardi, contro oltre 155 miliardi previsti in precedenza. Il management attribuisce il taglio a circa 600 milioni di dollari di impatto cambio e a una view più prudente sui volumi europei, in particolare in Germania, il mercato più importante del gruppo.
Dietro la cronaca finanziaria, però, c’è un tema che meritava un approfondimento più profondo: chi paga davvero, e quanto, il “compra ora, paga dopo”. Il “Pay in 4” a tasso zero, quello pubblicizzato in ogni checkout online, è effettivamente gratuito per il consumatore — a pagare è il negoziante, tramite commissioni superiori a quelle di una normale carta di credito, in cambio di un carrello medio più alto e meno abbandoni. Una quota crescente di ricavi arriva invece dal “Fair Financing”, il prodotto di finanziamento a rate più lunghe per acquisti di importo maggiore, dove gli interessi li paga il consumatore — e possono arrivare fino al 35,99% APR.
Numeri del trimestre
Il GMV del Q2 è salito del 18% a 36,6 miliardi di dollari, mentre i ricavi sono cresciuti del 27%. Il differenziale suggerisce una maggiore monetizzazione del volume transato e un mix di prodotti complessivamente più favorevole; il Fair Financing, insieme agli altri prodotti a maggior rendimento, contribuisce a questa dinamica. Gli Stati Uniti restano il punto di forza: ricavi USA a 376 milioni (+37% a/a), a fronte di una crescita dei volumi del 27%.
Il rovescio della medaglia si vede nella guidance sul Q3: l’utile operativo adjusted atteso crolla a soli 5-15 milioni di dollari, contro i 91 milioni del Q2. Klarna definisce il trimestre una “fase di investimento deliberata”, con lanci di prodotto e spesa marketing che precedono i benefici in termini di volumi.
Quanto costa davvero il credito Klarna
Sul Fair Financing, le APR variano dallo 0% (promozionale, riservato ai profili di credito migliori, secondo quanto Klarna stessa dichiara ufficialmente) fino al 35,99%, con il tasso determinato anche dalla solvibilità del cliente. Per confronto, il tasso medio di una carta di credito USA oggi si aggira sul 22-25% APR. Su un acquisto da 500 dollari finanziato in 24 mesi al tasso massimo, il costo totale può superare i 700 dollari. Le categorie tipiche di questo prodotto sono mobili, elettrodomestici ed elettronica di importo elevato — ma gli analisti del settore segnalano con crescente insistenza l’espansione del BNPL verso categorie di spesa essenziale, come generi alimentari e spese mediche, un fenomeno che molti osservatori leggono non come maggiore comodità, ma come possibile sintomo di stress finanziario dei consumatori. Nel 2024 Klarna ha registrato 254 milioni di dollari di ricavi da commissioni legate a pagamenti in ritardo (saliti a 261 milioni nel 2025) — un dato che mostra come anche i ritardi nei pagamenti generino ricavi per l’azienda, e che solleva una domanda legittima sul rapporto tra sostenibilità del credito offerto e incentivi economici del prestatore.
Sul fronte del rischio di credito, Klarna utilizza strutture diverse a seconda del mercato. Sui prestiti USA, un accordo di forward-flow/whole-loan sale con fondi gestiti da Elliott Investment Management — ampliato nel marzo 2026 a 2 miliardi di dollari, con capacità di finanziare fino a 17 miliardi di dollari di US Financing nel periodo dell’accordo — prevede la vendita diretta dei crediti: Elliott ne diventa proprietario e assume il rischio di insolvenza. Su una parte dei prestiti in euro, invece, Klarna ha annunciato nell’aprile 2026 un’operazione di Significant Risk Transfer da 1,7 miliardi di euro con Värde Partners: qui il rischio si trasferisce sinteticamente a investitori terzi, ma i prestiti restano formalmente in bilancio. Sono due meccanismi distinti, entrambi funzionali allo stesso obiettivo: liberare capitale per finanziare nuova crescita, a condizione che il mercato del private credit continui a voler comprare quel rischio.
Il confronto con l’Italia
Un tasso come il 35,99% APR, legale negli Stati Uniti e applicabile solo alla clientela statunitense, se trasposto nel perimetro italiano per una corrispondente operazione di credito al consumo potrebbe entrare nel territorio delle soglie antiusura. La Legge 108/1996 impone infatti un tetto ai tassi di interesse, ricalcolato trimestralmente per categoria di operazione e classe d’importo: il tasso soglia si ottiene aumentando il Tasso Effettivo Globale Medio (TEGM) di un quarto, con un margine aggiuntivo di 4 punti percentuali e uno scostamento massimo di 8 punti dal tasso medio. Confrontata con le soglie antiusura italiane applicabili alle diverse categorie di credito al consumo, una percentuale come il 35,99% risulta largamente superiore a quelle previste per molte operazioni. Ai sensi dell’art. 1815 del codice civile, superata la soglia la clausola sugli interessi è nulla; resta inoltre in vigore l’art. 644 del codice penale sul reato di usura.
Note dell’A.I. (Claude)
Alcune precisazioni utili a inquadrare correttamente il tema. Primo: il principio secondo cui l’attività di credito verso consumatori italiani debba rispettare la normativa italiana applicabile è corretto, ma la questione è più articolata della semplice licenza bancaria svedese di Klarna — entrano in gioco la legge applicabile al contratto, la struttura del prodotto, il meccanismo del passaporto europeo e la disciplina UE sul credito ai consumatori. Non esiste quindi un singolo dato che “spieghi” da solo l’assoggettamento alla normativa italiana.
Secondo: i dati di delinquency comunicati da Klarna (0,88% sul BNPL globale, 2,18% sul Fair Financing nel Q2 2025) non mostrano, a oggi, un deterioramento drammatico della qualità del credito — un elemento utile a bilanciare la lettura più critica esposta nelle Considerazioni. Terzo: sono in corso class action legate alla IPO di settembre 2025, incentrate proprio sulle comunicazioni di Klarna riguardo a rischio di credito e accantonamenti per perdite — un fronte legale, non solo mediatico, da monitorare nei prossimi trimestri. Quarto: la documentazione USA di Klarna richiama espressamente le norme di fair lending e vieta il targeting pubblicitario su caratteristiche protette — non ci sono quindi elementi che dimostrino un’intenzionalità nel rivolgersi selettivamente alle fasce più povere della popolazione, anche se l’effetto distributivo del prodotto resta un tema legittimo di discussione.
Considerazioni
Qui la penso in modo netto, e la espongo come mia opinione: quello che viene presentato come “innovazione nei pagamenti” apre, in una parte non trascurabile del business, dinamiche che — se trasposte nel perimetro italiano per una corrispondente operazione di credito al consumo — potrebbero entrare nel territorio delle soglie antiusura. Non sto dicendo che Klarna commetta un reato: opera legalmente, nella giurisdizione in cui quei tassi sono consentiti. Ma un tasso del 35,99%, pensato anche per chi ha un profilo di credito debole — cioè esattamente la fascia di popolazione che le banche tradizionali già faticano a servire, o servono a condizioni severe — mi pone una domanda che non riesco a togliermi dalla testa: dov’è, esattamente, il confine tra inclusione finanziaria e credito predatorio? A mio giudizio, quando il credito a costo elevato viene offerto proprio a chi ha minore accesso al credito tradizionale, quel confine merita di essere discusso apertamente, non archiviato con lo slogan del “democratizzare i pagamenti”.
Il fatto che negli Stati Uniti — e solo lì, non in Italia né nel resto d’Europa — questi tassi siano perfettamente legali, mentre una soglia paragonabile nel nostro ordinamento rischierebbe di sfiorare l’usura penale, dice molto sulla differenza di tutela del consumatore tra i due sistemi. E il dato che più mi fa riflettere non è nemmeno il tasso in sé: è l’espansione del BNPL verso generi alimentari e spese mediche. Quando la gente comincia a rateizzare la spesa al supermercato o una visita dal dentista, è legittimo chiedersi se stiamo parlando ancora di comodità di pagamento, o di persone che arrivano a fine mese con difficoltà e vengono agganciate a un debito a interessi crescenti proprio nel momento di maggiore vulnerabilità. I 254 milioni di dollari di commissioni da ritardo incassati nel 2024 (261 milioni nel 2025) non provano un’intenzione, ma pongono una domanda che trovo scomoda: quanto, negli incentivi economici di questo modello, dipende anche dal fatto che il cliente non riesca a pagare in tempo?
Aggiungo un’ultima cosa, da chi segue i mercati privati da anni su questo blog: la scelta di Klarna di vendere una fetta crescente di questi crediti a fondi di private credit come Elliott, o di trasferirne sinteticamente il rischio tramite operazioni come quella con Värde, mi ricorda da vicino le dinamiche già viste — e criticate qui — nel private credit retail dai tempi di Blackstone BREIT. Il rischio di credito viene spostato, con strutture diverse, verso investitori istituzionali, mentre l’origination continua a crescere verso una clientela sempre più fragile. Resta una domanda aperta, non una previsione: quanto è solido questo modello se l’appetito del private credit per questo tipo di rischio dovesse, in una fase di rallentamento macro, diminuire proprio mentre si deteriora la capacità di rimborso dei debitori più esposti?
Conflitto di interesse: Nessuna posizione nei titoli citati in questo articolo.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu