24/10/26 Göteborgs-Posten: Volvo taglia 2.000 posti in Svezia — è finito il sogno svedese?

Pubblicità Volvo degli anni Cinquanta: una berlina rossa in spiaggia con una coppia in costume

Il sogno svedese in una pubblicità Volvo degli anni Cinquanta.

Fonte: Göteborgs-Posten, edizione del 24/10/2026 — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (comunicati Volvo Cars, Reuters, Brå – Consiglio nazionale svedese per la prevenzione del crimine, Sveriges Radio, Euronews, Al Jazeera, Comune di Borlänge, PISM)

Venerdì 23 ottobre Volvo Cars ha presentato la trimestrale più nera della sua storia recente. Nel terzo trimestre 2026 il fatturato è sceso a 66,9 miliardi di corone svedesi, contro gli 86,4 di un anno prima. Il risultato operativo è precipitato a -5,6 miliardi, contro un utile di 6,4 miliardi, e il margine è passato dal +7,4% al -8,4%. In Borsa il titolo ha perso il 24,2% in una sola seduta. Dall’inizio dell’anno sono andati in fumo circa due terzi del valore della società.

La risposta è un nuovo piano di risparmi da 5 miliardi di corone, il terzo in due anni dopo quello da 18 miliardi del 2025 e quello da 5 miliardi di inizio 2026. Il piano prevede 2.500 posti di lavoro in meno nel mondo, di cui 2.000 in Svezia, quasi tutti impiegati e in maggioranza a Göteborg, città di cui Volvo Cars è il primo datore di lavoro privato. Seicento dei tagli riguardano consulenti esterni. L’amministratore delegato Håkan Samuelsson non esclude altri interventi all’inizio del 2027. Le vendite in Cina si sono quasi dimezzate e negli Stati Uniti pesano i dazi. Il nuovo SUV elettrico EX60 doveva arrivare a 40.000 esemplari nel 2026, ma finora ne sono stati prodotti circa 1.500.

Sulle pagine del quotidiano di Göteborg, i dipendenti denunciano una “cultura del silenzio” e della paura. Il sindacato Unionen parla di una giornata “enormemente pesante e frustrante”. La ministra dell’Industria Ebba Busch se la prende con l’Unione Europea, che si appresta a rinviare lo stop ai motori termici del 2035. È un divieto su cui Volvo aveva scommesso miliardi.

Ma la vicenda Volvo è solo una crisi aziendale? Oppure è il sintomo di qualcosa di più profondo, cioè il logoramento di quel “modello svedese” che per mezzo secolo l’Europa ha guardato con ammirazione? Saab è fallita, Northvolt è fallita e Volvo è da sedici anni in mani cinesi. Nello stesso periodo la Svezia ha dovuto ammettere, per bocca dei suoi stessi governanti, il fallimento delle politiche di integrazione. E oggi, a sei settimane dal voto, il Paese non ha ancora un governo, mentre la polizia indaga su presunti brogli elettorali.

I numeri di una disfatta

Volvo Cars – 3° trimestre 2026 2025
Fatturato (mld SEK) 66,9 86,4
Risultato operativo (mld SEK) -5,6 6,4
Margine operativo -8,4% 7,4%
Auto vendute nel mondo 141.609 -10,7%

Il confronto con un anno fa è impietoso anche per un altro motivo. Il terzo trimestre 2025 era stato uno dei migliori da molto tempo, gonfiato dagli effetti del piano di tagli da 18 miliardi e dalla riduzione dei dazi americani sulle auto europee. Quel rimbalzo si è rivelato un’illusione. In Cina, mercato su cui Volvo aveva costruito la sua strategia premium, il fatturato è calato di quasi il 50%. Lo stesso Samuelsson riconosce che la vecchia ricetta non funziona più: auto progettate a Göteborg e vendute a prezzi premium ai cinesi. Ora servono piattaforme sviluppate in Cina, software cinese e produzione locale, il tutto insieme a Geely.

Restano alcune note positive. In Europa il 45% delle vendite è elettrico, e l’EX60 ha raccolto 50.000 ordini. La produzione però non decolla, e un ordine non consegnato non incassa nulla.

Il modello svedese, pezzo per pezzo

Chi ha la mia età ricorda la Svezia degli anni Sessanta e Settanta come un mito. Le bionde scandinave dei film, il welfare più generoso del mondo, sindacati forti ma responsabili e un’industria che esportava qualità ovunque: Volvo, Saab, Ericsson, Electrolux, ASEA. La Svezia era la “terza via” tra capitalismo e socialismo, e una generazione di politici europei andava a Stoccolma a prendere appunti.

Guardiamo che cosa ne resta nell’industria dell’auto e delle batterie:

  • Volvo Cars: venduta a Ford nel 1999 e poi alla cinese Geely nel 2010. È quotata a Stoccolma, ma le decisioni strategiche ormai si prendono guardando a Hangzhou.
  • Saab Automobile: passata a General Motors, poi all’olandese Spyker, è fallita nel 2011.
  • Northvolt: doveva essere il campione europeo delle batterie, sostenuto da miliardi di capitali pubblici e privati. È fallita nel 2025.

Il filo conduttore è la difficoltà di un Paese di dieci milioni di abitanti a restare competitivo in settori ad alta intensità di capitale. Il costo del lavoro è tra i più alti al mondo e la concorrenza cinese è sovvenzionata. A questo si aggiunge l’ultima scommessa politica: la transizione elettrica imposta per legge da Bruxelles, che ora la stessa Europa si appresta a rinviare. Ebba Busch ha ragione a dire che le aziende svedesi hanno investito miliardi per rispettare regole che oggi vengono cambiate in corsa. Resta però una domanda: chi ha applaudito quelle regole quando sono state scritte?

La seconda crepa: l’integrazione mancata

Il modello svedese non era solo industria, era anche coesione sociale. Si basava su un patto implicito: tasse altissime in cambio di servizi eccellenti, in una società omogenea dove ci si fidava dello Stato e del vicino di casa. Su questo fronte la crepa è altrettanto visibile.

Nel 2015 la Svezia accolse circa 163.000 richiedenti asilo, il numero più alto d’Europa in rapporto alla popolazione. Arrivavano soprattutto da Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia, dopo le ondate precedenti dall’ex Jugoslavia e dal Corno d’Africa. Oggi circa un residente su cinque (20,8% nel 2025) è nato all’estero.

I dati ufficiali sul rapporto tra immigrazione e criminalità esistono, anche se in Svezia si è evitato a lungo di raccoglierli. Lo studio del 2021 del Brå, il Consiglio nazionale per la prevenzione del crimine, ha analizzato i sospettati registrati tra il 2007 e il 2018:

  • chi è nato all’estero ha 2,5 volte più probabilità di essere registrato come sospettato di un reato rispetto a uno svedese con entrambi i genitori svedesi;
  • per chi è nato in Svezia da due genitori immigrati, cioè la seconda generazione, il rapporto supera le 3 volte;
  • tra il 2007 e il 2018 i sospettati per omicidio e tentato omicidio sono aumentati proprio nella seconda generazione.

Il secondo dato è forse il più eloquente. Non si tratta di persone arrivate da adulte con un bagaglio di guerra alle spalle, ma di ragazzi nati e cresciuti in Svezia, passati per le scuole svedesi. Sono figli di un’integrazione che non è avvenuta. Sono nati quartieri segregati che la polizia classifica come “aree vulnerabili”, con disoccupazione alta, dipendenza dai sussidi e reclutamento di minorenni da parte delle gang. Nel 2023 la violenza armata in Svezia era 2,5 volte la media europea. Un Paese che negli anni Sessanta era sinonimo di sicurezza è arrivato ad avere uno dei tassi di omicidi con armi da fuoco più alti dell’Unione.

Non sono parole mie. Le ha scritte nel 2024 l’allora primo ministro Ulf Kristersson: l’immigrazione massiccia unita a una cattiva integrazione semplicemente non funziona. Il suo governo ha voluto rendere la politica migratoria svedese la più restrittiva d’Europa. Nel 2024, per la prima volta da decenni, le persone che lasciavano la Svezia hanno superato quelle che arrivavano.

Il legame con Volvo non è diretto. Non sono stati gli immigrati a far crollare le vendite in Cina. Il legame è più sottile: entrambe le crisi nascono dallo stesso vizio, una classe dirigente che ha preferito l’ideologia al realismo. Ha creduto che bastasse la buona volontà per integrare centinaia di migliaia di persone, che bastasse una legge europea per creare un mercato dell’auto elettrica e che bastassero i sussidi per creare un campione delle batterie. Il conto, in entrambi i casi, lo pagano i cittadini comuni: l’impiegato Volvo di Göteborg che perde il posto e l’abitante del quartiere dove si spara.

Il caos del dopo-elezioni

Va detto che le misure del governo Kristersson hanno funzionato: più poteri di sorveglianza, pene più dure, età della responsabilità penale abbassata, arresti dei boss all’estero. Le sparatorie sono passate da 390 nel 2022 a 147 nel 2025, il 63% in meno. Nel 2025 gli omicidi sono scesi al livello più basso dal 2012. Restano però circa 17.500 membri attivi di gang secondo la polizia.

Eppure alle elezioni del 13 settembre 2026 gli svedesi hanno bocciato quel governo, anche se di pochissimo. Il blocco di sinistra di Magdalena Andersson ha ottenuto 176 seggi contro 173, con uno scarto di circa lo 0,8% dei voti. I Democratici Svedesi, il partito anti-immigrazione, hanno perso consensi per la prima volta, scendendo al 17,5%. Secondo l’exit poll della TV pubblica SVT, gli elettori di origine extraeuropea, cioè nati fuori dall’Europa o figli di genitori nati fuori dall’Europa, hanno votato in larga maggioranza a sinistra. Oggi rappresentano circa il 13% dell’elettorato, intorno al milione di voti, e la loro quota cresce. Sono circolati calcoli secondo cui senza di loro avrebbe vinto la destra, 181 seggi a 168.

Poi è arrivato il caso Borlänge, una cittadina della contea di Dalarna. Un candidato poco noto del Partito della Sinistra, che aveva ottenuto la cittadinanza svedese solo nel febbraio 2026, è stato eletto in Parlamento grazie a un numero anomalo di voti di preferenza, scavalcando il capolista del suo partito. Ci sono segnalazioni di schede consegnate già compilate. La procura ha aperto un’indagine per indebite pressioni sul voto, coordinata dall’unità nazionale anticorruzione. Il 20 ottobre la polizia ha eseguito perquisizioni e tre persone risultano indagate. I servizi di sicurezza seguono l’inchiesta.

Per correttezza: il controllo interno del Comune non ha trovato prove di brogli sistematici nei seggi, e l’organo che decide sui ricorsi elettorali non si è ancora pronunciato. Se lo facesse, si rivoterebbe solo in Dalarna, e sarebbe la prima volta nella storia svedese.

Intanto il Paese è senza governo. Il 15 ottobre il Parlamento ha bocciato Andersson come premier con 248 voti contrari e 99 favorevoli: il suo blocco è diviso tra il Partito di Centro e la Sinistra, che si pongono veti a vicenda. Il presidente del Parlamento può proporre al massimo quattro candidati. Se vengono respinti tutti, la Svezia torna alle urne. È questo il governo, ancora da formare, che dovrà gestire la crisi Volvo.

Il punto di vista del risparmiatore italiano

  • Attenzione al nome. Volvo Cars (VOLCAR B, Nasdaq Stockholm) è una cosa. AB Volvo, quella dei camion (VOLV B), è un’altra società, separata dal 1999 e con andamenti diversi. Il crollo di venerdì riguarda solo le auto.
  • Accessibilità e cambio. Il titolo si compra sulla Borsa di Stoccolma tramite i broker che offrono i mercati nordici (Directa, Fineco e altri). Il rischio di cambio corona/euro si somma a quello aziendale.
  • Fisco. Le plusvalenze sono tassate al 26%. Sui dividendi svedesi la ritenuta alla fonte è del 30%, riducibile al 15% con il trattato Italia-Svezia ma con una procedura di rimborso lenta. Per ora il problema non si pone: Volvo Cars non paga dividendo.
  • Rischio politico. Lo stallo di governo e la possibilità di nuove elezioni aggiungono incertezza su politica industriale, sussidi all’elettrico e fiscalità d’impresa proprio mentre Volvo ristruttura.
  • Chi cerca un “rimbalzo”. Un titolo che ha perso due terzi del valore può sembrare a sconto. Però l’azionista di controllo è cinese, la strategia dichiarata sposta il baricentro verso la Cina e il management stesso parla di “due anni duri”. Il prezzo basso non è di per sé un margine di sicurezza.

Note dell’A.I. (Claude)

Condivido l’analisi della crisi industriale, ma ho tre obiezioni.

1. La crisi Volvo non è una crisi svedese. Le stesse forze stanno colpendo tutta l’industria automobilistica europea: crollo del mercato cinese, concorrenza di BYD e degli altri produttori cinesi, dazi americani, transizione elettrica a strappi. Volkswagen, Porsche e Stellantis attraversano difficoltà analoghe in Paesi con storie migratorie diverse. Se lo stesso effetto si presenta in società molto diverse, la causa va cercata nel mercato, non nella società svedese.

2. I dati Brå mostrano una sovrarappresentazione, non ne spiegano la causa. Lo stesso Brå ha dichiarato che è difficile stabilire a cosa sia dovuta. Le statistiche distinguono per luogo di nascita, non per religione o cultura. Chi arriva da Siria, Afghanistan o Somalia è quasi sempre un profugo di guerra, spesso con bassa istruzione, e finisce concentrato in quartieri segregati: sono tutti fattori legati alla criminalità in qualunque popolazione. Il fatto che il dato peggiore riguardi la seconda generazione, nata in Svezia, punta più verso il fallimento delle politiche di integrazione che verso caratteristiche portate dal Paese d’origine. Va ricordato anche che, secondo lo stesso studio, tra il 2007 e il 2018 la quota di sospettati è scesa in tutti i gruppi, immigrati compresi.

3. Brogli e voto degli immigrati sono due questioni diverse. L’inchiesta di Borlänge riguarda presunte irregolarità sui voti di preferenza per un singolo candidato, e non è ancora accertato nulla. Il voto in massa a sinistra degli elettori di origine extraeuropea è invece un voto legittimo di cittadini svedesi. Mescolare le due cose indebolirebbe la credibilità di entrambe le osservazioni. Infine, la Svezia resta tra i Paesi più ricchi e meno indebitati d’Europa: il debito pubblico è intorno al 35% del PIL, contro circa il 135% dell’Italia. Parlare di “crollo del sogno” è una chiave di lettura legittima, ma resta una tesi.

Considerazioni

Rispetto le cautele statistiche di Claude, ma non le condivido fino in fondo. A mio giudizio è inutile girare il cucchiaio nel manico. I problemi non li ha creati l’immigrazione in generale: la Svezia ha integrato bene finlandesi, italiani, jugoslavi, cileni. Li ha creati l’immigrazione da Paesi come Afghanistan, Siria, Iraq, Somalia e Nord Africa, con culture, religioni e rapporti con lo Stato e con la donna lontanissimi da quelli scandinavi. Non è razzismo. È constatare che l’integrazione non è automatica, e che più la distanza culturale è grande, più è difficile. Lo dice ormai anche la politica svedese, che per anni ha liquidato chi lo sosteneva come xenofobo.

Per chi, come me, è cresciuto con il mito della Svezia degli anni Sessanta e Settanta, quella del welfare perfetto e della società tranquilla, quello che è successo è un cambio di paradigma completo. E vedere un’elezione decisa da poche decine di migliaia di voti, con un’inchiesta per brogli in corso, in quella che era considerata la democrazia più ordinata d’Europa, mi sembra il simbolo perfetto di quanto quel sogno sia lontano. Volvo, in fondo, è solo l’ultima tessera di un mosaico che si sta sgretolando.

L’autore non detiene posizioni sui titoli citati in questo articolo.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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