
Fonte: Bloomberg — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (comunicati EssilorLuxottica, dati Borsa Italiana)
La spaccatura da 40 miliardi di euro nel clan EssilorLuxottica cresce dopo l’uscita dell’erede
Di Antonio Vanuzzo e Daniele Lepido — Bloomberg, 30 agosto 2026
Punti chiave (Bloomberg AI):
- Lo scontro sull’eredità da oltre 40 miliardi di euro di Leonardo Del Vecchio si è inasprito dopo l’uscita del figlio Leonardo Maria Del Vecchio dai ruoli operativi in EssilorLuxottica SA.
- La decisione di Leonardo Maria di dimettersi per concentrarsi sul proprio family office LMDV Capital rimuove l’erede al centro dell’ultimo tentativo di riorganizzare la proprietà di Delfin.
- L’impasse in Delfin sta diventando una fonte di distrazione per EssilorLuxottica, impegnata a mantenere la leadership nel mercato degli occhiali smart con intelligenza artificiale e a proteggere i margini a fronte di una concorrenza crescente.
La battaglia sul patrimonio di oltre 40 miliardi di euro (46,6 miliardi di dollari) del fondatore Leonardo Del Vecchio si è inasprita in seguito all’uscita di uno dei suoi eredi dai ruoli gestionali della società di occhialeria da lui creata.
Leonardo Maria Del Vecchio, quarto figlio del fondatore, aveva cercato — senza successo — di rompere lo stallo nella holding di famiglia Delfin Sarl, il maggior azionista di EssilorLuxottica SA. La sua decisione improvvisa, resa nota martedì, di dimettersi dalle cariche nella società di occhialeria per concentrarsi sul proprio family office LMDV Capital, allontana dal gruppo l’erede al centro dell’ultimo tentativo di ristrutturare l’assetto proprietario di Delfin. Dalla morte del fondatore, la famiglia è bloccata in una faida che dura da quattro anni.
Le divergenze tra gli otto eredi e i loro numerosi consulenti su struttura, proprietà e operatività di Delfin hanno causato una crisi di governance in un protagonista chiave del sistema finanziario italiano, con conseguenze non solo per EssilorLuxottica ma per l’intero settore finanziario del Paese. Delfin è infatti il primo azionista di Banca Monte dei Paschi di Siena SpA (l’istituto al centro della nuova fase di consolidamento bancario in Italia) e detiene quote in Assicurazioni Generali SpA, tra i maggiori assicuratori europei, oltre a una partecipazione in UniCredit SpA.
Per EssilorLuxottica, lo stallo nell’asse ereditario sta diventando una distrazione proprio mentre cerca di mantenere il vantaggio competitivo nel mercato degli occhiali smart dotati di intelligenza artificiale — prodotti insieme a Meta Platforms Inc. — e di tutelare i propri margini di guadagno. Una sfida sempre più complessa con l’ingresso nel settore di colossi come Apple, Google e Samsung.
«La complessità della governance di Delfin ha avuto un impatto sulle azioni EssilorLuxottica», ha affermato Nicolò Nunziata, equity e multi-asset strategist di Banca Finint, segnalando anche le pressioni derivanti da una concorrenza sempre più agguerrita. «Sono anni che la governance è condizionata da conflitti interni, e potrebbe sicuramente migliorare».
Dall’inizio dell’anno le azioni EssilorLuxottica hanno perso circa il 40%, portando la capitalizzazione di mercato della società a circa 75 miliardi di euro. Secondo i calcoli di Bloomberg, al valore di venerdì la società rappresenta circa il 60% degli asset di Delfin. Per sostenere il titolo dopo i forti cali e a seguito dell’uscita di Leonardo Maria, EssilorLuxottica ha annunciato venerdì un piano di riacquisto (buyback) fino a cinque milioni di azioni, per un valore di oltre 800 milioni di euro ai prezzi attuali.

Meno valore da distribuire
Il calo di EssilorLuxottica riduce il valore delle partecipazioni di Delfin della famiglia Del Vecchio.
La dimissione di Leonardo Maria segna una netta inversione di rotta nei suoi rapporti con l’Amministratore Delegato Francesco Milleri, lo storico braccio destro scelto dal padre per guidare sia EssilorLuxottica sia Delfin. Dopo anni di pubblico sostegno a Milleri, Leonardo Maria ha utilizzato la sua lettera di addio per criticare una cultura aziendale definita più distante, affermando che i manager vengono celebrati quando le cose vanno bene, ma messi da parte quando la situazione si fa «scomoda».
«L’entusiasmo non è più quello di una volta», ha scritto nella lettera pubblicata dal quotidiano MF. «Il senso di appartenenza non è più lo stesso. La distanza si sente».
L’uscita di Leonardo Maria dai ruoli di Chief Strategist di EssilorLuxottica e di Presidente di Ray-Ban potrebbe non avere un impatto immediato sulle attività operative dell’azienda, essendosi lui concentrato principalmente su iniziative di marketing (come l’ingaggio del rapper A$AP Rocky come direttore creativo del famoso marchio di occhiali da sole). Secondo una persona informata sui fatti, è poco probabile che la società rimpiazzi le posizioni lasciate scoperte.
Tuttavia, con le sue dimissioni ha evidenziato un forte scontento verso la gestione aziendale, e non è chiaro se altri dirigenti o eredi condividano la sua posizione. Se così fosse, ciò potrebbe aumentare la pressione su Milleri, che ricopre la carica di Presidente di Delfin oltre a quella di CEO di EssilorLuxottica.
Un portavoce di EssilorLuxottica, Milleri e Delfin ha rifiutato di rilasciare commenti.
L’interesse di tutti
Le controversie in Delfin sono emerse dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio nel 2022. Il suo testamento ha lasciato ai suoi otto eredi una quota del 12,5% ciascuno nella holding di famiglia, senza nominare un unico responsabile. Il vincolo di una quasi-unanimità per le decisioni chiave si è rivelato un ostacolo insormontabile per gli eredi divisi: sei figli nati da tre madri diverse, la vedova Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico, figlio di quest’ultima nato da un precedente matrimonio.
All’inizio di quest’anno, il groviglio di controversie in Delfin sembrava avviato verso una possibile soluzione quando Leonardo Maria si è offerto di rilevare le quote di due fratelli, Luca e Paola. Il piano da 10 miliardi di euro gli avrebbe consentito di salire al 37,5% della holding familiare, aprendo la strada alla chiusura dell’asse ereditario. La proposta era stata approvata da una votazione familiare ad aprile, prima che divergenze sul finanziamento e sulla governance facessero naufragare l’accordo.
Gli eredi hanno inviato a Delfin formale notifica di trasferimento delle loro quote e si sono rivolti al tribunale del Lussemburgo — dove ha sede la holding — per sbloccare lo stallo. Il tribunale dovrebbe stabilire ufficialmente il valore delle quote, ma non esiste una tempistica certa, secondo fonti vicine alla vicenda.

Una valutazione stabilita dal tribunale potrebbe consentire ai soci di Delfin di trasferire le proprie quote nei rispettivi family office, facilitando eventuali transazioni tra i membri della famiglia e riducendo le dispute sul prezzo. La procedura non risolverà tuttavia la lite familiare né modificherà la governance di Delfin, e non eliminerà l’ostacolo principale: le decisioni di rilievo richiedono ancora un ampio consenso familiare.
«I problemi di governance del primo azionista di EssilorLuxottica non sono una novità», ha dichiarato Margherita Strazzari, asset manager di Sempione SIM. «Sebbene sia difficile stimare l’impatto sul titolo alla luce di fattori quali la crescente concorrenza negli occhiali AI, credo che siamo ancora lontani da una soluzione chiara per sbloccare l’impasse in Delfin. È una situazione che si trascina da anni. Il buyback di EssilorLuxottica dimostra la fiducia del management, ma non riduce concretamente il rischio legato a Delfin».
Note dell’A.I. (Claude)
Un paio di precisazioni utili per inquadrare la vicenda. Delfin controlla oggi circa il 32% di EssilorLuxottica: una quota di controllo solida ma non blindata, che rende la stabilità della holding una variabile non secondaria per chi guarda al titolo. L’ipotesi di un’offerta pubblica d’acquisto da parte di soci francesi in caso di ulteriore indebolimento della governance familiare è una chiave di lettura plausibile, non un fatto confermato da alcuna fonte: EssilorLuxottica nasce già dalla fusione paritaria tra il francese Essilor e l’italiano Luxottica, e un’eventuale ricomposizione degli equilibri interni al gruppo seguirebbe logiche di mercato e regolamentari (Consob, AMF) tutte da verificare, non un automatismo.
Vale anche la pena notare che le tre partecipazioni finanziarie di Delfin — MPS, Generali, UniCredit — non sono coinvolte direttamente nella disputa, ma un eventuale bisogno di liquidità della holding per finanziare la ricomposizione delle quote familiari potrebbe in teoria toccarle in futuro; al momento non ci sono elementi che indichino intenzioni di vendita.
Considerazioni
A mio giudizio è francamente difficile da comprendere come persone che devono l’intera propria fortuna al lavoro e al talento del padre — senza aver costruito loro stessi nulla — trovino la forza, o forse la leggerezza, di dilaniarsi pubblicamente per la spartizione di quella stessa fortuna. Non è la prima volta che accade nel capitalismo familiare italiano: sessanta anni fa Angelo Rizzoli, lasciando ai figli un’eredità enorme, era arrivato a dire che aveva dato loro talmente tanti soldi da rendere impossibile dissiparli. Nel giro di una generazione il gruppo Rizzoli era comunque finito in pezzi. La storia dei patrimoni di famiglia insegna che la ricchezza accumulata da un fondatore raramente sopravvive intatta al passaggio successivo, quando manca una regia unica e condivisa.
C’è però un aspetto di questa vicenda che mi tocca più da vicino, ed è quello che temo davvero: la sorte dell’attività produttiva e creativa di Agordo. Leonardo Del Vecchio era legato ad Agordo da un rapporto che definirei quasi sentimentale, e per capirlo bisogna guardare alla storia del paese. Negli anni Sessanta la chiusura della miniera Montedison aveva privato Agordo di una fonte di occupazione fondamentale, e il Comune arrivò a offrire terreni gratuiti a chi fosse disposto a impiantarvi un’attività. Da lì nacque Luxottica: esiste una foto ormai iconica del piccolissimo capannone di allora, con quattro o cinque auto parcheggiate davanti. Per un fondatore che si è fatto da sé, un legame così ha un valore che va ben oltre qualsiasi valutazione di impatto economico su un’attività collocata in un territorio marginale, con difficoltà di collegamenti stradali e ferroviari.
Temo che questo tipo di scrupolo — tenere in vita un polo produttivo e creativo in una valle di montagna per riconoscenza verso le proprie origini, più che per convenienza industriale — non sopravviverebbe a un passaggio di controllo in mano francese. La vicenda Stellantis ha mostrato con chiarezza come certe logiche, quando il baricentro decisionale si sposta oltralpe, smettano di avere questi riguardi. È un rischio che non riguarda il valore del titolo in Borsa, ma che mi sta comunque a cuore, ed è un motivo in più per augurarsi che la famiglia Del Vecchio trovi presto un accordo che tenga la governance — e con essa certe scelte di radicamento territoriale — saldamente in mani italiane.
Conflitto di interesse: L’autore non detiene posizioni in EssilorLuxottica (EL.PA), Banca Monte dei Paschi di Siena (BMPS.MI), Assicurazioni Generali (G.MI) o UniCredit (UCG.MI).
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu