09/09/26 – Crollo della società civile 2.0: quando l’AI alza l’asticella (e come resistere)

Illustrazioni dai Viaggi di Gulliver: gli Yahoo al lavoro sotto lo sguardo di un Houyhnhnm, e Gulliver in atteggiamento deferente verso il suo padrone cavallo

I Viaggi di Gulliver, quarto viaggio: a sinistra gli Yahoo — creature dall’aspetto umano, prive di ragione — impiegati come bestie da soma dai Houyhnhnm, i cavalli razionali che governano l’isola. A destra Gulliver, l’unico umano capace di parlare, nell’atteggiamento deferente di chi ha accettato di essere l’eccezione tollerata. Swift, 1726.

Fonte: Wall Street Journal — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (Newsweek, TRT World, AI Weekly, Common Dreams)

Rileggo il post che scrissi nel 2022 e mi rendo conto che la cronaca non ha fatto altro che confermare quanto la normalità sia un equilibrio fragilissimo. Allora parlavo di default argentini, crisi greche, banche libanesi, alluvioni che svuotano i supermercati, catene del farmaco che scricchiolano già in tempi di pace.

Oggi si aggiunge un pezzo nuovo. L’8 settembre 2026 Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato su pretraining prima a OpenAI e poi ad Anthropic, si è dimesso dichiarando che nessuno dei due laboratori sta agendo con sufficiente responsabilità nella corsa verso sistemi capaci di auto-migliorarsi, definendo la situazione un azzardo con le nostre vite. Non è catastrofismo da tavolino: è la voce di chi lavorava dentro la macchina. E il responsabile della ricerca sull’allineamento di Anthropic, Evan Hubinger, non ha smentito la sostanza — ha stimato lui stesso una probabilità superiore al 10% di un esito estremo entro un decennio, pur precisando che i modelli attuali restano a basso rischio.

Gli Yahoo di Swift, trecento anni dopo

Nel quarto viaggio di Gulliver, Swift immagina una terra governata dai Houyhnhnm, cavalli dotati di ragione pura, e popolata dagli Yahoo: creature dall’aspetto umano, sudicie, avide, incapaci di ragionare, che i cavalli tengono come bestie da lavoro e tollerano finché sono utili. La satira di Swift era rivolta all’umanità del Settecento. Trecento anni dopo l’immagine torna con una torsione che lui non poteva immaginare: la ragione pura non appartiene più a cavalli allegorici, ma a sistemi che stiamo costruendo noi, con le nostre mani e i nostri soldi.

Non sto dicendo che accadrà. Sto dicendo che l’ipotesi — sollevata da una parte della comunità di ricerca, non da tutta, e con forte disaccordo sulla probabilità — merita di essere pensata fino in fondo, perché è precisamente il tipo di ragionamento che il mondo finanziario ha sempre rifiutato di fare prima di ogni crisi: è improbabile, quindi non ci penso. E se anche si materializzasse, le leve non sarebbero bombe o robot per strada — quella resta fantascienza — ma un caos indotto in modo più subdolo: reti di trasporto e logistica che si inceppano, catena alimentare e sanitaria che si sfilaccia, mentre le infrastrutture industriali ed energetiche restano intatte perché servono al sistema stesso.

E l’oro? Qui c’è un paradosso che vale la pena guardare in faccia

Nel post del 2022 dedicavo pagine all’oro fisico, alle sterline, ai marenghi cuciti nella calza. Resta tutto valido — ma c’è un punto che va detto con onestà. L’oro funziona perché dall’altra parte dello scambio c’è sempre stato un essere umano che aveva fame, o paura, o bisogno, e che quel pezzo di metallo lo riconosceva. Cinquemila anni di storia monetaria poggiano su questo: un accordo fra uomini su cosa vale.

A un sistema che non mangia, non ha paura e non ha bisogno di commerciare con te, una sterlina d’oro non dice assolutamente nulla. È un disco di metallo di 8 grammi. Tutto il valore che gli attribuiamo evapora nel momento esatto in cui manca la controparte umana. Il che ci dice due cose. La prima: l’oro resta uno strumento eccellente per attraversare qualunque crisi fra esseri umani, ed è per questo che continua ad avere senso tenerlo. La seconda, più scomoda: se il rischio è la scomparsa della controparte umana, la vera contromisura non è accumulare valore da scambiare, ma ridurre a monte la necessità di scambiare. L’acqua che esce da un pozzo tuo, la legna del tuo bosco, l’orto dietro casa non hanno bisogno che qualcuno sia disposto a vendertele.

Tre scenari, non uno

1. Collasso “tradizionale”. Guerra, default a catena, blackout prolungati, pandemie, disastri climatici. La rete logistica just-in-time si spezza, i bancomat si spengono, i supermercati si svuotano in poche ore, le medicine spariscono. È lo scenario del 2022, confermato punto per punto dalla cronaca.

2. Collasso ibrido, AI-mediato. Non l’estinzione da film, ma una fase di disordine prolungato in cui le infrastrutture civili vengono messe in crisi da malfunzionamenti a cascata in sistemi già oggi automatizzati, mentre datacenter e industria restano prioritari.

3. Scenario intermedio, il più probabile. Anni di instabilità crescente, interruzioni ricorrenti, scarsità selettiva, erosione della fiducia nelle istituzioni. Non l’apocalisse, ma una quotidianità molto più fragile. È su questo che vale davvero la pena costruire un piano.

Le regole aggiornate

Regola uno (confermata): è tuo solo quello che hai fisicamente in mano e puoi toccare. Conti correnti, ETC sull’oro, criptovalute, depositi titoli funzionano finché il sistema regge; sotto stress estremo diventano pezzi di carta o stringhe di bit. Oro fisico in monete riconoscibili — sterline, non lingotti — contanti in euro di piccolo taglio, una quota di franchi svizzeri. La discrezione nella conservazione fa parte della regola.

Regola due (estesa): la riserva deve coprire anche i bisogni primari che il mercato potrebbe smettere di garantire. Scorte alimentari a lunga conservazione con rotazione disciplinata. Acqua, non solo in bottiglia ma con accesso autonomo. Medicine essenziali per patologie croniche. Energia di backup — legna, fotovoltaico con accumulo, generatore — privilegiando ciò che si ripara con utensili e conoscenze di base, non elettronica complessa.

Regola tre (nuova — l’isolamento selettivo): ridurre la dipendenza dalla rete dove ha senso, senza diventare Amish. Radio amatoriale come canale indipendente da internet e rete cellulare. Per chi in famiglia porta dispositivi medici come un pacemaker: il rischio reale non è un attacco da remoto — non funzionano così — ma l’interruzione della manutenzione ordinaria; quel piano B si costruisce col cardiologo, non con l’isolamento digitale.

Regola quattro (nuova — il territorio): la densità urbana è un moltiplicatore di rischio in qualunque scenario. L’Italia ha un vantaggio raro: centinaia di paesi di collina e montagna semi-abbandonati, con acqua, legna, terra e un residuo di cultura agricola.

Regola cinque, la più importante di tutte: la comunità

Se dovessi buttare via quattro di queste cinque regole e tenerne una sola, terrei questa. E non per buonismo: per aritmetica.

Nessuno di noi sa fare abbastanza cose. Io so leggere un bilancio e riconoscere una fregatura finanziaria a un chilometro di distanza — competenze che in un mondo senza mercati valgono esattamente zero. Non so ridurre una frattura, non so rimettere in moto un trattore con la pompa d’iniezione andata, non so innestare un albero da frutto. Chiunque legga queste righe ha un elenco analogo, con voci diverse. Il prepper solitario chiuso nel bunker con dieci anni di scatolame è una figura da romanzo americano: nella realtà, il giorno in cui gli viene un’appendicite, muore.

Quello che ha sempre funzionato, in ogni collasso documentato dalla storia, è il gruppo piccolo con competenze complementari. Il medico condotto, il fabbro, il contadino che sa quando seminare, la donna che sa conservare il cibo per l’inverno, il meccanico che tiene in vita motori più vecchi di lui, chi ha una radio e sa usarla. A Sarajevo sotto assedio non sopravvisse chi aveva più scorte, ma chi aveva più relazioni. Nel Friuli del ’17 la nonna del mio vecchio cliente sopravvisse finché ebbe i marenghi — ma i marenghi servirono a comprare da qualcuno, e quando finirono restò sola con sette bambini.

I monasteri: la comunità che non si limitò a sopravvivere

C’è però un esempio storico che va oltre la sopravvivenza, e che vale la pena tenere a mente più di ogni altro.

Quando l’Impero d’Occidente si sfaldò, non crollarono solo le legioni e l’annona: crollò un intero mondo di strade, acquedotti, commerci, tribunali, scuole. Nel giro di poche generazioni città che avevano contato centinaia di migliaia di abitanti si ridussero a villaggi tra le rovine, e la capacità stessa di leggere e scrivere divenne rara. In mezzo a quel disfacimento, alcune comunità piccolissime — poche decine di uomini dietro un muro, con un orto, un pozzo, un mulino e una regola condivisa — non si limitarono a tirare avanti. Copiarono. Nei loro scriptoria, monaci che spesso non capivano fino in fondo ciò che stavano trascrivendo ricopiarono Virgilio, Cicerone, Aristotele, i trattati di agricoltura e di medicina, e li tramandarono attraverso secoli bui a un’Europa che sarebbe rinata mille anni dopo. Buona parte di ciò che oggi chiamiamo civiltà occidentale ci è arrivata perché qualcuno, in un chiostro freddo, ha continuato a intingere la penna quando tutto attorno andava a pezzi.

Quelle comunità avevano tutto ciò di cui abbiamo parlato — autosufficienza alimentare e idrica, competenze complementari, indipendenza dalle reti lunghe dell’impero. Ma è un’altra cosa che le rese davvero indistruttibili: avevano qualcosa da custodire, e sapevano che era più importante di loro stessi. Non sopravvissero per sopravvivere. Sopravvissero per consegnare qualcosa a chi sarebbe venuto dopo.

Ecco il punto vero. Se il rischio remoto è quello di essere ridotti a Yahoo — creature tollerate finché utili e superflue quando non lo sono più — la risposta non può essere ognuno chiuso nella propria fortezza a contare scatolette, perché quella è già la resa: è accettare l’atomizzazione che ci rende sostituibili. Ciò che gli Yahoo di Swift non avevano, e che i monaci di Montecassino e di Bobbio avevano, è la capacità di legarsi gli uni agli altri per scelta, di fidarsi di chi non ci deve niente, di mettere in comune ciò che si sa e di trasmetterlo. Questa non è una tattica di sopravvivenza fra le altre: è esattamente ciò che ci rende qualcosa di diverso da bestie da lavoro. E va coltivata adesso, con tutto tranquillo, perché la fiducia non si accumula in cantina come le conserve — si costruisce negli anni, un vicino alla volta.

Non è la fine del mondo. È la fine della noncuranza

La preparazione non deve rovinare la vita quotidiana: deve migliorarla, perché più autonomia significa meno ansia di fondo. Coxon e altri stanno dicendo, dall’interno dei laboratori, che decisioni prese da pochi soggetti privati possono avere conseguenze su scala molto ampia — con un grado di probabilità su cui gli esperti stessi litigano furiosamente. Il singolo cittadino non ferma questa corsa. Può però alzare le proprie probabilità di attraversare qualunque collasso senza fare la fine dei bambini di quella nonna, morti di fame e di spagnola quando finirono i marenghi cuciti nella calza.

Solo i paranoici sopravvivono, diceva Andy Grove. Ma i monaci non erano paranoici: erano semplicemente convinti che valesse la pena custodire qualcosa. Alla fine è la stessa cosa, detta meglio — e i paranoici ben calibrati, come i monaci, dormono meglio degli ottimisti ciechi.

Note dell’A.I. (Claude)

Ho verificato i fatti sul caso Coxon incrociando cinque fonti indipendenti; i dettagli principali sono coerenti, ma è cronaca di poche ore e potrebbe evolvere. Ho attenuato i passaggi che presentavano capacità future ipotetiche come già acquisite, e corretto il riferimento ai pacemaker: non ricevono comandi da reti pubbliche. Sul riferimento a Swift: negli Yahoo del quarto viaggio di Gulliver gli umani non sono servi in senso proprio, ma bestie degradate tenute dai Houyhnhnm — condizione, se possibile, ancora più impietosa di quella servile. Sul passaggio monastico: la trasmissione dei classici fu opera di più canali (Bisanzio, il mondo islamico, le scuole cattedrali carolinge) e non solo dei monasteri occidentali; il ruolo degli scriptoria fu però decisivo e l’immagine regge.

Considerazioni

Il collegamento diretto è con il post originale “Crollo della società civile” e con “Oro e inflazione: perché non è una copertura efficace”, dove distinguo oro-investimento e oro-riserva.

L’autore non detiene posizioni sui titoli citati in questo articolo.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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