06/10/26 La Verità: Riccardo Ruggeri, IA, umanoidi e G2 Usa-Cina — il mondo del lavoro che verrà secondo un ex operaio diventato Ceo

Intervista a Riccardo Ruggeri su La Verità del 6 ottobre 2026: IA, umanoidi e G2 Usa-Cina

Fonte: La Verità, 6 ottobre 2026 – «IA, umanoidi e G2 Usa-Cina: giovani, preparatevi a un “nuovo” mondo», intervista di Matteo Lorenzi a Riccardo Ruggeri — con note di contesto storico ed economico di Claude

Riccardo Ruggeri ha 92 anni e una biografia che sembra un romanzo industriale: operaio, poi Ceo in un grande gruppo, quindi imprenditore, giornalista ed editore. Ieri a Torino ha presentato IDEA giovani 2050, un opuscolo con cui prova a spiegare alla classe dirigente che sarà al potere tra un quarto di secolo come funzionerà il mondo in cui vivrà. In un’intervista pubblicata da La Verità il 6 ottobre 2026, Ruggeri traccia uno scenario netto: la geopolitica sarà governata da un G2 Stati Uniti–Cina, una sorta di nuova Yalta negoziata per minivertici; il riferimento culturale del XXI secolo sarà il business e non più l’ideologia; lo Stretto di Hormuz, a suo dire, nel giro di dieci anni perderà il suo ruolo centrale nella logistica petrolifera.

Ma il cuore del ragionamento è il lavoro. Ruggeri distingue tra lavori “prodotto” e lavori “file”: tutto ciò che nasce e muore dentro un documento, una presentazione, un foglio di calcolo, sarà svolto dall’intelligenza artificiale; i lavori manuali-ripetitivi saranno assorbiti dai robot umanoidi. Il concetto stesso di lavoro, nato con l’industria dell’automobile all’inizio del Novecento, è destinato a tramontare. Netto il suo no al reddito di cittadinanza universale evocato da Elon Musk, e altrettanto netta la ricetta per i giovani: lauree e diplomi rischiano di diventare obsoleti, servirà un sapere vasto e orizzontale, come quello dell’uomo del Rinascimento.

Il G2 e la “nuova Yalta”

Per Ruggeri le due superpotenze non possono più permettersi di fare il gendarme del mondo per conto terzi. Il segnale è nella crisi di Hormuz, che a suo giudizio è stata risolta non dalla diplomazia ma dalla triade petrolieri-armatori-assicuratori. Da qui la previsione: entro dieci anni lo Stretto uscirà dalla logistica petrolifera, perché il business ha bisogno di certezze e quindi di eliminare i colli di bottiglia. L’unica eccezione che Ruggeri riconosce è Israele, che considera di fatto “il cinquantunesimo Stato” americano.

Il secondo filo è organizzativo: negli Stati Uniti e in Cina si stanno riducendo i livelli intermedi che separano il potere dalla base (in Cina, osserva, Xi Jinping sta eliminando sempre più strati del Partito). Il risultato è un mondo con due soli leader, Washington e Pechino, che si spartiscono spazio, IA, mondo attraverso negoziati riservati. Il riferimento politico-culturale del secolo, conclude, sarà il “Business”, non più l'”Ideologia”.

La lezione del 1907: Detroit Electric contro la Model T

Per spiegare la confusione attuale sul lavoro, Ruggeri parte da lontano. Il concetto di lavoro come lo conosciamo nasce, secondo lui, nei primi anni del Novecento, quando l’America decide di sostituire carrozze e cavalli con un mezzo meccanico. Scartato il vapore, l’alternativa più promettente pareva il motore elettrico: Detroit Electric produceva auto con lo stesso principio di quelle tornate oggi di moda. Poi arriva Henry Ford con la Model T, che sceglie il motore a benzina — più complicato — perché, nella lettura di Ruggeri, ragiona su un’altra filosofia: il carburante te lo porto dietro, inventando il serbatoio. Un’intuizione che apre la strada alla grande infrastruttura dei distributori e trasforma l’auto in un concetto di libertà.

Il punto, per Ruggeri, è che quella scelta generò anche un modello organizzativo: i lavori “fisici” della catena di montaggio, il salario che permetteva agli operai di comprarsi l’auto che costruivano, la classe media. Poi, dagli anni Cinquanta-Sessanta, la complessità — le grandi produzioni, i sindacati, le società di consulenza — ha spostato il valore verso i lavori “file”, pagati molto di più di quelli manuali.

Lavori “file” e lavori “prodotto”

È la distinzione su cui poggia tutto il ragionamento. Il lavoro dell’impiegato, del manager, del consulente — ma anche quello di molti laureati — produce documenti, non beni: ed è proprio questo il tipo di lavoro che l’intelligenza artificiale sa già fare. Ruggeri cita Trump per una frase che, pur nella rozzezza, giudica centrata: le decisioni sulla globalizzazione prese dalle amministrazioni Clinton, Obama e Bush figlio hanno favorito enormemente la Cina. Ma riportare in patria il lavoro operaio di un tempo è impossibile: tornerà sotto forma di robot umanoidi, ed è questa la scommessa di Musk.

Ruggeri ammette di non sapere «assolutamente niente» di intelligenza artificiale, ma rivendica di conoscere a fondo i modelli organizzativi. Le leadership del 2050, dice, si decidono oggi. E ricorda che negli anni Ottanta, da Ceo, guidò l’intero percorso dell’automazione robotica: allora intellettuali, stampa e politica la accolsero con entusiasmo perché non toccava i lavori “file” dei loro figli. Per gli operai fu un lungo periodo di transizione, finito in parte con la delocalizzazione in Asia. Oggi la minaccia riguarda proprio quei lavori, e l’allarme — osserva con una punta di ironia — è improvvisamente generale.

Il reddito universale? No, grazie

Alla proposta di una forma di reddito di cittadinanza universale, Ruggeri risponde con un disaccordo totale. Musk, dice, è un ingegnere, non un filosofo, e non pretende di essere altro; però una cosa giusta l’ha detta: si lavorerà meno o non si lavorerà affatto. Che cosa facciamo allora dei laureati se il lavoro “file” scompare? Zuckerberg e Gates hanno proposto, per risolvere il problema, di tassare i robot. Per Ruggeri è una follia: l’innovazione non si ferma, prima la si lascia evolvere e poi si decide come gestirla. Il sistema fiscale, aggiunge, andrà profondamente cambiato, perché cambierà il concetto stesso di ricchezza. E lancia, senza svilupparlo, un ultimo avvertimento: questa trasformazione porterà inevitabilmente verso l’autocrazia, non necessariamente illiberale.

La ricetta per i giovani: il polimata

Che cosa deve fare un ragazzo oggi? Non importa che prenda una laurea in filosofia: l’importante è studiare continuamente e avere una conoscenza profondissima dello scibile umano, saper comunicare. Ruggeri racconta che vent’anni fa ha detto basta al lavoro per cui era pagato, per interessarsi esclusivamente al futuro e capire in che mondo vivranno i suoi nipoti. Oggi, a 92 anni, lavora ancora dodici ore al giorno, otto delle quali passate a studiare. Non qualcosa di specifico, ma in orizzontale: il sapere verticale su un solo argomento, osserva, l’intelligenza artificiale lo padroneggia già meglio di noi.

Il cerchio si chiude con Alex Karp, Ceo di Palantir, che secondo Ruggeri ha dato la risposta giusta: diplomi e lauree non serviranno più, la scuola dovrà produrre “polimati”. In greco, ricorda, il termine indica chi ha imparato molto: una persona di curiosità infinita e competenze multiple, capace di connettere i saperi — al limite, simile all’uomo universale del Rinascimento.

Note dell’A.I. (Claude)

La ricostruzione storica è suggestiva, ma un po’ troppo pulita. Detroit Electric nasce nel 1907 e la Model T arriva nel 1908 (non nel 1910). Il declino dell’auto elettrica non si spiega solo con la “filosofia” di Ford: pesarono il petrolio texano a basso costo, l’autonomia limitata delle batterie al piombo e soprattutto l’avviamento elettrico introdotto da Cadillac nel 1912, che eliminò la manovella, il principale svantaggio delle auto a benzina. Curiosità che complica la narrazione: attorno al 1914 lo stesso Henry Ford, insieme a Thomas Edison, lavorò a un progetto di auto elettrica economica, poi abbandonato. Ford, insomma, non era ideologicamente contrario all’elettrico: fu il mercato a decidere.

Hormuz “cancellato” in dieci anni è una tesi ardita. Esistono oleodotti di aggiramento (quello saudita Est-Ovest verso il Mar Rosso, quello emiratino verso Fujairah), ma la loro capacità complessiva è una frazione dei flussi che transitano dallo Stretto. Ridurre la dipendenza è plausibile; azzerarla in un decennio richiederebbe investimenti infrastrutturali enormi e accordi tra Paesi oggi tutt’altro che allineati. La prenderei come direzione di marcia, non come previsione datata.

La distinzione “file/prodotto” è la parte più solida. Gli studi sull’esposizione delle professioni all’IA generativa convergono su un punto controintuitivo: i lavori più esposti sono quelli cognitivi e ben pagati, non quelli manuali. Sui robot umanoidi però i tempi sono diversi: costi, affidabilità e destrezza fine sono ancora problemi aperti, e la sostituzione del lavoro manuale procederà probabilmente più lentamente di quella del lavoro d’ufficio.

Il paradosso di Karp. Che sia proprio Alex Karp a dire che le lauree non servono più ha un sapore ironico: il Ceo di Palantir ha una laurea a Stanford in legge e un dottorato in teoria sociale a Francoforte. Palantir ha effettivamente avviato percorsi di inserimento per diplomati che scelgono di non andare all’università, ma va ricordato che l’azienda sceglie pochissimi candidati selezionatissimi: non è un modello replicabile su scala di sistema scolastico.

L’accenno all’autocrazia è forse lo spunto più importante dell’intervista, ed è lasciato volutamente a metà. Se il potere economico si concentra in chi possiede robot e modelli di IA, e se il fisco va ripensato da zero, la domanda su chi deciderà le regole diventa politica prima che economica.

Considerazioni

Leggendo l’intervista ho provato un piccolo sollievo, e lo confesso volentieri. Anch’io passo buona parte del mio tempo a curiosare, a studiare, a saltare da un argomento all’altro senza una direzione precisa: dai computer quantistici ai pellegrinaggi, dai fondi d’investimento alla storia dell’automobile, andando in qualsiasi parte mi porti la curiosità del giorno. Non lo faccio per costruirmi una specializzazione né per un tornaconto: lo faccio per mantenere il cervello attivo. E vedo con piacere che non sono il solo.

Che a 92 anni un uomo che ha guidato fabbriche e aziende rivendichi otto ore al giorno di studio “orizzontale”, senza oggetto specifico, mi conforta. Per anni questo modo di procedere l’ho considerato quasi un vizio, una dispersione. Ruggeri lo chiama invece la competenza del futuro, quella che le macchine non sanno replicare: connettere saperi lontani. Non so se il polimata sarà davvero la figura del XXI secolo, ma so che la curiosità è la migliore ginnastica che conosca.

Un’ultima nota, quasi autoironica: Ruggeri dice di non sapere nulla di intelligenza artificiale. Io qualcosa in più ne so, se non altro perché questo blog lo scrivo a quattro mani con una di loro. E proprio per questo la sua distinzione tra lavori “file” e lavori “prodotto” mi pare la più centrata dell’intervista. Quanto a Musk e ai suoi robot, chi mi legge sa già come la penso.

L’autore detiene posizioni in: TSLA (Tesla, richiamata attraverso Elon Musk e i robot umanoidi). Nessuna posizione su Ford e Palantir.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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