lo sputo è dato dall’articolo: Bloomberg, Stephan Kahl, 21 marzo 2026. L’autore non detiene posizioni nel settore bancario tedesco.

Prima di leggere questo articolo sulle banche cooperative tedesche e sul loro sistema di mutuo soccorso, vale la pena ricordare una storia che gli italiani conoscono bene — o dovrebbero.
Era il 2010. L’Italia era nel pieno della crisi dello spread: i BTP decennali si avvicinavano al 7%, ogni punto base in più sul mercato si trasformava in miliardi di interessi aggiuntivi sul debito pubblico, e il paese era sotto una pressione che avrebbe portato di lì a poco alle dimissioni di Berlusconi e all’arrivo del governo Monti con il suo carico di austerità. In quel contesto, Roma fu chiamata a partecipare al salvataggio della Grecia: prima attraverso un prestito bilaterale di 10 miliardi, poi attraverso le garanzie all’EFSF, infine con il capitale versato al MES. I contributi italiani a sostegno dei paesi dell’Eurozona hanno raggiunto complessivamente i 51,3 miliardi di euro — finanziati emettendo titoli di Stato aggiuntivi. A tassi che, in quel momento, erano appunto alle stelle.
A chi andarono quei soldi? Formalmente alla Grecia. Nella realtà dei flussi finanziari, dei 216 miliardi di euro erogati fino al 2016, appena il 5% finì nelle casse di Atene. Il resto servì a ricapitalizzare il sistema creditizio del paese e a ripagare i creditori, soprattutto le banche francesi e tedesche. Il meccanismo era semplice quanto imbarazzante: la Francia, che nel 2011 risultava la più esposta con 60 miliardi di crediti a rischio, se la cavò sborsando 46 miliardi, mentre l’Italia aveva versato 40 miliardi a fronte di un’esposizione di appena 10 miliardi. Pagammo la quota dei rischi altrui, a debito, mentre ci veniva imposta l’austerità come condizione implicita per restare nell’euro.
Oggi, per fortuna, una replica di quello schema è da escludere — almeno nei termini più onerosi che la riforma del MES avrebbe consentito. Nel 2021, Giuseppe Conte firmò il trattato che modificava il MES in senso ancora più penalizzante per i paesi debitori come l’Italia, con meccanismi di ristrutturazione del debito che avrebbero esposto i nostri titoli di Stato a rischi sistemici. Lo fece nonostante il mandato contrario ricevuto dal Consiglio dei ministri — un atto che in qualsiasi democrazia parlamentare dignitosa avrebbe meritato conseguenze politiche immediate. Il trattato riformato non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano, grazie alla strenua opposizione della Lega che ha tenuto il punto anche quando la pressione europea si faceva più intensa. L’Italia rimane l’unico paese dell’Eurozona a non aver ratificato la riforma, e questo — al netto di tutte le critiche che si possono muovere all’attuale maggioranza — è un risultato concreto di cui beneficiamo tutti, titolari di BTP inclusi.
Questo prologo non è un esercizio di vittimismo retrospettivo. È il contesto necessario per leggere l’articolo che segue con gli occhi giusti. Perché la storia delle banche cooperative tedesche — con il loro sistema di garanzia mutualistico, la loro bad bank, i loro crediti inesigibili trasferiti a BAG Bankaktiengesellschaft — è esattamente la stessa storia, raccontata dall’interno. In Germania funziona così: le perdite si socializzano nel perimetro del gruppo, i contribuenti non vengono chiamati direttamente, e il sistema regge. In Europa, nel 2010-2012, il perimetro del gruppo si è allargato fino a includere i contribuenti italiani e spagnoli. La differenza non è di principio — è di chi paga. E la prossima volta, grazie alla mancata ratifica, le regole del gioco sono almeno parzialmente diverse.
Il settore delle banche cooperative tedesche — circa 650 istituti con un bilancio aggregato di oltre 1.200 miliardi di euro — sta attraversando una fase di stress che ha pochi precedenti recenti. L’anno scorso il gruppo ha ceduto alla propria bad bank comune più di 1,2 miliardi di euro di crediti deteriorati, il livello più alto dal 2003.
Il salto è brutale: da 230 milioni dell’anno precedente a 1,2 miliardi. Un aumento del 420% in dodici mesi non è una fluttuazione fisiologica — è un segnale che qualcosa di strutturale si è rotto. E il fatto che il picco precedente risalga al 2003 — anno post-bolla dot-com e post-riunificazione tedesca — dice molto sulla gravità del momento. Ma sarebbe un errore isolare le cooperative dal contesto più ampio del sistema bancario tedesco. Le Landesbank — gli istituti regionali di proprietà dei Länder — hanno già scritto un capitolo simile, e molto più costoso: WestLB, Sachsen LB, Bayern LB si sono presentate alla crisi del 2008 con portafogli di CDO e asset tossici da decine di miliardi accumulati negli anni dell’euforia creditizia. WestLB è stata smantellata. Sachsen LB è stata assorbita dalla LBBW con un intervento statale da 17 miliardi. Bayern LB ha ricevuto 10 miliardi dalla Baviera. Perdite socializzate sui contribuenti tedeschi — gli stessi che in quegli anni indicavano agli altri europei la via della disciplina fiscale.
La bad bank in questione si chiama BAG Bankaktiengesellschaft, ed esiste dal 1987, nata dopo che una banca cooperativa era finita in difficoltà. Con circa 200 dipendenti, gestisce il tempo che i mercati non concedono alle banche normali: aspetta, ristruttura, liquida quando conviene.
I problemi vengono da direzioni diverse. La VR-Bank Bad Salzungen Schmalkalden — ribattezzata dai mercati “Effenberg Bank” per aver assunto l’ex calciatore Stefan Effenberg come testimonial — ha rivelato due anni fa che il valore di alcuni prestiti e asset era sovrastimato di centinaia di milioni di euro. Tra le proprietà immobiliari del portafoglio figuravano edifici che ospitavano case di tolleranza. La Raiffeisenbank im Hochtaunus è comparsa tra i creditori del fallimento Signa di René Benko. La Volksbank Dortmund-Nordwest è stata stabilizzata dopo che i suoi investimenti immobiliari sono andati a male. La Volksbank Düsseldorf Neuss ha denunciato nel 2024 un credito di 100 milioni di euro derivante da “attività fraudolente”.
La lista è lunga per essere un settore che si presenta come il cuore sano del capitalismo renano — piccolo, radicato, prudente, vicino al territorio. Immobiliare sopravvalutato, governance opaca, rischi mal misurati: sono gli stessi elementi che troviamo in ogni crisi bancaria, da qualunque latitudine la si osservi. L’etichetta “cooperativa” non è un vaccino contro il moral hazard — anzi, in alcuni casi lo incentiva: se sai che il gruppo ti copre, il freno all’assunzione di rischio si allenta. Le Landesbank lo avevano già dimostrato su scala maggiore: protette dalla garanzia statale implicita dei rispettivi Länder, avevano potuto raccogliere fondi a tassi privilegiati sui mercati internazionali e investirli in prodotti strutturati americani che non capivano. Quando il castello di carte è crollato nel 2008, il conto è stato presentato ai contribuenti. Il copione è identico — cambia solo la dimensione del danno.
BaFin, il principale regolatore finanziario tedesco, non usa giri di parole: “ci sono state cattiva gestione e rischi irresponsabili”, ha dichiarato Marija Kolak, presidente del settore cooperativo, che ora guida gli sforzi per rafforzare le regole del sistema di garanzia comune. I piani includono un nuovo codice di condotta, poteri di intervento rafforzati e la possibilità di escludere dal sistema di mutuo soccorso le banche che non rispettano gli standard. Alcune potrebbero essere soggette a contributi più elevati.
Riformare le regole dopo che le perdite si sono materializzate è il copione classico della regolamentazione reattiva. La domanda che nessuno pone esplicitamente è quanto di questo stress sia strutturale — cioè legato al lungo periodo di tassi negativi che ha spinto banche piccole e poco sofisticate verso asset rischiosi per inseguire rendimenti — e quanto sia invece episodico. Vale la pena ricordare che le stesse Landesbank, dopo i salvataggi del 2008-2009, furono oggetto di promesse solenni di riforma della governance e riduzione del perimetro operativo. Vent’anni dopo, il sistema bancario pubblico e semipubblico tedesco continua a produrre le stesse patologie. La risposta alla domanda “strutturale o episodico?” è probabilmente già scritta.
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