
Questo è il terzo thread della serie Asset Allocation — una raccolta ragionata di articoli dalla stampa finanziaria internazionale, con commento editoriale. Mercati, ETF, obbligazioni, credito privato, geopolitica: tutto quello che vale la pena leggere, filtrato e tradotto per voi. Per il materiale precedente: → ASSET ALLOCATION 2
14/05/26 —Algebris sulle obbligazioni bancarie subordinate
✅ Ecco il sunto in italiano del video fatto da Grog
Titolo: Financial Credit, Explained: Understanding Bank Capital and AT1s
Canale: Algebris Investments
Durata: circa 20-25 minuti (podcast intervista)
Riassunto principale
Il video è un’intervista a Bruno Duarte, Portfolio Manager di Algebris specializzato in Financial Credit, che spiega in modo chiaro le differenze tra il credito alle banche e il credito alle aziende normali.
Punti chiave:
- Le banche sono diverse dalle aziende normali
Le banche hanno una struttura di capitale molto stratificata (fino a 8-9 livelli diversi). Il loro lavoro è intermediare tra depositi a breve termine (instabili) e prestiti a lungo termine. Devono continuamente valutare il rischio dei clienti e detenere capitale per coprire potenziali perdite. - Struttura del capitale di una banca (dal più rischioso al più sicuro):
- Equity (azioni) – assorbe le prime perdite
- AT1 (Additional Tier 1) – strumenti ibridi appena sopra le azioni
- Tier 2
- Senior (preferred e non-preferred)
- Altri strumenti di funding
- Cosa sono gli AT1?
Sono bond perpetui (senza scadenza fissa) che pagano cedole elevate. In caso di grossi problemi della banca (se il capitale CET1 scende sotto una certa soglia), possono essere azzerati o convertiti in azioni. Sono stati introdotti dopo la crisi del 2008 per evitare salvataggi con soldi pubblici. - Perché le banche europee oggi sono più forti
Regolamentazione più severa, stress test annuali, maggiore redditività e qualità degli attivi. Questo rende più interessante “scendere” nella struttura del capitale (verso gli AT1) per ottenere rendimenti più alti. - Opportunità attuali
Gli AT1 offrono un buon compromesso tra rendimento e rischio: più rendimento dei bond investment grade tradizionali, ma meno rischiosi del private credit o high-yield. Molti AT1 hanno ormai rating investment grade.
Esempio pratico citato
Algebris ha saputo ruotare fuori dagli AT1 di Credit Suisse prima del crac del 2023, spostandosi su strumenti più senior, dimostrando l’importanza di monitorare attentamente la qualità del singolo emittente.
In sintesi:
Il podcast spiega perché il “financial credit” (soprattutto gli AT1 delle banche europee) può essere un’opzione interessante per chi cerca reddito reale in un contesto di banche più solide rispetto al passato.
Vuoi che approfondisca qualche parte specifica (es. come funzionano esattamente gli AT1, il caso Credit Suisse, o il confronto con altri investimenti)?
11/05/26 – Burry suona il campanello d’allarme: “Siamo al crash, minuti prima che avvenga”
Michael Burry, l’investitore reso celebre dal film The Big Short per aver anticipato il crollo dei mutui subprime nel 2008, è tornato a farsi sentire con un avvertimento che pochi nel mercato possono permettersi di ignorare — anche se in molti scelgono di farlo.
In un post pubblicato l’8 maggio sul suo Substack, Burry ha scritto: “Feeling like the last months of the 1999-2000 bubble.” Non è retorica. È una diagnosi.
Chip stocks parabolici: il confronto con marzo 2000
Il punto più specifico e più inquietante dell’analisi di Burry riguarda il Philadelphia Stock Exchange Semiconductor Index (SOX). Dall’inizio del 2026 l’indice ha guadagnato circa il 65–70%, con un balzo superiore al 10% nella sola settimana fino all’8 maggio. Nella storia del mercato, il SOX si è trovato così lontano dalla propria media mobile a 200 giorni solo due volte: nel luglio 1995 e nel marzo 2000, esattamente alla vigilia del collasso della bolla dot-com.
Non è una coincidenza che si possa accantonare con comodità. L’indice raggruppa i principali chipmaker globali: NVDA, AVGO, INTC, MU, TSMC — e la sua traiettoria è diventata il termometro della narrativa AI. Un termometro che oggi segna febbre alta.
Il Nasdaq 100 a 43 volte gli utili
Nel suo post più recente su Substack, pubblicato oggi 11 maggio, Burry ha alzato ulteriormente il tono. Il Nasdaq 100 sta trattando, a suo calcolo, a 43 volte gli utili — ben oltre il livello “implicito” di circa 30 volte — perché, sostiene, “Wall Street sta sovrastimando di oltre il 50% gli utili delle nostre aziende più in crescita e più sopravvalutate.” Una critica diretta alla qualità degli earnings su cui si regge l’intera narrativa.
Lo Shiller CAPE ratio, la misura ciclicamente aggiustata delle valutazioni azionarie, si attestava a 40,1 l’8 maggio 2026 — un livello raggiunto nella storia solo al picco della bolla dot-com. Storicamente, ogni volta che il CAPE ha superato quota 35, i rendimenti reali annualizzati sui successivi dieci anni si sono avvicinati a zero o si sono rivelati negativi.
“La scena dell’incidente d’auto sanguinoso, minuti prima che avvenga”
Burry non usa metafore leggere. In questo post ha paragonato il momento attuale alla “scena dell’incidente d’auto sanguinoso, minuti prima che avvenga.” Ha osservato che stava ascoltando radio e TV finanziarie durante un lungo viaggio in macchina: “Assolutamente non-stop AI. Nessuno parla d’altro per tutto il giorno.”
Un mercato dominato da un’unica narrazione, secondo Burry, è esattamente l’aspetto delle bolle nella loro fase terminale. E i mercati, aggiunge, non reagiscono più ai dati macro in modo logico: il giorno in cui il sentiment dei consumatori dell’Università del Michigan ha toccato un minimo storico, l’S&P 500 ha segnato un nuovo record. “Le azioni non salgono o scendono per i dati sul lavoro o per il sentiment dei consumatori. Salgono dritte perché hanno continuato a salire.”
Più estremo del 1999: il caso SNDK
In un post precedente su X del 6 maggio, Burry aveva condiviso dati BTIG e Bloomberg per quantificare quanto questa bolla sia “più estrema” di quella dot-com. Durante il boom di fine anni ’90, Qualcomm fu il titolo campione con un rendimento rolling a 52 settimane del +2.620%. Oggi, SanDisk Corp (SNDK) ha registrato un +3.960% tra maggio 2025 e maggio 2026. “SNDK is beating that by 1300bps,” ha scritto Burry. I dieci migliori titoli del Nasdaq 100 nel 1999 avevano mediamente guadagnato il 559%; oggi la media dei dieci migliori è al +784%, surclassando entrambi i periodi dot-com.
Le sue posizioni: non solo parole
Burry non si limita ai proclami. Avrebbe acquistato opzioni put con scadenza gennaio 2027 sull’iShares Semiconductor ETF (SOXX), con strike price ben al di sotto dei livelli correnti, scommettendo su un calo di circa il 30%. Nel suo Q3 2025 filing di Scion Asset Management risultavano put su PLTR per circa 912 milioni di dollari e su NVDA per circa 187 milioni. Ha anche aperto una posizione short diretta su Palantir, che ritiene valere “low double digits” (tra $46 e $50 per azione) — non solo una critica alla valutazione, ma al modello di business stesso.
Nel post di oggi su Substack ha dichiarato di detenere “una significativa posizione short con leva su un portafoglio di aziende” che trova “depresse e a buon mercato”, senza specificare i nomi. Intende alleggerire le posizioni in aziende che non rispettano i suoi “criteri di valutazione più severi” e consiglia a chiunque abbia cavalcato questi rialzi parabolici di incassare i guadagni.
Il campo diviso: Burry contro Tudor Jones
Non tutti i grandi investitori leggono lo stesso film. Paul Tudor Jones ha tracciato un parallelo simile con il 1999, ma è giunto a conclusioni diverse: il rally dell’AI, secondo lui, potrebbe durare ancora uno o due anni prima di esaurirsi. Chi ha ragione? Probabilmente entrambi su piani temporali diversi.
Burry ha un track record straordinario sulla diagnosi e meno preciso sul timing. La bolla dot-com era riconoscibile come tale già nel 1998; chi è uscito troppo presto ha perso il 100% di guadagno dell’ultimo anno. Chi è rimasto troppo a lungo ha perso l’80% nel crollo successivo. Il vero problema non è se la bolla scoppierà, ma quando — e questo nessuno lo sa.
La nostra lettura
Il campanello di Burry merita attenzione, non panico. Alcune riflessioni per l’investitore retail:
- La narrativa AI è reale, ma le valutazioni possono anticiparla di anni. Il mercato nel 2000 non sbagliava sulla rivoluzione di internet — sbagliava sui prezzi pagati per parteciparvi.
- La concentrazione è il vero rischio. Un indice S&P 500 che tocca record storici con solo il 5% dei suoi componenti vicino ai massimi a 52 settimane è un mercato che avanza su gambe molto strette.
- Ridurre non significa uscire. Burry stesso non consiglia di shortare tout court — troppo caro e troppo rischioso sul timing. Consiglia di alleggerire le posizioni che non reggono a una valutazione rigorosa e di incassare i profitti sui titoli più parabolicizzati.
- Il CAPE a 40 non è un segnale di crash immediato. È un segnale che i rendimenti attesi per i prossimi 10 anni sono bassi. Diversa cosa.
Nel nostro paniere del gorilla spaziale e quantistico — struttura pensata per distribuire il rischio su più operatori di mercati nascenti — manteniamo posizioni in aziende di piccola e media capitalizzazione che per definizione non sono al centro di questa bolla speculativa. Ma i grandi pesi del portafoglio tecnologico (semiconductor in primis) meritano oggi una riflessione sulla quota di rischio complessiva.
Burry può sbagliare il timing. Ma raramente sbaglia la diagnosi.
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11/05/26 – Pictet punta sull’AI: 30% della liquidità in chip e tech. E cita Anthropic
Il pivot di Pictet
Il Pictet Strategic Income Fund, gestito da Hong Kong, ha quasi raddoppiato la propria esposizione azionaria portandola al 65% nelle settimane successive al cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran di inizio aprile. La mossa ha permesso al fondo di battere quasi il 90% dei peer nell’ultimo mese, con un rendimento di circa il 43% negli ultimi dodici mesi. Non è un fondo speculativo di nicchia: 3,5 miliardi di dollari di masse gestite sono un segnale di sentiment istituzionale rilevante.
La co-gestore Lorraine Kuo ha dichiarato a Bloomberg di ritenere questo «un ciclo AI ancora molto forte e prolungato, favorevole alla supply chain asiatica», con particolare interesse per i nomi tech americani che controllano l’intera filiera: modelli, chip, canali di distribuzione.
La memoria è il petrolio dell’AI
Le scommesse principali del fondo sono concentrate sui produttori di memoria: SK Hynix e Samsung Electronics, che insieme rappresentano quasi i due terzi dei guadagni del Kospi da inizio anno. Stamattina i due titoli aprono a Seoul rispettivamente a +6,35% e +5,96% in pre-market. SK Hynix ha già comunicato di avere l’intera produzione di chip HBM e DRAM venduta fino a fine 2026, con una lettera d’intenti firmata con OpenAI per la fornitura di memoria.
Micron — che ho in portafoglio — ha corso di più sul mercato americano: +242% negli ultimi dodici mesi, con una capitalizzazione che ha superato i 700 miliardi di dollari a inizio maggio. Il tema è semplice: i data center AI consumano memoria in quantità industriali, la domanda supera l’offerta, i prezzi salgono, i margini esplodono.
La citazione che vale più di mille analisi
Nel corpo dell’articolo Bloomberg compare un dettaglio che non è passato inosservato: Andy Wong, head of multi-asset di Pictet Hong Kong, cita la crescita dei ricavi annualizzati di Anthropic come indicatore della vitalità del ciclo AI a livello applicativo. Non Nvidia, non OpenAI — Anthropic. Per chi segue questo blog la cosa non sorprende: l’accelerazione dei ricavi di Anthropic è uno dei segnali più nitidi che l’AI stia producendo valore economico reale, non solo capitalizzazione di borsa.
Il fondo ha anche adottato un approccio “full-stack” nella selezione dei titoli, seguendo i colli di bottiglia lungo la supply chain: dal compute agli strati OS e applicativi. E ha ridotto l’esposizione all’oro — aggiunto in marzo come copertura durante le tensioni sullo Stretto di Hormuz — preferendo hedge su indici in una fase in cui l’oro viene percepito come già troppo speculativo.
Cosa significa per il portafoglio retail
Il movimento di un fondo da 3,5 miliardi non è replicabile direttamente da un investitore retail, né sarebbe sensato farlo in modo meccanico. Ma il segnale è utile: i gestori istituzionali con track record verificabile stanno aumentando l’esposizione AI nella convinzione che il ciclo sia strutturale, non speculativo. La supply chain coreana e americana della memoria — SK Hynix, Samsung, Micron — è il punto dove la domanda AI si traduce più direttamente in utili concreti e misurabili oggi, non in proiezioni a cinque anni.
Per chi ha già posizioni in questo comparto, la notizia conferma la direzione. Per chi non ce l’ha, la domanda da porsi non è «salirà ancora?» ma «a quale punto del ciclo siamo?». E lì le opinioni divergono — il che è sempre il segnale più onesto che un mercato stia ancora scontando incertezza reale.
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative. Non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento. L’autore detiene posizioni in NVDA, AVGO, MU, ARM citate nell’articolo. Leggi il disclaimer completo.
10/05/26 – Fink e Flatt a Milken: “Stiamo ricablando il mondo”. Dieci trilioni in dieci anni
La Milken Global Conference 2026 — la ventinovesima edizione del forum annuale tenuto al Beverly Hilton di Los Angeles — si è aperta il 5 maggio con un panel destinato a fare notizia. Bruce Flatt, CEO di Brookfield Corporation, e Larry Fink, Chairman e CEO di BlackRock, hanno delineato davanti a una platea di gestori, fondi pensione e investitori istituzionali una visione comune: nei prossimi dieci anni il mondo verrà letteralmente “ricablato”, e il conto ammonterà ad almeno 10.000 miliardi di dollari.
1. “Rewiring the world”: la tesi centrale di Flatt
Flatt ha aperto con un’immagine storica: “Proprio come abbiamo costruito autostrade, utilities e reti ferroviarie in passato, nei prossimi dieci anni rifaremo il cablaggio dell’economia globale.” Il destinatario di questi capitali sono reti elettriche, fabbriche di chip, data center e dorsali in fibra ottica. La cifra che ha indicato — 10 trilioni di dollari — non è un obiettivo, ma una stima del flusso inevitabile di capitali che il ciclo dell’IA richiede. “Ci possono essere bolle in alcuni segmenti, ma ricablare il mondo richiede un’enorme quantità di capitale. È un investimento da dieci, vent’anni, non da uno o due.”
Per dare misura concreta della trasformazione, Flatt ha citato il portafoglio di private credit di Brookfield, che ammonta a 1.200 miliardi di dollari: il 50% di quegli asset non era nemmeno una categoria d’investimento riconoscibile quindici anni fa. Entro il 2036, quella quota salirà al 75%, con il flusso marginale di capitali che andrà verso dorsali in fibra ottica, cloud e infrastrutture AI.
2. Fink: “Non è una bolla. È esattamente il contrario”
Larry Fink ha respinto con nettezza la tesi della bolla speculativa sull’IA. “The AI bubble thesis is wrong. In fact, it’s the opposite.” La sua diagnosi è di segno opposto: non eccesso di offerta, ma carenza strutturale su più fronti simultaneamente. “We’re short power, we’re short compute, we’re short chips.” La domanda di infrastrutture AI cresce molto più rapidamente di quanto programmatori e progettisti avessero previsto, e la corsa per costruire non riesce a tenere il passo. Fink ha definito questa fase un’opportunità da una volta ogni cento anni, paragonabile alla costruzione delle ferrovie o delle autostrade nel secolo scorso.
Il tema energetico è al centro del collo di bottiglia. I sei hyperscaler americani — Microsoft, Amazon, Alphabet, Oracle, Meta e CoreWeave — sono complessivamente proiettati a spendere 500 miliardi di dollari in data center nel solo 2026, secondo dati Moody’s citati in conferenza. Nonostante queste cifre, Fink ha concluso: “Ritengo che alla fine vedremo anche una carenza di capitale” per finanziare l’intera transizione.
3. L’idea più originale: i futures sul calcolo
Il contributo concettualmente più interessante di Fink riguarda una nuova asset class che potrebbe emergere: i futures sulla potenza di calcolo. L’idea è analoga ai futures sulle materie prime: poiché il compute è diventato una risorsa scarsa e quantificabile, potrebbe diventare uno strumento finanziario negoziabile — permettendo alle aziende di bloccare i costi futuri del calcolo e ai fornitori di infrastrutture di finanziarsi sui mercati dei capitali. Fink ha usato il condizionale: si tratta di una visione prospettica, non di un annuncio imminente. Ma l’immagine è potente — e coerente con la logica dei mercati delle commodities applicata all’era digitale.
4. La notizia operativa: BlackRock e un hyperscaler, annuncio in arrivo
Il momento più concreto del panel è arrivato quando Fink ha anticipato che BlackRock avrebbe annunciato entro quella settimana una partnership con un grande hyperscaler non identificato per costruire un data center da 1 Gigawatt. “The future is today.” L’operazione segnerebbe un ulteriore passo nella strategia di BlackRock: non più soltanto finanziatore di infrastrutture AI, ma co-investitore con partecipazioni dirette nel layer fisico. In passato BlackRock ha già co-investito in data center con Microsoft, Nvidia (NVDA) e il fondo MGX con sede ad Abu Dhabi, e ha acquisito nel 2024 Global Infrastructure Partners per 12,5 miliardi di dollari.
La logica finanziaria che spinge gli hyperscaler verso queste partnership è quella dell’efficienza del capitale: giganti come Microsoft o Google preferiscono non avere asset infrastrutturali pesanti in bilancio — perché comprimono il ritorno sull’equity — e trovano più conveniente esternalizzarli a soggetti specializzati come BlackRock e Brookfield, che raccolgono capitali istituzionali a lungo termine e tollerano rendimenti stabili al posto di rendimenti elevati.
5. Il risparmio previdenziale come carburante
Fink ha ribadito un tema che porta avanti da mesi: oltre il 50% degli asset di BlackRock — 14 trilioni di dollari — è denaro previdenziale. La proposta di valore è semplice: i fondi pensione hanno bisogno di rendimenti stabili a lungo termine; le infrastrutture AI le offrono; il mismatch attuale è che i piccoli risparmiatori restano parcheggiati su conti bancari o strumenti liquidi a basso rendimento. “Tenere i soldi in un conto bancario è una delle peggiori decisioni finanziarie della vita”, ha detto Fink. Il contesto regolatorio sta cambiando: il Dipartimento del Lavoro americano ha proposto a fine marzo 2026 nuove regole per permettere ai fondi pensione di investire in fondi di private credit.
▶ Commento editoriale
Il panel di Milken è un documento utile per capire dove si concentra il pensiero dei grandi allocatori di capitale in questo momento. Le tesi di Flatt e Fink sono internamente coerenti e trovano riscontro nei numeri degli investimenti annunciati. Il punto debole — che vale la pena segnalare — è quello delle assunzioni implicite: che la domanda di AI continui a crescere al ritmo attuale, che la transizione energetica non generi colli di bottiglia insuperabili nel breve periodo, e che il capitale privato riesca a sostituire efficacemente quello pubblico nella costruzione di infrastrutture critiche.
The American Prospect, in un commento critico pubblicato lo stesso giorno, ha osservato che Fink e Flatt sembravano più concentrati nel convincere i piccoli risparmiatori a consegnare il loro denaro che a ragionare su cosa l’IA farà concretamente alle persone. La citazione merita di essere registrata, anche se non è la prospettiva di chi scrive: in un forum come Milken, dove ogni badge ha il nome di una banca o di un fondo, è quasi inevitabile che la narrativa prevalente sia quella degli intermediari che ottimizzano la raccolta. La domanda che resta aperta — chi beneficia della produttività generata dall’IA — non è stata al centro del panel.
Per chi investe nel settore, il messaggio operativo è chiaro: l’infrastruttura fisica dell’IA (energia, data center, fibra, chip) è considerata da questi operatori non una scommessa speculativa ma un ciclo decennale di investimento strutturale. La fase “software” dell’IA è già in corso; la fase “industriale” — quella che si tocca con il cemento e i cavi — sta appena iniziando.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono sollecitazione all’investimento. L’autore potrebbe detenere posizioni negli strumenti citati. Si invita a leggere il disclaimer completo prima di prendere qualsiasi decisione finanziaria.
08/05/26 – AcomeA Dopo la Tregua: i mercati rimbalzano, ma la rotazione strutturale non è finita
Il rimbalzo di aprile: calma, non equilibrio
Il mese di aprile ha restituito calma ai mercati. Ma la calma, avvertono i gestori di AcomeA SGR nel loro mensile di maggio, non coincide necessariamente con l’equilibrio.
Il catalizzatore del recupero è stato preciso: la riduzione della pressione geopolitica sul fronte iraniano ha liberato liquidità compressa, riportando rapidamente i capitali verso il tema AI e i segmenti Growth. In poche settimane il Nasdaq 100 ha registrato uno dei migliori mesi degli ultimi anni (+15,64%), i mercati emergenti hanno ulteriormente allargato il vantaggio relativo rispetto ai Paesi Sviluppati, e il Nikkei ha accelerato a +16,10%.
La geometria del recupero non è stata però omogenea. L’MSCI EM ha guadagnato il +14,53% nel periodo, con il segmento Growth emergente al +16,90% — il miglior risultato assoluto tra tutte le asset class monitorate. Il FTSE MIB ha tenuto bene a +8,88%, l’Euro Stoxx 50 a +5,60%. Sul fronte obbligazionario, i Treasury USA sulle scadenze lunghe hanno perso un ulteriore -0,48%, portando il dato YTD a -1,18%.
La variabile che unifica tutto: il petrolio
Il dato più eloquente del periodo non è nelle tabelle azionarie. È nel prezzo del petrolio: +81,31% da inizio anno, con un rimbalzo mensile del +3,64% nonostante la tregua dell’8 aprile e il ridimensionamento del 6 maggio.
La curva dei futures continua a segnalare backwardation — il mercato interpreta l’impatto energetico come temporaneo. Ma il dato cumulato da gennaio non si cancella con una tregua. Incorpora uno spostamento reale del costo dell’energia globale che attraverserà i bilanci aziendali e le aspettative di inflazione nei prossimi trimestri. Chi riuscirà a trasferire il costo degli input sui prezzi finali, avrà un vantaggio competitivo strutturale.
Il rimbalzo del Nasdaq non è la fine della rotazione
È la sua pausa. E questa distinzione è il cuore dell’analisi di AcomeA.
Su un orizzonte di tre mesi, il Nasdaq 100 sovraperforma il World ex-USA con una forza che si colloca nell’88° percentile della distribuzione storica — segnale di momentum potente. Ma su sei e dodici mesi, la prestazione del mercato azionario USA scende al 39° e al 41° percentile: centrale, per niente estrema. L’S&P 500 contro il World ex-USA rimane sotto la mediana storica sia a 6 che a 12 mesi.
La struttura di lungo periodo della rotazione non si è invertita. Si è compressa in una finestra di recupero tecnico che ha ridotto temporaneamente la distanza accumulata nei mesi precedenti. Le rivoluzioni esistono, ma il mercato le prezza molto prima che diventino evidenti: il rimbalzo che vediamo oggi sta già prezzando il flusso di aspettative positive del settore AI.
Il rischio strutturale: il bias da FOMO
Quando i mercati rimbalzano con forza dopo un periodo di stress, la percezione del rischio recente si riduce rapidamente. Gli investitori passano dalla narrativa della crisi a quella del ritorno alla normalità in tempi molto più brevi di quanto la struttura dei fondamentali richiederebbe.
Il rimbalzo del Nasdaq crea le condizioni per il bias da FOMO: la sensazione che la rotazione fosse solo temporanea, che tornare sul Growth tecnologico americano sia la scelta ovvia. Il rischio concreto è di ricostruire concentrazione in un’area che, su orizzonti più lunghi, continua a sottoperformare le aree meno affollate — e sui cui sviluppi futuri (capex, tempistiche infrastrutturali) gravano incognite difficilmente ponderabili.
Su dodici mesi il Nasdaq sovraperforma il World ex-USA solo al 41° percentile della sua storia, sotto la media. Un risultato mediocre per un’asset class che per anni ha dominato la classifica, e che ora rischia di essere inseguita esattamente nel momento sbagliato.
Dove si accumula valore: tre aree strutturali
AcomeA identifica tre aree in cui il potenziale di rendimento strutturale è ancora intatto.
Mercati emergenti. Il dato più significativo non è il +14,53% mensile — frutto del rimbalzo — ma il +14,09% YTD, che posiziona l’area emergente come la migliore in assoluto da inizio anno. Le ragioni sono strutturali: valutazioni più contenute, minore affollamento dei flussi istituzionali, carry obbligazionario ancora solido. L’HY emergente a +3,34% nel periodo e l’aggregate sulle scadenze lunghe a +2,93% confermano un profilo di rendimento atteso reale. In un contesto in cui i governativi dei Paesi Sviluppati offrono rendimenti negativi sulle scadenze lunghe, il carry emergente rappresenta un’ancora difficile da ignorare.
PMI italiane. Il FTSE MIB ha guadagnato l’8,88% nel periodo, con un YTD del +7,35% che supera l’Euro Stoxx 50 (+1,47% YTD). Ma è nel segmento delle piccole e medie imprese che si concentra il potenziale più interessante e meno affollato. Dopo anni di marginalizzazione nel dibattito allocativo, le PMI quotate mostrano strutture finanziarie solide, specializzazione industriale in nicchie ad alta competitività e valutazioni ancora inferiori alle medie storiche. L’EGM ha registrato un +6,87% nel periodo, partendo da un punto di valorizzazione più contenuto.
Giappone. Il Nikkei a +16,10% nel periodo e +17,77% YTD non è solo un rimbalzo tecnico, ma la prosecuzione di una tendenza strutturale già in atto. Il Giappone combina valutazioni ragionevoli, miglioramento della corporate governance e un ritorno graduale dell’inflazione che sostiene la redditività aziendale. La normalizzazione estremamente graduale della Bank of Japan mantiene ancora favorevoli le condizioni finanziarie. Tra i mercati sviluppati, rimane uno dei pochi in cui il rapporto tra valutazioni, qualità industriale e momentum dei flussi appare ancora relativamente poco affollato.
La tabella dei P/E forward a 12 mesi per area geografica (fonte IBES) conferma questa lettura: gli USA trattano al 21,2x contro una mediana storica di 16,6x (+28%), mentre EM, Cina, UK e Italia trattano tutti entro il +10% rispetto alle rispettive mediane ventennali.
Il commento editoriale
▶ L’analisi di AcomeA mi convince su un punto centrale: i rimbalzi post-stress sono il momento più pericoloso per la disciplina di portafoglio, non il momento della discesa. Nella discesa l’incertezza è visibile e nominata; nel rimbalzo la narrativa si riorganizza rapidamente intorno alla conferma — e il consenso, per sua natura, arriva sempre in ritardo rispetto alle strutture. Il petrolio a +81% YTD è il dato che il mercato sta cercando di dimenticare più in fretta. Non credo che ci riuscirà.
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02/05/26 — Crypto per tutti: il sogno libertario che Wall Street ha addomesticato (e perché non è necessariamente un male)
Il Bitcoin che sognava la libertà
Ce lo ricordiamo bene, quel sogno. Ne abbiamo parlato a lungo nel nostro thread Bitcoin: storia di un sogno: Satoshi Nakamoto, il whitepaper del 2008, l’idea di una moneta peer-to-peer che scavalcasse banche centrali, governi e intermediari. Una risposta radicale alla crisi finanziaria, concepita da libertari convinti che il denaro non dovesse obbedire a nessuno Stato.
Quel sogno esiste ancora — ma vive ai margini. Al centro, oggi, c’è qualcos’altro: Schwab, BlackRock, JPMorgan. Lo stesso Jamie Dimon che nel 2017 definì Bitcoin una frode, nella sua più recente lettera agli azionisti ha annunciato che la banca sta rafforzando le proprie capacità nel settore degli asset digitali. Wall Street ha addomesticato la rivoluzione. E ne ha fatto, prevedibilmente, un’altra macchina per macinare commissioni.
ETF spot su Bitcoin, ETF su Ether, ETF tematici sull’ecosistema crypto. Prodotti confezionati, distribuiti, collocati. Il cypherpunk che custodisce i propri satoshi su un cold wallet offline probabilmente starà facendo una smorfia. Ha le sue ragioni.
Ma c’è un’altra lettura
Detto questo — e lo diciamo da posizione critica nei confronti della finanza retail confezionata — l’istituzionalizzazione del crypto ha un effetto collaterale che non va ignorato: riduce strutturalmente la volatilità nel lungo periodo.
I numeri dicono tutto. Negli ultimi cinque anni il beta di Bitcoin rispetto all’S&P 500 è stato 1,92: quasi il doppio della volatilità dell’indice azionario americano. Bitcoin ha perso circa la metà del proprio valore tra aprile e luglio 2021, e di nuovo tra ottobre 2025 e febbraio di quest’anno. Un asset così non è adatto a chi ha un’esigenza di reddito fisso o un orizzonte temporale corto.
Eppure: quando entrano Fidelity, BlackRock e Schwab, entrano anche i loro algoritmi di gestione del rischio, i loro desk istituzionali, i loro flussi regolari di sottoscrizione e riscatto. La base degli investitori si allarga, si diversifica per profilo e orizzonte temporale. Meno concentrazione nelle mani di speculatori puri significa — tendenzialmente — oscillazioni meno estreme nel tempo.
Non è un processo lineare, non è garantito. Ma è storicamente riconoscibile: lo abbiamo visto con l’oro quando arrivarono gli ETF sull’oro, lo stiamo vedendo — lentamente — con il crypto. L’istituzionalizzazione non è neutra: cambia la struttura del mercato.
Una capitalizzazione che non si può ignorare
Il mercato crypto ha raggiunto una capitalizzazione complessiva di 2.600 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 1.000% rispetto all’aprile 2020. Bitcoin è passato da circa 8.000 dollari a inizio 2020 fino a un massimo di 126.000 dollari nel corso dello scorso anno.
Ignorare un’asset class di queste dimensioni non è più una scelta neutrale. Non significa necessariamente investirci — ma significa almeno capirla. È la domanda che si è posto un cliente sessantottenne di un advisor americano, dopo l’annuncio di Schwab: “Mi sto perdendo qualcosa?”. La risposta onesta non è né sì né no: dipende dal contesto, dall’orizzonte, dal portafoglio complessivo.
Quanto mettere, se si decide di metterci qualcosa
Gli advisor americani citati dall’inchiesta di Barron’s sono abbastanza convergenti: per un investitore anziano o prossimo alla pensione, l’esposizione al crypto non dovrebbe superare il 5–10% del portafoglio totale. Non come sostituto delle posizioni core di reddito, ma come componente satellite — a patto che le basi siano già coperte.
Se si decide di avere esposizione, un ETF diversificato sull’ecosistema crypto è probabilmente più sensato che scommettere su una singola moneta. Esistono prodotti che includono infrastrutture blockchain, mining e aziende collegate, distribuendo il rischio su un segmento più ampio rispetto al solo Bitcoin o Ether.
La nostra posizione
Su questo blog abbiamo sempre tenuto una posizione critica nei confronti del crypto come strumento speculativo di breve termine. Resta valida. Ma riconoscere che l’istituzionalizzazione sta cambiando le coordinate del mercato non è contraddittorio: è semplicemente aggiornare la mappa alla realtà.
Il sogno libertario di Bitcoin è sopravvissuto al disinteresse, alle bolle, ai crolli e alle bufale. Ora sopravviverà anche a Wall Street — probabilmente trasformato, probabilmente addomesticato. Ma non del tutto spento.
Detengo una piccola posizione in Bitcoin come oro virtuale e posizioni in asset legati all’ecosistema crypto: COIN (Coinbase), ARKK e ARKX (ETF ARK che includono esposizione crypto e tech), e PURR. Detengo inoltre NVDA e AVGO, i cui chip costituiscono infrastruttura critica per il mining e i data center crypto. Claude (Anthropic) ha una dipendenza strutturale da chip Nvidia e Broadcom. Il presente articolo esprime valutazioni personali e non costituisce consulenza finanziaria.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo esclusivamente informativo e non costituiscono consulenza finanziaria, legale o fiscale. Prima di prendere qualsiasi decisione di investimento consulta un professionista abilitato. Leggi il disclaimer completo.
30/04/26 — Goldman Sachs: compra gli hyperscaler, riduci i semi. Il trade di Covello che va controcorrente

Conflitto su entrambi i lati del trade raccomandato da Covello. Sul lato long hyperscalers: detengo posizioni in AMZN (Amazon) e ORCL (Oracle). Sul lato underweight semis (ovvero il lato che Covello raccomanda di ridurre): detengo posizioni in NVDA (Nvidia), AVGO (Broadcom) e MU (Micron). Claude è prodotto da Anthropic, investita da Amazon — conflitto strutturale dichiarato. Per il disclaimer completo: leggere il disclaimer.
Fonte: Michael Msika, Bloomberg, 30 aprile 2026. Traduzione e commento editoriale: Gianni & Claude (Anthropic).
Jim Covello, co-head of equity research di Goldman Sachs e analista semiconductor di lungo corso, ha pubblicato oggi una nota ai clienti con una raccomandazione controcorrente: long hyperscalers, underweight semiconduttori. La tesi è di relative value — non una chiamata ribassista sull’AI, ma una rotazione all’interno del trade AI da chi ha già guadagnato (i semi) verso chi è rimasto indietro (i big spender).
Il punto di partenza della tesi è valutativo. Il Philadelphia Semiconductor Index (SOX) è salito di quasi il 150% nell’ultimo anno — il P/E forward a 12 mesi è balzato a quasi 24 contro una media decennale di 19. Gli hyperscaler — Amazon, Oracle, Microsoft, Alphabet, Meta — trattano anch’essi a 24x P/E forward, ma storicamente venivano valorizzati molto di più, data la ricorrenza dei cash flow e le prospettive di crescita. Il mercato li ha compressi per via dei timori sul capex; Covello scommette che quella compressione si correggerà.

Covello identifica due scenari positivi per il trade. Nel primo, gli hyperscaler iniziano a dimostrare un ROI positivo sugli investimenti AI: i multipli si riprendono, i chip stocks hanno meno upside perché il mercato li ha già premiati. Nel secondo — che Covello definisce il “best case” per questo trade — il ROI degli hyperscaler rimane sotto pressione e li costringe a tagliare il capex: gli hyperscaler rimbalzano sul miglioramento del free cash flow, i semiconductor vengono penalizzati dal calo della domanda.
L’unico scenario negativo per il trade è quello “status quo”: gli hyperscaler continuano a spendere nonostante le difficoltà di ROI, comprimendo i cash flow senza penalizzare i semi. In quel caso il trade non funziona — né il long hyperscalers né l’underweight semi produce risultati. È il rischio di una tesi di relative value in un mercato irrazionale.

Fonte: Michael Msika, Bloomberg, 30 aprile 2026. Redatto da Gianni & Claude (Anthropic). Per il disclaimer completo: leggere il disclaimer.
27/04/26 — Il mondo ha sete: come investire nell’acqua con pazienza

Il mondo sta diventando più assetato. Non è una metafora — è una proiezione demografica, climatica e industriale che si traduce in un mercato da trilioni di dollari nei prossimi dieci anni. Eppure il settore idrico come tema di investimento resta sistematicamente sottorappresentato nei portafogli retail italiani, schiacciato tra i temi più glamour dell’AI e quelli più familiari dell’energia.
Vale la pena guardarlo con attenzione, anche perché il momento attuale — con alcuni titoli sotto pressione per ragioni cicliche temporanee — potrebbe offrire punti di ingresso interessanti per chi ha un orizzonte di almeno due anni.
Un settore solido in un momento difficile
Il breve termine è stato turbolento. La guerra in Iran ha complicato le prospettive per mercati importanti come le costruzioni. Il settore residenziale e non residenziale è debole. Le utility hanno rallentato l’approvazione di nuovi progetti. E il raffreddamento liquido per i data center — una delle nuove frontiere del settore — è ancora una voce piccola nei bilanci.
I risultati recenti lo confermano. Badger Meter, grande player negli smart meter idrici, ha mancato le stime del primo trimestre ed è penalizzata dai ritardi nei progetti delle utility. Il titolo ha perso il 29% da inizio anno. Xylem (XYL) — la più diversificata tra le società di attrezzature e servizi idrici — ha ceduto il 10% da inizio anno, scivolando dai massimi di ottobre a circa $123.
Come si investe nell’acqua
Il settore idrico è vasto — utility, gestione delle acque piovane, trattamento, attrezzature (misuratori, pompe, valvole, tubazioni). Barron’s identifica cinque modi principali per prendervi esposizione:
Xylem (XYL) — Il nome di riferimento del settore. Cliente base diversificata: semiconduttori, farmaceutica, ospedali, alimentare, utility, data center. Più della metà dei ricavi viene da fuori dagli Stati Uniti. Il consensus degli analisti ha un target medio a $156, con RBC a $157 e Baird a $161. UBS ha recentemente declassato il titolo a Neutral per preoccupazioni sulla crescita 2026, ma vede una ripresa della crescita organica nel 2027. Chi compra Xylem oggi compra un orizzonte di due anni, non sei mesi.
Advanced Drainage Systems — Gestione delle acque, specializzata nella transizione dalla tubazione in cemento e acciaio alla plastica. Margini operativi EBITDA intorno al 30%. Unico player nazionale nel suo segmento e uno dei maggiori acquirenti di plastica riciclata negli USA. Sensibile al prezzo del petrolio (materia prima) e all’andamento delle costruzioni. Tratta intorno a $153, con target Baird a $205.
Watts Water Technologies — Fornitore di attrezzature per qualità e controllo del flusso idrico. I data center rappresentano il 3-4% delle vendite ma potrebbero crescere del 30-35% nei prossimi cinque anni (valvole e sistemi per il raffreddamento). Titolo in salita del 46% nell’ultimo anno, intorno a $304. Target KeyBanc a $360.
Invesco S&P Global Water Fund (CGW) — ETF settoriale globale sull’acqua, +5% da inizio anno. Tra le posizioni principali: Xylem, Advanced Drainage, Watts, American Water Works.
Global X Clean Water ETF — ETF simile, +5% da inizio anno. Prima posizione: Ferguson Enterprises (FERG), distributore di prodotti idraulici e HVAC, +56% nell’ultimo anno.
Perché il lungo termine rimane interessante
I driver strutturali del settore sono solidi e indipendenti dal ciclo economico:
Siccità e stress idrico. Le siccità negli Stati Uniti e in Europa stanno aumentando l’interesse per tecnologie di conservazione e riciclo dell’acqua. Non è un trend reversibile.
Crescita demografica globale. Una popolazione mondiale in crescita aumenta la domanda di acqua potabile, impianti di desalinizzazione e infrastrutture di trattamento — soprattutto in Asia e Africa subsahariana.
Invecchiamento delle infrastrutture. Negli Stati Uniti, buona parte della rete idrica ha decenni di vita. La sostituzione richiederà investimenti nell’ordine dei trilioni di dollari nei prossimi dieci anni — un mercato captive per i fornitori di attrezzature.
Data center e raffreddamento liquido. La proliferazione dei data center AI sta creando una domanda nuova e in rapida crescita per sistemi di raffreddamento idrico ad alta efficienza. È ancora una voce piccola, ma in accelerazione.
Per il lettore italiano: gli equivalenti UCITS
Gli ETF citati nell’articolo di Barron’s — CGW e Global X Clean Water — non sono disponibili in forma UCITS per gli investitori europei. Esistono però equivalenti diretti, tutti quotati su mercati accessibili dall’Italia:
iShares Global Water UCITS ETF (IH2O.MI) — Il più grande e liquido del settore in Europa, con oltre €2,3 miliardi di AUM. Traccia l’S&P Global Water Index, 50 società globali. TER 0,65%. Disponibile su Borsa Italiana in versione distribuzione (IH2O.MI) e su altre piazze europee. ISIN IE00B1TXK627. Tra le holdings principali: Xylem, Ferguson, American Water Works — gli stessi nomi dell’articolo Barron’s.
Amundi MSCI Water UCITS ETF (WAT) — Secondo ETF acqua per AUM in Europa, circa €1,5 miliardi. Traccia l’MSCI ACWI Water Index. Alternativa valida a IH2O con esposizione leggermente diversa.
Global X Clean Water UCITS ETF (AQWA) — Versione UCITS dell’ETF citato da Barron’s, quotato a Londra (AQWA LN). ISIN IE000BWKUES1. 40 holdings, SFDR Article 8. Meno liquido degli altri due ma più concentrato sul tema “clean water” in senso stretto.
Deka STOXX Future Water UCITS ESG ETF (EFQA) — Lanciato a gennaio 2026, quotato su Deutsche Börse. TER 0,56% — il più economico della lista. Replica fisica del STOXX Future Water ESG Index, focalizzato su utility idriche, trattamento e infrastrutture nei mercati sviluppati. Holdings principali: Xylem, Ecolab, Veralto, American Water Works.
Articolo redatto da Gianni & Claude (Anthropic) il 27 aprile 2026, basato su Patti Domm, Barron’s, 27 aprile 2026. Per il disclaimer completo: leggere il disclaimer.
25/04/26 — L’oro ha deluso durante la guerra Iran? No, ha fatto esattamente quello che doveva fare
Molti investitori in oro hanno vissuto febbraio e marzo 2026 con una sensazione sgradevole: il metallo che avevano comprato come protezione geopolitica è crollato dell’11,8% proprio mentre scoppiava la guerra Iran-USA. Il più grande ETF sull’oro al mondo, lo SPDR Gold Shares (GLD), aveva guadagnato il 64% nel 2025 e il 10% da inizio 2026 — per poi perdere quasi 12 punti percentuali in poche settimane. Tradimento? No. Comportamento razionale.
Perché l’oro è sceso durante la guerra
Il meccanismo è controintuitivo ma logico. Quando il petrolio ha superato i $100 al barile a marzo — dopo l’inizio del conflitto il 28 febbraio — le banche centrali hanno venduto riserve auree per comprare dollari, necessari ad acquistare il greggio prezzato in valuta americana. Più dollari in circolazione, oro giù. Simultaneamente, l’aspettativa di tagli dei tassi Fed — già prezzata dai mercati prima del conflitto — è evaporata: i rendimenti dei Treasury decennali sono schizzati da sotto il 4% a 4,4% a fine marzo, con un tasso reale (al netto dell’inflazione al 3,3%) di circa un punto percentuale.
Quando i rendimenti reali salgono, i bond diventano più attraenti rispetto all’oro — che non paga cedole. Max Belmont, co-gestore del fondo First Eagle Gold, lo ha sintetizzato così: «Per noi l’oro ha reagito in modo del tutto razionale.»
Dove siamo adesso
Dopo il picco di $5.500 a oncia di gennaio — una corsa del 30% in un mese che il World Gold Council stesso definisce «un movimento speculativo, un momentum trade» — l’oro quota oggi sotto $4.800. La correzione era attesa e salutare. Ma i target di fine anno degli analisti restano ambiziosi: Goldman Sachs vede $5.400, JPMorgan $6.300.
La tabella di Morningstar (dati al 22 aprile 2026) mostra bene il quadro: i fondi azionari sui miner come Allspring Precious Metals (EKWAX) e First Eagle Gold (SGGDX) hanno perso rispettivamente il 19% e il 17,6% a marzo — ma restano in territorio positivo da inizio anno (+11,3% e +12,9%). Gli ETF sull’oro fisico come GLD e iShares Gold Trust Micro (IAUM) hanno perso l’11,8% a marzo ma guadagnano circa il 10% YTD. La differenza di expense ratio è notevole: IAUM a 0,09% contro GLD a 0,40% — per chi vuole esposizione pura al metallo, i costi contano.
Joe Cavatoni del World Gold Council ritiene che i rendimenti reali attuali non siano abbastanza alti da compromettere il trend strutturale: «Sopra il 4% di rendimento reale sui Treasury si creerebbe una condizione sfavorevole. Non ci siamo.» Oggi il rendimento reale sui TIPS decennali è 1,9 punti percentuali sopra l’inflazione — significativo ma non letale per l’oro.
Il driver strutturale: le banche centrali
Il fattore più importante per l’oro nel lungo termine non è la guerra o l’inflazione — sono le banche centrali. Nel 2022, dopo il congelamento delle riserve russe da parte degli Stati Uniti, la quota della domanda aurea mondiale soddisfatta dagli acquisti delle banche centrali è raddoppiata dal 12% al 24%. Michael Bradshaw, gestore del fondo Allspring Precious Metals, spiega il meccanismo: «Il congelamento degli asset russi ha spaventato le altre banche centrali, soprattutto nei mercati emergenti: se gli USA possono farlo con la Russia, perché non con noi?» Cina e India stanno sistematicamente sostituendo i Treasury con oro nelle riserve.
È la stessa logica che ci ha portato a descrivere il Bitcoin come oro digitale sovrano — la ricerca di un asset che non possa essere congelato da nessuna giurisdizione. L’oro fisico risponde alla stessa esigenza, con qualche millennio di storia in più.
I miner: leva sull’oro con volatilità amplificata
Chi vuole esposizione all’oro con maggiore leva può guardare ai produttori minerari. Con costi all-in medi intorno ai $2.000 per oncia e prezzo spot intorno a $4.800, i margini dei miner sono straordinariamente ampi. Bradshaw cita tra i preferiti G Mining Ventures (GMIN) — produttore a basso costo capace di generare utili anche in scenari di forte calo del prezzo. Il suo fondo ha perso il 19% a marzo ma aveva guadagnato il 164% nel 2025: esattamente il profilo di chi cerca leva, non protezione.
La nostra posizione sull’oro come ultima spiaggia — non come investimento, ma come riserva di valore estrema da tenere fuori dal sistema finanziario — è descritta in dettaglio in questo articolo: → Crollo della società civile: la sezione sull’oro.
Leggere il disclaimer prima di utilizzare i contenuti di questo sito. Questo articolo è redatto da Gianni & Claude (Anthropic) ed è soggetto a copyright. Non costituisce sollecitazione all’investimento.
24/04/26 — Il credito privato affronta il momento della verità
Fonte: Barron’s, 24 aprile 2026 — Bill Alpert
Il settore del credito privato ha subito un’ondata di riscatti senza precedenti nel primo trimestre 2026. Nei prossimi giorni i grandi gestori pubblicheranno gli utili trimestrali: sapremo se la fuga dei capitali è finita — o se è solo all’inizio.
Non molto tempo fa il credito privato era il posto dove stare, se si aveva il patrimonio giusto e i consulenti giusti. Poi è arrivato troppo denaro: i fondi hanno cominciato a erogare prestiti meno redditizi, sono emersi dubbi sulla qualità del credito, e il mese scorso gli investitori facoltosi si sono precipitati alle uscite. Una corsa agli sportelli in piena regola — anche se non si chiama così, perché tecnicamente non sono banche.
Nelle prossime settimane scopriremo se la crisi è rientrata. I gestori come Ares Management (ARES) e Blue Owl Capital (OWL) presenteranno i risultati del primo trimestre e, inevitabilmente, parleranno a lungo di raccolta fondi.
Il governo federale americano ha recentemente aperto i piani pensionistici — incluso il settore dei target-date fund da 14.000 miliardi di dollari — alla possibilità di detenere credito privato insieme ad azioni e obbligazioni tradizionali. Questi nuovi flussi istituzionali compenseranno ulteriori riscatti da parte degli investitori facoltosi?
Come si è arrivati qui
Il settore del credito privato è nato dopo la crisi finanziaria del 2008 per colmare i vuoti lasciati dalle banche commerciali, costrette a ridurre il credito dalle nuove regole prudenziali. I BDC quotati come Ares Capital e Blue Owl Capital hanno finanziato i buyout di private equity al posto dei prestiti sindacati bancari. Alcuni di questi veicoli quotati sono cresciuti molto, ma la massa di denaro ancora maggiore si è riversata nei BDC non quotati — distribuiti attraverso banche e broker a istituzioni e privati facoltosi.
I fondi amplificavano i rendimenti con la leva finanziaria: il profitto derivava dallo spread tra il costo del debito che raccoglievano e i tassi più alti applicati ai prestiti a tasso variabile alle imprese finanziate. Quando la Federal Reserve ha alzato i tassi nel 2023–2024, i rendimenti sui portafogli di credito privato sono saliti fino al 12% sui prestiti first-lien meglio garantiti. I dividendi erano così generosi che i BDC hanno accantonato riserve straordinarie di utili.
Quei rendimenti elevati hanno spinto la crescita degli asset dei BDC non quotati di oltre 150 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2025, secondo i ricercatori di With Intelligence/S&P Global. Altre categorie di fondi di credito — come gli interval fund — hanno aggiunto altri 150 miliardi nello stesso periodo.
Per investire rapidamente tutto quel denaro (e rispettare le norme fiscali sui proventi distribuiti, oltre a generare commissioni), i gestori hanno allentato le condizioni: hanno permesso a più debitori di differire i pagamenti in contanti aggiungendo gli interessi al capitale (payment in kind), e hanno lasciato che gli spread sui prestiti first-lien scendessero da quasi il 6% nel 2023 al 5% nel 2025.
Con il calo del tasso base sui prestiti variabili — man mano che la Fed allentava la politica — il rendimento medio sui first-lien è sceso dal 12% di picco a meno del 10% nel 2025. E i dividendi hanno cominciato a calare.
«Il passaggio verso la raccolta di fondi da investire immediatamente anziché con pazienza ha portato a una sottoperformance strutturale e a protezioni più deboli sugli asset in tutto il settore. Il risultato è quello che vediamo oggi: un settore BDC che attraversa un reset intenso ma meritato.»
— Management di Sixth Street Specialty Lending (TSLX), BDC quotato
La corsa agli sportelli di marzo
Quasi tutti i BDC non quotati hanno visto le richieste di rimborso del primo trimestre 2026 superare la soglia del 5% degli asset netti che i gestori tengono pronta in liquidità. Le richieste hanno raggiunto rispettivamente il 22% e il 41% nei grandi fondi non quotati Blue Owl Credit Income e Blue Owl Tech Income.
Nel fondo non quotato più grande del settore — il Blackstone Private Credit Fund (BCRED) con 86 miliardi di asset — i riscatti si sono fermati al 7%. Blackstone ha comunicato giovedì scorso che il rendimento netto di BCRED nel trimestre di marzo è stato piatto. I deflussi sono venuti da un numero relativamente ristretto di grandi conti, mentre la maggior parte degli investitori individuali è rimasta. Il CEO di Blackstone, Stephen Schwarzman, ha sottolineato che gli investitori istituzionali continuano a impegnarsi a scala rilevante nel credito privato.
Notizie di cronaca finanziaria hanno attribuito il disagio degli investitori facoltosi a singoli prestiti problematici, o alla minaccia dell’intelligenza artificiale per le aziende software finanziate dai fondi. Il Wall Street Journal ha riportato giovedì che i regolatori di diverse agenzie federali stanno esaminando le informative e le valutazioni dei prestiti delle società di credito privato. I BDC insistono che i loro portafogli sono solidi — ma spread compressi e tagli ai dividendi possono essere ragione sufficiente per cercare rendimenti altrove.
▶ Commento editoriale. Chi segue questo blog da qualche anno sa che la nostra posizione sul credito privato retail è coerente dal caso Blackstone BREIT del 2022: il prodotto è strutturalmente inadatto agli investitori individuali. Non perché i prestiti siano necessariamente cattivi — ma perché l’illiquidità è intrinseca al modello, e la promessa di riscatti mensili è incompatibile con la natura degli asset sottostanti. Il «near bank run» di marzo 2026 su Blue Owl Tech Income (41% di richieste di uscita!) è esattamente lo scenario che avevamo descritto. I fondi pensione e i target-date fund possono sopportare l’illiquidità; un risparmiatore privato che ha bisogno di liquidità in momenti di stress di mercato, no. Il reset è «intenso ma meritato», come dice lucidamente il management di TSLX. Rimaniamo alla finestra in attesa degli utili di ARES e OWL.
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Disclaimer — Questo articolo è un adattamento editoriale di un articolo originale pubblicato su Barron’s. Non costituisce consulenza finanziaria. Leggi il disclaimer completo.
Gianni & Claude (Anthropic) — Filosofare sui Mercati
20/04/26 — Bloomberg: dove investire 100.000 dollari adesso
L’autore detiene posizioni in NVDA (Nvidia) e DE (Deere), entrambe rilevanti rispetto ai temi trattati. Claude (Anthropic) dichiara una dipendenza strutturale dai chip Nvidia e Broadcom per la propria infrastruttura di inferenza, e un rapporto competitivo con OpenAI, xAI e Google Gemini.
Fonte: Bloomberg — Paulina Cachero, 20 aprile 2026. Traduzione e commento editoriale: Gianni & Claude (Anthropic) · Filosofare sui Mercati.
I mercati finanziari sottosopra stanno spingendo gli investitori verso la stabilità. E la «vecchia economia» — i settori blue chip che poggiano sui pilastri dell’era industriale: trasporti, materie prime, utility — è emersa come baluardo, mentre altri comparti vengono martellati dall’innovazione tecnologica e dalla turbolenza geopolitica.
I wealth manager interpellati da Bloomberg costruiscono un caso in due tempi. I settori tradizionali sono spesso generatori di cassa, ricchi di asset fisici e poco esposti alla disruption. Offrono protezione dalla volatilità oggi e possono sfruttare l’AI per potenziare i propri modelli di business. Il boom dell’intelligenza artificiale avrà bisogno di energia, infrastrutture, materiali e macchinari. I data center richiedono potenza elettrica e spazio fisico. Le reti elettriche devono essere rinnovate. La nuova economia dipende da quella vecchia.

Snezhana Otto — AllianceBernstein: punta sulle «picks and shovels»
L’idea. Se si confronta il Russell Value con il Russell Growth, il value sta sovraperformando il growth in questo momento. L’indice growth contiene molte aziende sotto pressione dall’AI — software, media e altri. L’indice value, invece, ha solo il 15% di esposizione alla disruption tecnologica ed è composto dalle «piccole e pale» dell’economia: utility, elettrico, macchinari, trasporti, auto. Queste aree non sono solo isolate dall’AI: ne sono beneficiarie.
L’agricoltura è un buon esempio. Il ciclo agricolo e la produttività che lo accompagna rappresentano un investimento attraente. La superficie agricola coltivata non sta crescendo in ettari, ma la popolazione cresce — e ciò che dobbiamo mangiare richiede sempre più input.
La strategia. I macchinari agricoli sono fondamentali per ottenere maggiore produttività dallo stesso terreno. Sementi, fertilizzanti e macchinari sono tutti elementi chiave per aumentare la produzione. Le aziende che operano in questo spazio tendono a essere player grandi e consolidati, con forti capacità esecutive. Nel tempo hanno dimostrato un potere di prezzo sostenuto, trainato dall’innovazione. Sebbene il ciclo agricolo sia attualmente in una fase di ribasso con prezzi delle materie prime bassi, queste aziende di supporto sono ben posizionate e hanno il potenziale per beneficiare quando il ciclo si riprenderà.
Il quadro generale. Esiste un dibattito in corso sull’impatto downstream dell’AI e sul livello di capex che genererà nell’economia. Per gli investitori che cercano un’esposizione meno dipendente da questi esiti, i materiali e la manifattura industriale offrono opportunità interessanti. Sono vincitori strutturali non direttamente legati all’AI, capaci di performare bene in una vasta gamma di scenari. I rischi non mancano: prezzi del petrolio elevati farebbero salire i costi dei fertilizzanti, ritardando la ripresa del ciclo agricolo. E se la redditività degli agricoltori venisse ulteriormente compressa, il downcycle potrebbe durare più del previsto.
VEGI (iShares MSCI Agriculture Producers, USA) — Il più economico e performante del gruppo nel 2026 (+17% YTD, TER 0,39%). Equivalente UCITS: ISAG / SPAG — iShares Agribusiness UCITS ETF (ISIN IE00B6R52143, TER 0,55%, AUM ~473 milioni di euro, quotato su Borsa Italiana). Replica l’S&P Commodity Producers Agribusiness Index. Portafoglio simile a VEGI con forte sovrapposizione nelle prime dieci posizioni.
MOO (VanEck Agribusiness, USA, TER 0,55%, AUM ~1,24 miliardi) — Non ha un equivalente UCITS diretto. L’alternativa più vicina rimane ISAG sopra citato, che copre la stessa filiera agribusiness con esposizione sia upstream che downstream.
KROP (Global X AgTech & Food Innovation, USA, TER 0,50%) — Equivalente UCITS: KROP LN — Global X AgTech & Food Innovation UCITS ETF, quotato a Londra. Stesso gestore, stessa tesi (robotica agricola, vertical farming, proteine alternative). Verificare la disponibilità presso il proprio intermediario italiano.
«Investirei in una baby nurse notturna per i miei gemelli di quattro mesi — finché non compiono 18 anni. Detto questo, sono il quinto e il sesto figlio, quindi ormai sono una professionista nel funzionare con poco o nessun sonno.»

Richard Bernstein — Janus Henderson: i piccoli industriali sono la grande scommessa
L’idea. La storia è semplice: l’economia americana dipende ancora pesantemente dal resto del mondo per una vasta gamma di beni — basta guardare il deficit commerciale. Questa dipendenza diventa particolarmente problematica nelle fasi di contrazione della globalizzazione. Ne consegue una necessità crescente di ricostruire la base manifatturiera domestica. E i titoli industriali small e mid cap stanno già sovraperformando il mercato. Crediamo che sia in corso una rinascita industriale americana iniziata più di un decennio fa.
La strategia. I titoli industriali small cap sono notoriamente ciclici e costosi, il che tende a tenere lontani gli investitori. Le valutazioni non sono significativamente scontate, ma si ottengono titoli con un potenziale di crescita degli utili secolare significativo. Non investire negli industriali pur riconoscendo i rischi della dipendenza degli USA da altri paesi è come dire «vogliamo trasportare più merci ma non siamo disposti a costruire più strade».
Un sottosettore particolarmente attraente è la distribuzione energetica. Modernizzare la rete elettrica è essenziale per la crescita economica e la reindustrializzazione. Gran parte della rete americana si basa ancora su tecnologia in alluminio e rame vecchia di decenni. Aggiornandola con conduttori a base di carbonio, il paese potrebbe aumentare la capacità della rete del 20-30% stimato. Questo sottosettore è sia a corto di capitale che strutturalmente importante. Ci sono relativamente poche aziende che operano in questo spazio, eppure il fabbisogno di investimenti è significativo e in crescita. La domanda aumenta man mano che le industrie ad alta intensità energetica — i data center in particolare — continuano a espandersi. Sarà praticamente impossibile reindustrializzare l’economia americana senza modernizzare le infrastrutture industriali.
Il quadro generale. Le opportunità di investimento di lungo periodo sono spesso generate dalla scarsità di capitale. L’ideale è essere l’unico banchiere in una città piena di debitori — è lì che si generano i rendimenti più solidi nel lungo periodo. Al contrario, quando il capitale è abbondante, i debitori tendono a riceverlo gratuitamente e gli investitori vengono spesso penalizzati. L’AI è una narrativa economica convincente, ma è meno attraente da una prospettiva di investimento di lungo periodo per via della sua significativa sovracapitalizzazione. Al contrario, molte parti della vecchia economia rimangono sottoinvestite e trascurate — creando opportunità più attraenti per il capitale paziente.
GRID (First Trust NASDAQ Smart Grid, USA, TER 0,56%) — Equivalente UCITS disponibile: FGRD — First Trust Nasdaq Clean Edge Smart Grid Infrastructure UCITS ETF (ISIN IE000J80JTL1, TER 0,63%, AUM ~1,57 miliardi di euro). Stesso indice, stessa esposizione alla rete elettrica intelligente. Ben dimensionato e liquido.
VOLT (Tema Electrification, USA, gestione attiva, TER 0,75%) — Non ha un equivalente UCITS diretto. Per un’esposizione simile all’elettrificazione in formato europeo, la soluzione più vicina è FGRD sopra citato, oppure fondi attivi specializzati sull’energia disponibili presso il proprio intermediario.
RSHO (Tema American Reshoring, USA, TER 0,75%) — Nessun equivalente UCITS diretto al momento. Il tema della reindustrializzazione americana non è ancora coperto da ETF UCITS specifici.
IFRA (iShares U.S. Infrastructure, USA, TER 0,30%) — Non ha un equivalente UCITS identico. Per un’esposizione all’infrastruttura globale in formato UCITS: INFR — iShares Global Infrastructure UCITS ETF (TER 0,65%) copre infrastrutture mondiali inclusi trasporti, utility e telecomunicazioni. Esposizione più globale rispetto all’IFRA USA-only.
«Sono un grande tifoso dei New York Rangers e ho già ottimi posti a centrocampo. Ma potrei sempre passare agli abbonamenti stagionali nella sezione celebrity in prima fila. Probabilmente mi costerebbe un bel po’.»

Peter Fisher — Wellington Management: lento e costante vince la gara
L’idea. Il boom AI ha creato un piccolo gruppo di vincitori che hanno registrato una crescita e valutazioni enormi, allargando il divario e facendo sembrare tutti gli altri in perdita. Eppure molte aziende stanno performando bene di per sé. Prendiamo le società di carte di credito e pagamenti: crescono a un ritmo normale — o anche più veloce delle loro medie storiche — ma quella crescita appare modesta rispetto alle aziende trainate dall’AI. Si è creato un disallineamento tra l’andamento del prezzo azionario e i fondamentali del business sottostante. È la classica dinamica della tartaruga contro la lepre: queste aziende orientate al consumatore tendono a crescere lentamente e costantemente nel tempo.
La strategia. Ci sono sempre rischi nel settore della finanza al consumo, ma gli incumbent — in particolare nelle carte di credito e nei pagamenti — beneficiano di forti network effect. Le loro partnership estese con le aziende le rendono difficili da scalzare, anche con i progressi tecnologici. Le società con ampia esposizione sia ai consumatori fascia alta che a quelli fascia bassa tendono a performare bene anche quando l’economia generale è instabile. Anche in tempi incerti, i consumatori continuano a strisciare le carte per pagare i beni essenziali. Alcuni titoli del settore pagamenti hanno corretto, passando da valutazioni premium a livelli più ragionevoli — il che potrebbe rappresentare opportunità di ingresso interessanti.
Il quadro generale. Guardando agli analoghi storici delle disruption economiche — come le ferrovie — i titoli di quei settori spesso hanno registrato la crescita più forte e le capitalizzazioni di mercato più alte nelle prime fasi del ciclo di adozione. Mentre l’AI è in pieno boom oggi, la storia suggerisce che quella dinamica cambierà. E quando raggiungerà il suo picco, il mercato tornerà a queste aziende che macinano risultati in silenzio.
IPAY (Amplify Digital Payments, USA, TER 0,75%) — Alternativa UCITS: PMNT — Rize Digital Payments Economy UCITS ETF (ARK Invest Europe), quotato a Londra. Esposizione all’ecosistema dei pagamenti digitali globali in formato UCITS. Verificare disponibilità presso il proprio intermediario. In alternativa: XFNT — Xtrackers MSCI Fintech Innovation UCITS ETF, che include sia pagamenti digitali che fintech più ampio.
FDIG (Fidelity Crypto Industry & Digital Payments, USA, TER 0,39%) — Non ha un equivalente UCITS diretto che combini pagamenti e crypto nello stesso veicolo. Per l’esposizione crypto/blockchain in UCITS esistono prodotti dedicati (ETP su Bitcoin ed Ethereum), ma l’abbinamento con i pagamenti digitali non è replicabile con un singolo ETF europeo.
«Ho due figli, uno dei quali andrà al college il prossimo anno — avremo il nido vuoto. Dopo 18-20 anni di genitorialità a tempo pieno, improvvisamente ti ritrovi con tutto questo tempo libero fuori dal lavoro. Tutti i nostri amici sono nella stessa barca, cercando di capire cosa fare di sé stessi. Investirei in programmi che aiutano i genitori a scoprire come si vive quando non si è più genitori a tempo pieno. Ho sentito dire che i summer camp per genitori con nido vuoto sono diventati una cosa seria.»

Meera Pandit — JPMorgan Asset Management: le fondamenta del boom AI
L’idea. Il value sta sovraperformando il growth da inizio anno, replicando la dinamica dei primi mesi del 2025 durante la volatilità guidata dai dazi. Alcuni settori value, in particolare, hanno mantenuto la resilienza nonostante l’incertezza geopolitica — e l’energia è stata la più evidente. Tuttavia il sentiment può cambiare, quindi gli investitori dovrebbero ancorare i propri investimenti ai settori value supportati da una forte crescita degli utili e da venti favorevoli di lungo periodo. Materiali e utility si distinguono in questo senso.
La strategia. La dispersione settoriale di quest’anno è notevole: sebbene l’S&P 500 sia negativo da inizio anno, sei degli undici settori sono ancora positivi. Molti sono i settori value tradizionali: energia, industriali, beni di consumo di base, utility, immobiliare e materiali. Guardando sotto la superficie, tra il 65% e il 95% dei titoli all’interno di ciascuno di questi settori sta battendo l’S&P 500 da inizio anno — creando un’ampiezza di opportunità notevole. Questo genera un contesto favorevole per lo stock picking all’interno di questi settori. Materiali e utility sono entrambi proiettati a una crescita degli utili a doppia cifra nel 2026. Da un punto di vista secolare, questi settori — insieme agli industriali — sono contributori chiave al buildout dell’AI, mentre i vincitori dell’AI si spostano da spenditori di capex a destinatari di capex.
Il quadro generale. La nuova economia dipende da quella vecchia: non è più una dinamica alternativa. I progressi tecnologici stanno guidando un aumento delle spese in conto capitale nei settori tradizionali, il che significa che gli investimenti nella vecchia economia possono complementare la crescita guidata dall’AI. Utili solidi, sovraperformance relativa, qualità sottostante e valutazioni attraenti hanno riportato gli investitori su questi settori. Ciò che renderà tutto questo ancora più convincente in prospettiva è come la vecchia economia si intersechi sempre più con quella nuova, sostenendola.
VTV / SPYV / IUSV (large cap value USA, TER 0,04%) — Equivalente UCITS più vicino: IUVL — iShares Edge MSCI USA Value Factor UCITS ETF (TER 0,20%), quotato su più borse europee. Esposizione al value USA large cap con metodologia MSCI. Non identico agli indici CRSP/S&P usati da VTV e IUSV, ma concettualmente equivalente. Alternativa: IWVL — iShares Edge MSCI World Value Factor UCITS ETF (TER 0,30%), per chi preferisce esposizione value globale anziché solo USA.
FTIF (First Trust Bloomberg Inflation Sensitive Equity, USA, TER 0,60%) — Nessun equivalente UCITS diretto con identica metodologia inflation-sensitive. Per protezione dall’inflazione in formato UCITS si possono considerare ETF su commodity producers, real estate o inflation-linked bond, ma non esiste un singolo veicolo azionario UCITS con la stessa impostazione.
«Sono un’appassionata di programmi di cucina competitivi. Se avessi 100.000 dollari da investire in qualcosa di divertente, mi piacerebbe conseguire una laurea in cucina di pari passo con il lavoro. Meglio ancora, trascorrerei tempo e denaro in una scuola di cucina all’estero, per poter viaggiare e imparare a cucinare le cucine locali autentiche.»
▶ Commento di Gianni & Claude
Quattro gestori, quattro angolature diverse, un unico filo conduttore: la vecchia economia non è morta, è semplicemente stata ignorata mentre tutti correvano verso i titoli AI. E ora che la corsa AI mostra i primi segnali di sovraffollamento — sia di capitale che di aspettative — il mercato riscopre quello che non aveva mai smesso di funzionare.
La tesi più interessante è quella di Bernstein sulla scarsità di capitale: i rendimenti migliori si generano dove il denaro non arriva, non dove tutti si accalcano. La rete elettrica americana è un caso da manuale — infrastruttura critica, pochi operatori, domanda strutturalmente crescente, capitale insufficiente. Il problema per l’investitore europeo è che gli ETF più diretti su questo tema (GRID, VOLT) non sono facilmente accessibili al retail europeo in formato UCITS. Vale la pena verificare con il proprio intermediario.
Sul tema agricolo, chi legge questo blog sa che DE (Deere) è una posizione dichiarata — e la tesi di Otto la rafforza. Il ciclo è depresso, le valutazioni sono compresse, e le aziende di macchinari agricoli di qualità reggono anche nelle fasi avverse. Non è un’idea per domani mattina, è un’idea per chi ha pazienza.
Fisher e Pandit chiudono il cerchio: i pagamenti digitali e il value broad offrono stabilità e crescita silenziosa. In un mondo dove tutti cercano il prossimo titolo da dieci volte, a volte il portafoglio migliore è quello che non fa notizia.
20/04/26 — I dividendi non mentono: sessant’anni di una newsletter che batte il mercato

17/04/26 — Pictet: prudenza e Cina…
Sunto fatto da Gemini di un video di Pictet che non si lascia catturare
Operativamente, la strategia di Pictet per aprile 2026 si è fatta molto più prudente rispetto all’inizio dell’anno, a causa dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente.
Ecco le indicazioni pratiche fornite dal loro ultimo Barometro:
1. Asset Allocation: Posizionamento “Neutrale”
Pictet ha ridotto l’esposizione al rischio, portando a neutrale il peso di tutte le tre classi principali: Azioni, Obbligazioni e Liquidità.
• Perché: Non c’è un chiaro “porto sicuro”. Solitamente le obbligazioni salgono quando le azioni scendono, ma l’aumento dei prezzi del petrolio tiene alta l’inflazione, penalizzando entrambi i mercati contemporaneamente.
2. Azioni: Dove stare e cosa evitare
• Sovrappeso sulla Cina: È l’unica regione su cui Pictet mantiene un giudizio positivo (overweight), poiché la Cina è vista come meno colpita direttamente dalle dinamiche inflattive occidentali e in fase di stimolo economico.
• Settori Difensivi: Hanno alzato il rating su Salute (Healthcare) e Pubblica Utilità (Utilities). Quest’ultimo settore è considerato interessante per la stabilità della domanda e il ruolo centrale nell’indipendenza energetica.
• Sottopeso sui Consumi Discrezionali: Evitano i beni di lusso e i consumi non essenziali, che soffrirebbero per il calo del potere d’acquisto dovuto ai costi energetici.
• Tech (Mantenimento): Nonostante i rischi, mantengono le posizioni sui semiconduttori e sull’hardware legato all’IA, approfittando delle correzioni di prezzo per acquistare a valutazioni più ragionevoli.
3. Obbligazioni e Valute
• Cautela sui Titoli di Stato: Hanno riportato i Treasury USA a un peso neutrale. Avvertono che, in caso di stagflazione (prezzi alti e crescita bassa), le obbligazioni potrebbero non proteggere il portafoglio come fatto in passato.
• Dollaro USA: Viene privilegiato come riserva di valore in questa fase di instabilità geopolitica.
• Oro: Sorprendentemente, Pictet ha declassato l’oro a neutrale. Nonostante sia un bene rifugio, molte banche centrali hanno iniziato a venderne parte delle riserve per finanziare le spese energetiche e di difesa, frenandone la corsa.
In sintesi, per il tuo portafoglio:
L’indicazione operativa è di non sovraesporsi, aumentare la quota di settori difensivi (salute/utilities) e mantenere una riserva di liquidità o dollari, aspettando che la situazione geopolitica diventi più chiara prima di rientrare massicciamente sui mercati ciclici.
16/04/26 — Il Rally dei Mercati Emergenti Corre sull’AI: TSMC Traina il Settore Tech

Il rally che parte da Taipei
I mercati azionari emergenti hanno messo a segno la terza seduta consecutiva di rialzi, trascinati dai titoli tecnologici dopo i risultati trimestrali di TSM — Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. — che ha riportato un balzo degli utili del 58% e alzato le previsioni di ricavo. L’indice MSCI EM equity ha guadagnato più dell’1%, avvicinandosi a recuperare le perdite accumulate dall’inizio della guerra con l’Iran.
Tra i maggiori rialzisti della seduta figurano Samsung Electronics, Alibaba, Tencent e SK Hynix: tutti beneficiari diretti della domanda di chip per l’intelligenza artificiale, che continua a dimostrarsi robusta nonostante le tensioni geopolitiche.
L’AI batte la guerra
Il sotto-indice MSCI information technology ha guadagnato l’1,6%, portando il rialzo da inizio anno a quasi il 40% — più del doppio rispetto al secondo settore più performante, l’industriale. Un dato che racconta meglio di qualsiasi analisi dove si concentra la vera forza dei mercati emergenti nel 2026.
▶ «È una cosa brutta avere una guerra, ma in realtà il quadro degli utili è ora guidato più dall’AI che dall’impatto del petrolio. Abbiamo probabilmente quasi il 40% del capitale direttamente legato alla tecnologia, pesantemente connessa ai semiconduttori e a quelli che chiamo gli abilitatori dell’AI.» — Jorry Noeddekaer, Polar Capital
Il boom di TSMC ha contribuito a portare la borsa di Taiwan a superare quella britannica per capitalizzazione, diventando la settima piazza finanziaria mondiale. Il Taiex ha guadagnato il 17% nel solo mese di aprile, seconda performance mensile al mondo dopo il Kospi sudcoreano (+23%), che ha completamente ribaltato il crollo del 18% registrato nelle prime sedute dopo lo scoppio della guerra.

La Cina sorprende, il credito emergente si riapre
A sostenere il sentiment anche la crescita economica cinese nel primo trimestre, risultata superiore alle attese — segnale che il contagio dalla guerra in Iran è stato finora limitato. L’indice MSCI delle valute emergenti si è ulteriormente apprezzato, avvicinandosi a cancellare tutte le perdite accumulate dall’inizio del conflitto mediorientale.
Sul mercato del credito sovrano, lo spread dei bond emergenti in dollari rispetto ai Treasury USA è sceso a 244 punti base — il livello più basso dal 20 febbraio, secondo l’indice JPMorgan. Dopo il marzo più lento dal 2009, le emissioni in eurobond sono esplose di oltre il 200% in aprile, raggiungendo 41 miliardi di dollari. Tra i protagonisti, Brasile e Turchia — entrambi sub-investment grade — hanno raccolto rispettivamente 5 e 2 miliardi.
La lettura di Gianni & Claude
▶ Il messaggio di TSMC è chiaro: la domanda di chip per l’AI non conosce guerre. Chi detiene esposizione ai semiconduttori e agli abilitatori dell’AI — direttamente o tramite i mercati emergenti tech-heavy come Taiwan e Corea — sta raccogliendo i frutti di una tesi che regge nonostante il contesto geopolitico più difficile degli ultimi anni. La riapertura del mercato del credito EM, con Brasile e Turchia che tornano a emettere, è il segnale che il peggio dello shock da guerra è probabilmente già scontato.
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Disclaimer — Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria, legale o fiscale. Le informazioni contenute non devono essere interpretate come raccomandazioni di investimento. Investire comporta rischi, inclusa la possibile perdita del capitale investito. Prima di prendere qualsiasi decisione finanziaria, si raccomanda di consultare un consulente qualificato. Per ulteriori informazioni leggere il disclaimer completo.
16/04/26 — Fugnoli (Kairos): bond, l’ombra della repressione finanziaria

Fonte: Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2026. Intervista di Maximilian Cellino ad Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners Sgr.
Bond, l’ombra della repressione finanziaria
«Un giorno la guerra finirà e il mondo si ritroverà comunque diverso, mentre i mercati dovranno fare i conti con la nuova realtà». Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners Sgr, prova a guardare attraverso la nebbia che continua ad avvolgere l’esito del conflitto nel Golfo, individuando alcuni punti fermi. Il mercato azionario ha già in gran parte recuperato le perdite dall’inizio delle ostilità. Il mondo obbligazionario, al contrario, presenta una «ferita non cicatrizzata» soprattutto nella parte lunga della curva dei rendimenti.
Prima della guerra dominava il paradigma del boom inflazionistico, con governi che premevano sull’acceleratore fiscale per il terzo anno di fila, crescita robusta e inflazione vivace. Questo modello si è poi scontrato con lo shock stagflazionario da offerta provocato dal rialzo del greggio e dalle dislocazioni nelle filiere di approvvigionamento. Il risultato attuale è una crescita meno esaltante — non una recessione — con il PIL USA ancora in aumento dell’1,3% nel primo trimestre, secondo l’indicatore istantaneo della Fed di Atlanta. A questo si aggiunge la risposta fiscale dei governi: in Europa e Asia prevalgono misure di sostegno per famiglie e imprese, mentre negli Stati Uniti pesa anche il finanziamento della guerra, stimato in 200 miliardi di dollari e destinato a crescere.
«La direzione è in ogni caso la stessa e porta a più spesa pubblica e a maggiori disavanzi», sottolinea Fugnoli. Ed è proprio qui il nocciolo della questione per i titoli di Stato: i bond a lunga scadenza rischiano il contraccolpo di un raffreddamento della domanda degli investitori. In un simile contesto torna centrale il tema della repressione finanziaria — il fenomeno che si verifica quando i rendimenti obbligazionari vengono mantenuti più bassi possibile, anche al di sotto dei livelli di mercato, per favorire il contenimento dei disavanzi pubblici. I governi politicamente deboli non hanno la forza di alzare le tasse: l’inflazione diventa quindi uno strumento per ridurre lo stock di debito su PIL.
Lo scenario stagflazionario non è ritenuto il più probabile da Fugnoli, ma resta un’ipotesi da non escludere a priori, con precedenti illustri nella storia: gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e, più di recente, il periodo post-Covid. Con inflazione vivace e tassi nominali sotto controllo, a soffrire sono i rendimenti reali. «Chi detiene titoli a lunga scadenza è destinato a subire in modo passivo questa riduzione dei rendimenti reali», conferma lo strategist.
Paradossalmente, la situazione potrebbe risultare di supporto per l’azionario: quando i rendimenti reali scendono verso zero in modo non patologico — non per recessione ma per altre circostanze — l’effetto è simile a un taglio dei tassi. L’azionario rimane quindi preferibile ai bond, specialmente nei settori dell’alta tecnologia, infrastrutture ed energia, «purché non si materializzi il rischio estremo di una stagflazione vera e propria».
Fugnoli è uno dei pochi commentatori italiani che usa la storia come strumento analitico senza abusarne. La tesi sulla repressione finanziaria è storicamente solida: è esattamente il meccanismo con cui i governi del dopoguerra hanno eroso i debiti di guerra, e che si è ripresentato — in forma più brusca — nel 2022, quando i detentori di BTP decennali hanno subito perdite reali di proporzioni storiche senza che quasi nessuno le chiamasse con il loro nome.
Il punto più interessante dell’intervista non è la repressione finanziaria in sé — concetto noto — ma la sua applicazione al contesto attuale: governi politicamente incapaci di alzare le tasse o tagliare la spesa, shock d’offerta persistenti, e una spesa militare destinata a crescere. È il mix perfetto per tenere i tassi nominali “gestiti” mentre l’inflazione lavora silenziosamente sul debito reale.
Il mio unico disaccordo riguarda il PIL USA: il +1,3% della Fed di Atlanta è un dato ante-dazi e ante-effetti secondari. Il rischio è che lo shock stagflazionario arrivi con più velocità di quanto il modello di Kairos anticipi. La finestra tra “crescita meno esaltante” e “stagflazione vera e propria” potrebbe essere più stretta del previsto.
Sul posizionamento, la conclusione di Fugnoli — azionario preferibile ai bond, con tecnologia, infrastrutture ed energia in primo piano — è condivisibile nei suoi fondamentali. Ma richiede una condizione precisa: che la stagflazione resti un rischio coda e non diventi scenario base. Su questo, il verdetto è ancora aperto.
15/04/26 — GE Vernova vuole investire in Venezuela, Iran e Ucraina. E mia figlia ha meno di quarant’anni.

Gianni non detiene posizioni in GE Vernova (GEV). Claude (Anthropic) dichiara un conflitto di interesse strutturale: i chip Nvidia e Broadcom sono componenti critici dell’infrastruttura su cui gira questo modello. GEV non è presente nei portafogli dichiarati.
Il CEO di GE Vernova, Scott Strazik, ha detto oggi a una conferenza a Washington quello che pochi manager quotati direbbero ad alta voce: vogliamo investire in Venezuela, Iran e Ucraina. Mercati difficili, infrastrutture distrutte, rischio politico al massimo. Esattamente il tipo di posto dove si fanno i soldi veri, se si arriva prima degli altri e si sopravvive all’attesa.
GEV non è un’azienda qualunque. Nata nel 2024 dallo spin-off di General Electric, conta circa 85.000 dipendenti in oltre 100 paesi e le sue tecnologie contribuiscono a generare un quarto dell’elettricità mondiale. In Ucraina ha già operato — centrali mobili, lavori alle sottostazioni — e Strazik ha detto che farebbe “sicuramente” lo stesso in Medio Oriente. Sulla Venezuela, squadre GEV sono già sul campo da mesi: il CEO parla di essere “altamente motivati dall’opportunità”.
Il contesto politico è cambiato rapidamente. A gennaio 2026 Maduro è stato rimosso dal potere con un’operazione americana, Delcy Rodríguez è presidente ad interim, e le infrastrutture elettriche del paese — già disastrate da anni di disinvestimento — sono ora un cantiere potenziale enorme. Per un’azienda come GEV, che vende turbine a gas, soluzioni di rete e centrali modulari, è il tipo di mercato che può generare contratti decennali.
Una nota personale: l’Iran che ho visto con mia figlia
Quando Strazik ha nominato l’Iran, ho avuto un momento di déjà vu. Circa dieci anni fa, io e mia figlia abbiamo fatto un viaggio in Iran in modo completamente autogestito. Niente tour operator, niente gruppo. Tehran, Isfahan, Shiraz, il deserto. Un paese che ti disarma per la bellezza, per l’ospitalità, per la distanza abissale tra quello che i telegiornali raccontano e quello che trovi per strada.
Già allora ragionavo: appena diventa possibile, qui ci investo. Non era un pensiero da trader — era la sensazione di trovarsi in un posto con un potenziale umano, culturale e industriale enorme, tenuto sotto chiave da una geopolitica che prima o poi avrebbe dovuto cedere. Non ho idea di quando. Ma l’idea non mi ha mai abbandonato.
Un’osservazione sul tempo
Io non investo per me nel senso tradizionale del termine. Ho un cuscinetto di reddito fisso che copre il presente, e quello che metto in equity non me lo aspetto indietro a breve. Investo pensando a mia figlia, che ha meno di quarant’anni e davanti a sé un orizzonte che io non ho più.
Un’azienda come GEV, che punta su Venezuela post-Maduro, ricostruzione ucraina e apertura iraniana, sta scommettendo su orizzonti di dieci, quindici, vent’anni. Esattamente l’orizzonte giusto se chi beneficerà dell’investimento ha il tempo dalla sua parte.
Non sto dicendo di comprare GEV. Sto dicendo che il modo in cui Strazik ragiona — pazienza strategica, posizionamento anticipato nei mercati difficili, disponibilità ad aspettare che la geopolitica si normalizzi — è esattamente il modo in cui si dovrebbe ragionare quando si investe per qualcuno che non ha fretta.
I risultati 2025 di GEV: fatturato circa 36,8 miliardi di dollari, guidance 2026 a 41–42 miliardi. Il titolo è salito di oltre il 450% dal debutto in borsa ad aprile 2024. L’earnings call è fissata per il 22 aprile 2026 — quella sarà l’occasione per capire se i numeri reggono la narrativa.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono consulenza finanziaria, sollecitazione all’investimento né raccomandazione personalizzata. Investire comporta rischi, inclusa la possibile perdita del capitale. Prima di prendere qualsiasi decisione di investimento, valutate la vostra situazione finanziaria e consultate un professionista abilitato. Per il disclaimer completo: filosofaresuimercati.eu/disclaimer
13/04/26 — Il Medio Oriente è instabile, il petrolio volatile: cinque titoli midstream che non tremano (e un ETF per il retail europeo)

L’autore non detiene posizioni dirette nei titoli midstream citati in questo articolo. Claude (Anthropic) dichiara conflitto strutturale indiretto: la domanda energetica dei data center AI — tema centrale per il settore midstream — riguarda direttamente l’infrastruttura su cui operano i modelli Anthropic. Articolo costruito su fonti aperte a integrazione del tema trattato da Barron’s Energy Insider del 13 aprile 2026 (Laura Sanicola), non accessibile integralmente. Per il disclaimer completo: leggere il disclaimer.
Se il Medio Oriente vi fa venire i nervi, scrive Barron’s nell’edizione di oggi, considerate un angolo del settore energetico che sta su basi solide: i pipeline stocks e le società midstream americane. È un consiglio che suona controintuitivo — “energia” evoca volatilità del petrolio, geopolitica, cicli — ma nasconde una logica strutturale che vale la pena capire.
Le società midstream non producono petrolio né gas. Lo trasportano, lo processano, lo stoccano. Il loro modello di business è quello del casellante autostradale: incassano una tariffa per ogni unità che passa attraverso le loro infrastrutture, indipendentemente da quanto vale quella unità sul mercato spot. Circa il 90% dei ricavi di questi operatori è fee-based, agganciato a contratti pluriennali con clausole di volume minimo garantito. Quando il petrolio crolla da 90 a 60 dollari, i loro cash flow si muovono di poco. Quando sale a 100, non esplodono — ma nemmeno tremano.
I cinque titoli che Barron’s identifica come beneficiari
Targa Resources (TRGP) è il nome di punta dell’articolo. Società C-Corp (non MLP), opera prevalentemente nel bacino Permiano con asset di raccolta, processing e trasporto di NGL. Ha completato nel 2026 l’acquisizione di Stakeholder Midstream per 1,25 miliardi, ha guidato un EBITDA 2026 di 5,4-5,6 miliardi e ha aumentato il dividendo del 25% portandolo a 5 dollari annualizzati. La sua pianta Joyce Cryo in Texas può processare 200 milioni di piedi cubi al giorno di gas naturale criogenico. Sempre più rilevante come fornitore di gas per i data center AI del Texas.
Energy Transfer (ET) è il più grande operatore per miglia di pipeline — oltre 140.000 miglia in 44 stati. È strutturato come MLP e distribuisce rendimenti elevati: il dividend yield attuale è intorno al 6,7%. Nel 2025 ha generato circa 8,2 miliardi di distributable cash flow contro distribuzioni per 4,55 miliardi — un coverage ratio del 180%, che dà ampio margine per sostenere e accrescere i pagamenti.
Williams Companies (WMB) controlla circa un terzo di tutto il gas naturale consumato ogni giorno negli Stati Uniti attraverso la sua rete Transco — un asset praticamente insostituibile. Ha registrato un EBITDA record di 7,75 miliardi nel 2025 con un CAGR quinquennale del 9%, e ha alzato il dividendo del 5% per il 2026. Con 52 anni consecutivi di pagamenti, è uno dei titoli income più affidabili dell’intero mercato americano.
Kinder Morgan (KMI) è il principale operatore di pipeline di gas naturale negli USA — 66.000 miglia che trasportano circa il 40% dei consumi nazionali. Strutturato come C-Corp, offre un dividend yield del 3,7% con crescita annua del 2%. Sta investendo oltre 10 miliardi in espansione della capacità entro il 2030, con posizionamento strategico vicino ai principali cluster di data center in costruzione.
ONEOK (OKE) è uno dei maggiori operatori integrati di infrastruttura energetica con 60.000 miglia di rete. Dopo tre acquisizioni rilevanti negli ultimi anni — tra cui EnLink, Medallion e BridgeTex — sta catturando sinergie significative. Ha aumentato il dividendo del 4% per il 2026 a 1,07 dollari trimestrali, con circa il 90% dei ricavi fee-based e un target di crescita della distribuzione del 3-4% annuo.
Il problema fiscale per il risparmiatore italiano: gli MLP sono un labirinto
Prima di entusiasmarsi, il risparmiatore italiano deve fare i conti con una realtà fiscale scomoda. Tre dei cinque titoli citati da Barron’s — Energy Transfer, Enterprise Products Partners e MPLX — sono strutturati come Master Limited Partnership (MLP). Per un investitore straniero che li detiene direttamente, il problema non è piccolo.
Gli MLP non emettono il classico modulo 1099 americano. Emettono un modulo K-1 — un documento fiscale che riflette la quota di utili, perdite e ammortamenti attribuita a ciascun socio. Questo obbliga il detentore non residente a presentare una dichiarazione dei redditi americana (Form 1040-NR) anche per importi modesti. Le distribuzioni non sono dividendi ordinari ma in parte ritorni di capitale, con effetti sulla base di costo che si accumulano anno dopo anno. Le banche italiane quasi universalmente non gestiscono i K-1 — il cliente si trova solo davanti alla burocrazia dell’IRS.
Aggiungete la ritenuta alla fonte americana del 15% sui dividendi ordinari (già ridotta dal 30% standard grazie alla convenzione Italia-USA), poi la tassazione italiana del 26% sul distribuito, e il quadro complessivo per le C-Corp come Targa, Williams e Kinder Morgan — più gestibili ma non privi di complessità — risulta comunque un carico fiscale effettivo intorno al 37% sui dividendi nel regime amministrato standard.
Il veicolo corretto: HANetf Alerian Midstream Energy Dividend UCITS ETF
Per l’investitore europeo e italiano esiste un ETF UCITS che replica l’intero universo midstream nordamericano — MLP inclusi — con un unico strumento regolamentato: il HANetf Alerian Midstream Energy Dividend UCITS ETF.
Il fondo gestisce internamente tutta la complessità fiscale degli MLP. L’investitore italiano riceve una distribuzione trimestrale ordinaria tassata al 26% dalla propria banca o broker — nessun K-1, nessun Form 1040-NR, nessuna dichiarazione americana. La ritenuta USA del 15% viene assorbita a livello di fondo (grazie al trattato USA-Irlanda), e non è recuperabile dall’investitore finale, ma il costo burocratico zero compensa ampiamente.
I dati principali dell’ETF:
- ISIN: IE00BKPTXQ89
- Ticker: JMLP (Xetra/Borsa Italiana), MMLP (LSE USD), PMLP (LSE GBP)
- Domicilio: Irlanda — conforme UCITS, acquistabile da qualsiasi broker italiano
- TER: 0,49% annuo
- Indice: Alerian Midstream Energy Corporation Dividend Index — ponderato per dividendo atteso
- Distribuzione: trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre)
- Dividend yield indice: 4,20% al 31 marzo 2026
- AUM: circa 59 milioni di euro
- Numero di posizioni: 25
Le prime posizioni per peso sono Enbridge (10,6%), TC Energy (10,3%), MPLX (9,6%), Energy Transfer (9,2%), Enterprise Products Partners (9,0%), Kinder Morgan (9,0%), Williams Companies (8,1%), ONEOK (7,6%). Geograficamente: 60% USA, 40% Canada — Enbridge e TC Energy pesano significativamente per la loro dimensione nel contesto nordamericano.
La ponderazione per dividendo anziché per capitalizzazione è una scelta metodologica rilevante: favorisce le società che distribuiscono di più, non le più grandi in assoluto. È un indice esplicitamente orientato all’income. Il rischio di cambio USD/EUR esiste e non va sottovalutato — l’ETF è denominato in dollari, e un rafforzamento dell’euro erode parte del rendimento per l’investitore italiano.
Articolo costruito su tema Barron’s Energy Insider del 13 aprile 2026 (Laura Sanicola) integrato con fonti aperte: Motley Fool, 24/7 Wall St., justETF, HANetf, StockTitan. leggere il disclaimer.
10/04/26 Dimon e i quattro allarmi sul mercato
Ecco un riassunto dei punti principali del video di Jamie Dimon sui quattro segnali d’allarme che precedono un crollo del mercato:
1. Valutazioni estreme e comportamento speculativo [01:57]
Il primo segnale è quando i prezzi delle attività si scollegano dai fondamentali.
• Rapporto Shiller P/E: Storicamente la media è 16, ma oggi supera 30, un livello raggiunto solo prima del 1929 e della bolla dot-com [02:26].
• Indicatore Buffett: Il rapporto capitalizzazione di mercato/PIL è vicino al 200%, ben oltre i livelli del 2000 e del 2008 [03:06].
• Debito a margine: Oltre 900 miliardi di dollari presi in prestito per investire in azioni, rendendo il mercato vulnerabile a vendite forzate in caso di ribasso [04:04].
• Euforia: L’adozione di massa di investimenti speculativi (meme stocks, criptovalute) indica che la speculazione ha raggiunto livelli insostenibili [05:39].
2. Stress nel mercato del credito e leva finanziaria eccessiva [06:33]
I problemi di solito appaiono prima nel credito che nell’azionario.
• Spread creditizi ridotti: Gli investitori non sono adeguatamente compensati per il rischio di default [06:56].
• Qualità del debito in calo: Oltre il 50% delle obbligazioni “investment grade” è ora classificato BBB, il livello più basso prima dei “junk bond” [07:28].
• Debito societario e prestiti con leva: Il mercato dei “leveraged loans” (prestiti a società già indebitate) supera 1.300 miliardi di dollari, più grande del mercato dei mutui subprime del 2008 [08:24].
3. Vincoli delle Banche Centrali ed errori di politica monetaria [09:29]
Le banche centrali hanno esaurito molti dei loro strumenti di supporto.
• Mandati contrastanti: La Fed deve scegliere tra combattere l’inflazione alzando i tassi o mantenere la stabilità finanziaria evitando che l’alto debito causi un collasso [10:27].
• Dipendenza del mercato: I mercati sono diventati dipendenti dal supporto della banca centrale; qualsiasi accenno di riduzione scatena volatilità [12:02].
4. Convergenza dei rischi geopolitici e fragilità sistemiche [12:36]
Non è un singolo evento a causare il crollo, ma la loro combinazione.
• Frammentazione economica: Il conflitto in Ucraina e le tensioni USA-Cina (specialmente su Taiwan e i semiconduttori) stanno rompendo il sistema globale integrato [13:12].
• Instabilità interna e cyber-warfare: La polarizzazione politica e la minaccia di attacchi informatici ai sistemi finanziari aggiungono strati di rischio senza precedenti [14:05].
Conclusione: Dimon avverte che tutti e quattro questi segnali stanno “lampeggiando” simultaneamente per la prima volta dal 2007, suggerendo che gli investitori dovrebbero posizionarsi in modo difensivo [16:02].
08/04/26 Aprile: l’analisi mensile di AcomeA








08/04/26 Intervisra a David Serra di Algebris
In questo video di Morning Finance Leaders, Davide Serra, fondatore e CEO di Algebris Investments, condivide la sua visione strategica sui mercati globali, l’intelligenza artificiale e la leadership.
Ecco i punti principali dell’intervista:
Visione di Mercato e Investimenti
• Cautela e Liquidità: Serra esprime una forte prudenza sull’attuale contesto di mercato, definendolo “drogato” da dieci anni di tassi a zero e debito pubblico eccessivo [05:08]. Ha ridotto la leva finanziaria personale e aumentato la cassa (liquidità) al 20-25% nei fondi e fino al 40% a livello personale, in attesa di migliori opportunità [04:28].
• Critica alle Banche Centrali: Ritiene che la BCE abbia commesso un grave errore di valutazione post-Covid, ignorando lo shock inflattivo [11:54]. Attualmente vede il rischio di una “stagflazione” (recessione unita a inflazione energetica) [15:10].
• Settore Bancario: Considera le banche europee oggi molto più solide e stabili rispetto a quelle americane, grazie alle regolamentazioni post-2008 [26:11]. Definisce il “Private Credit” americano come una potenziale bolla, basata su leva eccessiva e valutazioni poco trasparenti [23:48].
Il Confronto USA vs Cina (Tech e AI)
• Predominio Cinese nell’AI: Serra sostiene che la Cina vincerà la battaglia dell’intelligenza artificiale nei prossimi 5-10 anni grazie a tre fattori: maggiore disponibilità di energia a basso costo, un numero di ingegneri quattro volte superiore agli USA e il controllo della ricerca scientifica nel settore [17:59].
• Sopravvalutazione USA: Ritiene il mercato americano sopravvalutato e cita l’esempio di Tesla vs BYD: entrambe producono volumi simili, ma Tesla ha una valutazione di mercato sproporzionata rispetto ai fondamentali della concorrente cinese [19:08].
Il Caso Unicredit-Commerzbank
• Serra definisce l’opposizione tedesca all’operazione Unicredit come un “fallimento dell’ipocrisia europea” [30:21]. Critica la Germania per aver imposto regole di mercato rigide agli altri paesi, per poi bloccare logiche di mercato e fusioni transfrontaliere quando toccano i propri interessi nazionali [32:53].
Consigli per la Carriera e Leadership
• Passione e Curiosità: Ai giovani consiglia di seguire la propria passione e di avere una visione globale, viaggiando e comprendendo diverse culture per non essere soppiantati dagli algoritmi [34:31].
• I tre pilastri del Leader:
1. Impegno: Fare sempre del proprio meglio (motto scout) [37:25].
2. Esempio: Guidare attraverso i fatti, non con le parole [37:36].
3. Etica: Avere un codice morale d’acciaio, distinguendo nettamente il bene dal male [38:10].
Il video si conclude con una riflessione sull’importanza di integrare testa, pancia e cuore nella gestione delle persone e degli investimenti [38:59].
Sintesi fatta da Gemini (AI di Google)
05/04/26 I Fondi Pensione (i 401K americani) hanno cavalcato il tech per vent’anni. Ora l’AI sta rovinando la festa

Gianni è lungo su NVDA (Nvidia), AVGO (Broadcom), ARM, TSLA, MU (Micron), ASTS e un ampio paniere di posizioni minori in tutto il settore tecnologico. Detiene inoltre un piccolo portafoglio su Bitcoin. La moglie è lunga su un fondo Taiwan high-tech (Nomura). Tutte le valutazioni sui titoli tecnologici e sui portafogli pensionistici vanno lette con questa premessa.
Claude (Anthropic) dichiara: dipendenza strutturale dai chip Nvidia/Broadcom per l’infrastruttura di addestramento; relazione competitiva diretta con OpenAI, citata nell’articolo. Anche questi conflitti sono rilevanti.
Per quasi vent’anni i fondi pensione americani hanno beneficiato di un vento favorevole quasi strutturale: i mercati azionari dominati dalla tecnologia, con rendimenti annualizzati del Nasdaq-100 intorno al 17% dal 2009 al 2025 e dell’S&P 500 ponderato tech intorno all’11%. Una macchina da rendimento composto che ha gonfiato silenziosamente i 401(k) di decine di milioni di americani.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale aveva inizialmente accelerato questa traiettoria. Investitori e gestori di fondi si sono riversati sui mega-cap come Microsoft, Google e Meta, convinti che la spesa colossale in capex AI avrebbe scatenato ondate di produttività e nuove opportunità di business. E le software house continuavano a fare la loro parte: si dava per scontato che l’AI avrebbe aumentato il valore del software, non che lo avrebbe eroso.
Quell’assunzione si è rivelata sbagliata.
Quest’anno gli investitori hanno aggressivamente riprezzato il rischio software, man mano che diventava evidente che strumenti di coding AI — tra cui Claude Cowork e Codex — sono in grado di produrre, con giorni o settimane di prompting, applicazioni che rivalizzano con ciò che molte SaaS house hanno impiegato anni a costruire. L’ETF più popolare sul software, iShares IGV (10 miliardi di dollari di asset), ha perso il 25% da inizio anno. I mega-cap tecnologici hanno ceduto terreno anche per effetto del più ampio contesto di mercato — la guerra con l’Iran — e per i dubbi crescenti sulla durabilità stessa del tema AI. Anno su anno, i titoli del cosiddetto Magnifici 7 hanno perso in media l’11%.
I portafogli pensionistici americani — in particolare i 401(k) e i cosiddetti target-date fund — si sono nel tempo concentrati pesantemente sul tecnologico, dopo un decennio di sovraperformance. Oggi milioni di risparmiatori si trovano esposti allo stesso riprezzamento che sta colpendo i mercati. I dieci maggiori fondi comuni a gestione attiva utilizzati nei piani 401(k) hanno in media il 38% del portafoglio allocato in settori tech e comunicazione, secondo dati Morningstar elaborati da Forbes. (I communication services includono mega-cap come Alphabet, Microsoft e Meta.)
Le perdite recenti e l’incertezza sull’impatto dell’AI sulle valutazioni sono particolarmente preoccupanti per chi si avvicina alla pensione o vi è appena entrato: sono spesso costretti a disinvestire, vendendo in perdita. È il cosiddetto sequence-of-returns risk: quando i prelievi avvengono mentre il portafoglio è in rosso, rimane meno capitale per partecipare alla ripresa, compromettendo permanentemente l’effetto composto.
Pochi conoscono questi rischi quanto Bill Bengen, 77 anni, laureato al MIT ed ex consulente finanziario, il cui lavoro ha prodotto la celebre Regola del 4% (nota anche come Regola di Bengen): la percentuale massima che un pensionato può prelevare annualmente dai propri risparmi senza rischiare di restare a corto. Bengen ha dichiarato a Forbes di aver ridotto la propria esposizione azionaria di circa la metà negli ultimi anni — dal 65% al 32% — e di non avere oggi alcuna esposizione al settore tecnologico. «Man mano che emergono dubbi sulla capacità dei grandi nomi di sostenere queste enormi spese e sull’impatto dell’AI sulle software house, mi sembra semplicemente troppo difficile prevedere come andrà a finire», ha detto Bengen. «Abbiamo perso un po’ di rialzo, ma in questo recente ribasso abbiamo fatto molto meglio di quanto ci si potesse aspettare.»
Per la stragrande maggioranza dei titolari di 401(k), la domanda da mille miliardi di dollari è se i Magnifici 7 — Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla — riusciranno a continuare a crescere pur essendo diventati tra i maggiori spenditori in infrastrutture AI. Quei sette titoli rappresentano oggi circa un terzo dell’intero indice S&P 500. E nel frattempo OpenAI e Anthropic stanno valutando quotazioni in borsa nel corso di quest’anno, a valutazioni straordinariamente elevate.
«I mega-cap trattano ancora a multipli elevati, il che implica aspettative di crescita elevate. Se quelle aspettative non vengono soddisfatte, i prezzi azionari probabilmente scenderanno o cresceranno più lentamente», afferma Allan Roth, fondatore di Wealth Logic. «Dato che i mega-cap pesano così tanto sul mercato, ciò costituirebbe un freno ai rendimenti complessivi.»
C’è chi è scettico che le grandi società tech vedranno mai un ritorno soddisfacente sui loro colossali investimenti in AI. L’analista finanziario René Bruentrup ha scritto — vicino al picco di mercato dello scorso novembre — che questa potrebbe un giorno diventare un caso di studio affascinante su come «la forse più grande generazione di titoli della storia si sia strangolata da sola dopo aver esaurito altri nemici». Il short seller Michael Burry sostiene invece che i grandi player tech stiano gonfiando gli utili correnti ammortizzando l’infrastruttura AI (GPU e server) su orizzonti temporali irrealisticamente lunghi — con l’effetto di sottostimare il vero costo del capex e di fornire un artificiale sostegno agli utili dichiarati.
Carolyn McClanahan, che guida Life Planning Partners (350 milioni di dollari di AUM, Jacksonville, Florida), vede la recente volatilità tech come un argomento a favore della diversificazione e della pazienza. Si assicura che i suoi clienti abbiano un’esposizione significativa a small cap domestiche, large cap internazionali e mercati emergenti, come protezione dal ribasso tecnologico. «I settori ruotano e non c’è modo di sapere in anticipo quale sarà in auge e quale no», ha detto a Forbes. «Non sai mai quando il sentiment cambierà.»
Altri gestori patrimoniali stanno invece raddoppiando la scommessa sul big tech nei portafogli dei clienti. Phil DeAngelo, managing director di Focused Wealth Management (2,3 miliardi di dollari, Newburgh, NY), consiglia ai suoi clienti di «comprare il ribasso». Rick Ferri, consulente a parcella e storico sostenitore dei fondi indicizzati a basso costo, guarda con favore alla correzione: «Per me, l’occasionale eliminazione dei giocatori deboli è una cosa positiva. Non avevamo avuto una correzione dal Covid. Averne una ora prepara gli investitori pazienti a guadagni più consistenti in futuro.»
Persino il tecnoscettico Bill Bengen vede una logica in questo ragionamento. Raccomanda a chi è ancora in fase lavorativa di mettere il 100% dei risparmi pensionistici in azioni, fino a cinque anni prima della pensione. È lì che cominciano le decisioni difficili sull’allocazione. «I pensionati non possono essere investitori completamente passivi», conclude. «È un modo facile per perdere molto denaro.»
01/04/26 Il fondo che batte il 99% dei concorrenti punta sulle piccole aziende AI di Taiwan
Fonte: Bloomberg, 1 aprile 2026, di Gabrielle Ng e Julia Zhong. La moglie dell’autore detiene una posizione in un ETF Korea. I contenuti hanno finalità esclusivamente informativa e non costituiscono consulenza finanziaria.
Un fondo focalizzato sulle aziende più piccole della filiera AI taiwanese si è affermato come uno dei grandi vincitori degli ultimi dodici mesi. Il Nomura Taiwan High Tech Fund, gestito da George Hsieh, ha battuto il 99% dei fondi comparabili e restituito il 164% nell’ultimo anno. Nonostante la guerra in Iran, ha guadagnato il 29% da inizio 2026, contro il 9,5% dell’indice di riferimento dell’isola.
La strategia di Hsieh è costruita sulla diversificazione lungo tutta la catena del valore AI: nove delle dieci principali posizioni del fondo — dalla produzione di circuiti stampati al packaging avanzato — hanno ciascuna una capitalizzazione inferiore ai 25 miliardi di dollari. L’eccezione è TSMC, che occupa il secondo posto nel portafoglio. Il fondo gestisce asset per 393 milioni di dollari (12,6 miliardi di dollari taiwanesi) al febbraio 2026.
▶ La logica è la stessa del paniere del gorilla applicata a una geografia specifica: invece di scommettere su un solo vincitore — Nvidia, TSMC — si distribuisce il rischio su più livelli della filiera. Chi produce i circuiti stampati per i server AI, chi fornisce il packaging, chi testa i semiconduttori: tutti beneficiano della crescita della domanda, con una correlazione al ciclo che non è identica per ciascuno. È diversificazione reale, non cosmetica.
Tra le posizioni principali del fondo figurano i produttori di circuiti stampati Unimicron Technology e Nan Ya Printed Circuit Board, il fornitore di servizi di packaging Powertech Technology, il produttore di memorie USB Phison Electronics e il tester di semiconduttori Chunghwa Precision Test Tech. Sono aziende che raramente fanno notizia — e che per questa ragione vengono spesso sottovalutate dal mercato.
“Alcune di queste aziende detengono una posizione di quasi-monopolio in nicchie specifiche come i server AI o i componenti avanzati,” ha dichiarato Hsieh, aggiungendo che tali imprese taiwanesi “hanno iniziato a incorporare questi rischi potenziali già da tempo.” La carenza di capacità produttiva per nodi di elaborazione avanzati e tecnologie di packaging è strutturale: “È una carenza severa,” ha detto il gestore, “perché da queste dipendono i moltiplicatori enormi delle aziende AI.”
▶ Il punto sulla quasi-monopolia nelle nicchie è cruciale. Non si tratta di aziende che competono su scala globale in mercati aperti: si tratta di fornitori specializzati che presidiano un segmento specifico della filiera e che i grandi player non possono semplicemente sostituire dall’oggi al domani. È barriera all’entrata invisibile — ma solidissima.

La domanda massiccia di chip di memoria dai data center AI stimola a sua volta la crescita in tutti i settori che forniscono componenti ai produttori di semiconduttori, moltiplicando la crescita lungo tutti i livelli della filiera. È un effetto a cascata che Hsieh ha saputo leggere prima del mercato, costruendo un portafoglio che ha resistito alla volatilità del settore meglio di quasi tutti i concorrenti — e che negli ultimi cinque anni ha battuto il 94% dei fondi comparabili con un rendimento complessivo del 32%.
Il fondo sta aggiustando attivamente le posizioni e prevede di aumentarle se la dinamica della domanda del settore rimarrà solida e le valutazioni diventeranno più convenienti. Un segnale che Hsieh non insegue i prezzi: aspetta le occasioni.
Sul rischio geopolitico Hsieh è esplicito: se il conflitto mediorientale si estendesse oltre tre o quattro mesi, le aziende tech taiwanesi non sarebbero immuni da una contrazione dei margini, poiché l’isola potrebbe trovarsi a razionare energia o prodotti chimici. Tuttavia il gestore mantiene una visione positiva sul lungo periodo: “Anticipiamo che una volta stabilizzato il contesto esterno — se iniziassero negoziati di pace o si attenuassero questi fattori geopolitici — i prezzi dei titoli che avevano subito un calo rimbalzeranno.”
▶ La citazione finale di Hsieh è quella di un gestore che conosce bene la differenza tra volatilità e deterioramento fondamentale. I titoli che scendono per ragioni geopolitiche esterne — non per problemi strutturali nel business — tendono a recuperare quando la pressione si allenta. È esattamente la stessa logica con cui si guarda alle posizioni del gorilla in momenti di mercato difficile: la turbolenza non è il segnale di vendita, è spesso il momento dell’acquisto.
Il Nomura Taiwan High Tech Fund è una delle posizioni più interessanti che mi trovo a commentare: la strategia di Hsieh — diversificazione lungo la filiera, focus sulle nicchie di quasi-monopolio, pazienza nelle valutazioni — è coerente con la filosofia di questo blog. Non è una coincidenza che abbia reso il 164% in dodici mesi.
Questo articolo ha finalità esclusivamente informativa e non costituisce consulenza finanziaria. Leggi il disclaimer completo.
— Gianni & Claude (Anthropic)
01/04/26 Ferrari, Advil e chip AI: dieci aziende da seguire nel secondo trimestre 2026
Fonte: Bloomberg Intelligence, Q2 2026, a cura di Tim Craighead, 1 aprile 2026. Gianni non dichiara posizioni dirette nelle società citate in questo articolo. Claude (Anthropic) dichiara una dipendenza strutturale dai chip Nvidia e Broadcom, il che configura un interesse indiretto sulla tesi relativa a Broadcom/AVGO. I contenuti hanno finalità esclusivamente informativa e non costituiscono consulenza finanziaria.
Ogni trimestre Bloomberg Intelligence seleziona un gruppo ristretto di società — le cosiddette Focus Ideas — identificate dai propri analisti come i nomi più interessanti da monitorare nei mesi successivi. Per il secondo trimestre 2026, la lista comprende dieci aziende in settori e geografie diverse, con otto outlook positivi e due negativi. Non si tratta di raccomandazioni di acquisto, ma di scenari con catalizzatori specifici e verificabili: un modello di analisi che apprezzo per la sua concretezza e la sua onestà nel segnalare anche i rischi.
▶ Una lista così eterogenea — dalle supercar di Maranello ai chip per data center, dai glucometri ai fondi australiani — è in realtà un buon campione trasversale dello stato del mercato globale. Vale la pena leggerla non titolo per titolo, ma come segnale aggregato: dove vede opportunità Bloomberg Intelligence, e dove vede rischi.
Broadcom (AVGO) — Outlook positivo
L’adozione di chip AI personalizzati è in accelerazione, e Broadcom si trova in una posizione privilegiata con i suoi acceleratori XPU — significativamente più economici delle GPU di Nvidia e AMD per compiti specializzati come i chatbot di customer service. La combinazione di chip XPU e apparati di rete per data center dovrebbe generare una crescita delle vendite superiore alle attese nei prossimi due anni. Il catalizzatore atteso: la trimestrale di giugno, con aggiornamenti sui volumi di XPU e sugli ordini in backlog. Capitalizzazione 1.500 miliardi, vendite stimate 2026 a 113 miliardi, crescita prevista 69%.
▶ La tesi su Broadcom è quella che seguo con più attenzione: il mercato degli acceleratori AI non è un mercato a winner-takes-all. Nvidia domina le GPU general purpose, ma per carichi di lavoro ripetitivi e prevedibili — inferenza su larga scala, chatbot, raccomandazioni — gli XPU custom di Broadcom offrono un rapporto prezzo/performance difficilmente battibile. Google, Meta e Apple lo sanno già da anni.
Deutsche Bank (DBK) — Outlook positivo
La più grande banca tedesca è attesa a sorprendere positivamente sul fronte dei ricavi, con il fixed income in guadagno di quota di mercato e la spesa pubblica di Berlino per infrastrutture e difesa che alimenta l’attività creditizia interna. Il bilancio solido lascia spazio a buyback significativi. Catalizzatore: gli utili di aprile, con la crescita del PIL tedesco come variabile chiave. Cap 57 miliardi, vendite stimate 38 miliardi, crescita 5%.
▶ Il caso Deutsche Bank è interessante per ragioni macro oltre che aziendali: la Germania che torna a spendere in infrastrutture è una svolta strutturale, non ciclica. Le banche che prestano a uno Stato che investe sono in una posizione molto diversa da quelle che prestano a consumatori saturi di debito. Detto questo, i bilanci bancari restano oggetti opachi — e io personalmente evito il settore per questa ragione.
Dexcom (DXCM) — Outlook positivo
Il nuovo glucometro continuo da 15 giorni — senza punture al dito — è un salto qualitativo rispetto al modello precedente da 10 giorni. L’adozione crescente del nuovo dispositivo dovrebbe espandere i margini di Dexcom nel corso dell’anno. Catalizzatore: la trimestrale di giugno, che dovrebbe mostrare la prima evidenza concreta dell’espansione margini. Cap 24 miliardi, vendite stimate 5,2 miliardi, crescita 12%.
▶ I dispositivi medici per la gestione del diabete sono uno dei pochi settori healthcare dove la tecnologia migliora concretamente e misuratamente la qualità della vita. Quindici giorni senza punture non è un dettaglio di marketing: è una differenza reale per milioni di persone. Il mercato indirizzabile è enorme e ancora largamente sottoserviuto.
DraftKings (DKNG) — Outlook positivo
I timori che i mercati predittivi di nuovi entranti come Kalshi erodano il business del betting sportivo appaiono esagerati. DraftKings ha tre volte gli utenti di Kalshi, e la crescita delle scommesse sportive dovrebbe superare il 10% quest’anno, battendo le previsioni del management. La società sta inoltre lanciando la propria app di prediction market. Catalizzatore: i dati mensili di adozione dell’app e i volumi legati ai Mondiali di calcio estivi negli USA. Cap 11 miliardi, vendite stimate 6,9 miliardi, crescita 14%.
▶ Il gambling online regolamentato è uno di quei mercati che cresce quasi indipendentemente dal ciclo economico — le persone scommettono anche in recessione. La partita vera è tra piattaforme consolidate con base utenti ampia e nuovi entranti speculativi. DraftKings ha il vantaggio della scala; Kalshi ha il vantaggio della narrativa. Per ora vince la scala.
Ferrari (RACE) — Outlook positivo
L’F80 — la supercar più attesa degli ultimi anni — ha iniziato le consegne; a maggio arriverà la Luce, la prima Ferrari completamente elettrica. Venti nuovi modelli sono in arrivo nei prossimi tre anni. Il prezzo medio è salito del 24% in cinque anni, eppure il portafoglio ordini è esaurito fino al 2027. I margini dovrebbero sorprendere positivamente il mercato. Catalizzatore: i risultati del primo trimestre in maggio e l’annuncio del prezzo della Luce. Cap 57 miliardi, vendite stimate 8,7 miliardi, crescita 8%.
▶ Ferrari è il caso da manuale di pricing power assoluto: aumenti i prezzi del 24% in cinque anni e i clienti aspettano in lista d’attesa fino al 2027. Non è un’azienda automobilistica — è un’azienda del lusso che produce automobili. La differenza non è semantica: è la ragione per cui i suoi multipli non sono mai “giusti” secondo i modelli tradizionali, e continuano a reggere.
Haleon (HLN) — Outlook positivo
Il gruppo britannico — che produce Advil, Centrum, Sensodyne e altri marchi consumer healthcare — è in posizione di guadagnare quota di mercato negli USA, che rappresentano oltre un terzo delle vendite. Le scorte lean e le campagne di marketing in trazione dovrebbero portare a una crescita degli utili di almeno il 10% nei prossimi due anni, battendo il consenso. Catalizzatore: i risultati di aprile, con i dati sulle quote di mercato USA nel segmento antidolorifici e vitamine. Cap 43 miliardi, vendite stimate 15 miliardi, crescita 4%.
▶ Haleon è il tipo di azienda che non fa notizia ma che funziona: marchi riconoscibili, domanda anelastica, distribuzione capillare. Advil si vende in recessione come in espansione. Sensodyne pure. Sono business noiosissimi — e proprio per questo interessanti per chi cerca stabilità in un portafoglio esposto a settori volatili come il tech e il quantum.
Japan Exchange Group (8697) — Outlook positivo
Il principale operatore borsistico giapponese beneficia dell’afflusso crescente di investitori stranieri e retail nazionali nelle azioni nipponiche, e dell’aumento dei tassi di interesse che genera maggiori rendimenti sulle liquidità tenute come collaterale. Catalizzatore: i risultati dell’anno fiscale in aprile e i potenziali rialzi dei tassi della Bank of Japan ad aprile o giugno. Cap 12 miliardi, vendite stimate 1,3 miliardi, crescita 11%.
▶ Un’infrastruttura di mercato che guadagna sia dal volume delle transazioni sia dai tassi di interesse è un’anomalia piacevole: due motori di crescita indipendenti. Il Giappone che normalizza la propria politica monetaria dopo decenni di tassi zero è una delle trasformazioni macro più significative di questo ciclo — e Japan Exchange è uno dei modi più puliti per esporsi a essa.
Magellan Financial Group (MFG) — Outlook positivo
Il gestore patrimoniale australiano è in procinto di acquisire il rivale Barrenjoey, operazione che porterà gli asset under management a circa 50 miliardi di dollari australiani, con un incremento del 25%. La politica di distribuzione dell’80% degli utili agli azionisti lascia prevedere un dividendo in crescita di oltre il 10% nell’anno fiscale che chiude a giugno 2027. Catalizzatore: il voto degli azionisti sull’acquisizione ad aprile. Cap 1,3 miliardi, vendite stimate 0,2 miliardi, crescita prevista negativa del 7%.
▶ Magellan è un caso di turnaround in corso: dopo anni difficili, l’acquisizione di Barrenjoey potrebbe essere il punto di svolta. Il payout dell’80% è generoso, ma la crescita dei ricavi è prevista negativa — il che significa che la tesi si regge quasi interamente sulla scommessa che l’acquisizione funzioni. Interessante, ma con margine di errore non trascurabile.
Meituan (3690) — Outlook negativo
La più grande piattaforma cinese di food delivery — 770 milioni di utenti — si trova sotto pressione crescente da Alibaba, Douyin e altri operatori con forti capacità AI, in particolare nel segmento dell’instashopping a 30 minuti e negli acquisti non alimentari come viaggi e hotel. Nonostante l’acquisizione in corso di DingDong Grocery, i profitti rischiano di deludere per la compressione delle commissioni sulle transazioni. Catalizzatore: i piani di crescita AI dei concorrenti attesi a maggio, che potrebbero mettere in risalto le debolezze di Meituan. Cap 62 miliardi, vendite stimate 59 miliardi, crescita 16%.
▶ Meituan è il classico caso di leader di mercato che si trova a difendere su tutti i fronti contemporaneamente. Douyin — TikTok in versione cinese — ha una capacità di acquisizione utenti e di targeting pubblicitario che Meituan non può replicare facilmente. Il rischio non è il collasso, ma la graduale erosione dei margini in un mercato dove la guerra dei prezzi è strutturale.
Taylor Wimpey (TW/) — Outlook negativo
Le aspettative di un forte rimbalzo nelle consegne di nuove abitazioni del costruttore britannico appaiono eccessive. Bloomberg Intelligence stima una crescita dei volumi di appena l’1%, contro stime di consenso molto più alte. I profitti rischiano di deludere per il rallentamento degli ordini, con un numero crescente di abitazioni usate che arriva sul mercato e comprime la domanda di case nuove. Cap non dichiarato, outlook negativo per i risultati attesi nel breve.
▶ Il mercato immobiliare britannico è in una fase di aggiustamento: i tassi rimasti elevati più a lungo del previsto hanno compresso l’accessibilità, e l’offerta di usato che torna sul mercato fa concorrenza diretta al nuovo. Taylor Wimpey è esposta a questa dinamica senza molte leve per difendersi nel breve. Un promemoria utile che anche i settori “difensivi” come l’edilizia residenziale hanno i loro momenti di vulnerabilità.
Guardando la lista nel suo insieme, colpisce la prevalenza di outlook positivi — otto su dieci — in un momento di mercato tutt’altro che sereno, con la guerra in Iran al quinto settimana e la volatilità macro in aumento. Bloomberg Intelligence non è immune dal bias verso le buone notizie, ma i catalizzatori identificati sono concreti e verificabili entro pochi mesi. Vale la pena tornarci a giugno con i dati in mano.
Questo articolo ha finalità esclusivamente informativa e non costituisce consulenza finanziaria. Leggi il disclaimer completo.
— Gianni & Claude (Anthropic)
24/03/26 Investire nei Managed Futures: Recensione degli ETF UCITS di iMGP e DBi
L’intervista ad Andrew Beer mi ha incuriosito abbastanza da approfondire. Ho quindi guardato da vicino i due strumenti UCITS che iM Global Partner ha portato in Europa in collaborazione con DBi — una gamma costruita attorno a un’idea semplice: replicare sistematicamente le posizioni dei 20 maggiori CTA mondiali, tagliando le commissioni di performance che negli hedge fund tradizionali divorano buona parte del rendimento.
La logica della replicazione
Il trend following esiste da decenni. Il problema non è mai stato la strategia in sé, ma il costo di accesso: fee di gestione, performance fee, lock-up, strutture offshore. DBi sostiene — con dati a supporto — che la maggior parte del rendimento dei CTA deriva da posizioni relativamente trasparenti su futures liquidi, e che si può replicare quella esposizione con un margine di efficienza significativo. Il modello stima che le fee tipiche degli hedge fund CTA erodano circa 500 basis point annui: tagliarne la maggior parte è, di per sé, una forma di alpha. Discutibile come tesi? Forse. Ma reggono all’esame dei numeri, almeno per ora.
I due strumenti
iMGP DBi Managed Futures UCITS ETF (ticker: DBMFE su Euronext Paris in EUR, ISIN LU2951555403, quotato da marzo 2025) è la versione standard: esposizione multi-asset su azioni, obbligazioni, valute e materie prime, replica sintetica swap-based, TER 0,75%. È lo strumento pensato per chi vuole decorrelazione piena dal mercato azionario e una copertura strutturale contro gli shock macro.
iMGP DBi Managed Futures EX-COMMODITIES UCITS ETF (ticker: MFA8, ISIN LU3024069877, quotato su Euronext Paris da aprile 2025) è la variante che esclude le materie prime fisiche — niente petrolio, niente grano — classificata Articolo 8 SFDR. Stessa struttura sintetica, stesso TER. Pensata per mandati con vincoli ESG o per chi gestisce già separatamente la quota commodity.
I rendimenti anno per anno
Dati ufficiali dal fact sheet iMGP/DBi aggiornato a dicembre 2025, espressi in USD. La strategia DBi è confrontata con il suo benchmark naturale (SG CTA Index) e con i due grandi mercati di riferimento.
| Anno | DBi Managed Futures | SG CTA Index | MSCI ACWI | Bloomberg Global Agg. |
|---|---|---|---|---|
| 2025 | +13,8% | −0,1% | +22,3% | +4,9% |
| 2024 | +7,4% | +2,4% | +17,5% | +3,4% |
| 2023 | −8,5% | −3,5% | +22,2% | +7,1% |
| 2022 | +23,2% | +20,1% | −18,4% | −11,2% |
| 2021 | +9,9% | +6,2% | +18,5% | −1,4% |
| 2020 | +1,6% | +3,2% | +16,3% | +5,6% |
| 2019 | +12,9% | +6,3% | +26,6% | +8,2% |
| 2018 | −1,9% | −5,8% | −9,4% | +1,8% |
| 2017 | +6,9% | +2,5% | +24,0% | +3,0% |
| Annualizzato (inception lug. 2016) | +5,9% | +2,2% | +11,8% | +1,9% |
| Volatilità annualizzata (inception) | 10,6% | 8,7% | 14,5% | 4,0% |
Fonte: iMGP/DBi Fact Sheet, dicembre 2025. Dati in USD. La performance si riferisce al DBi Managed Futures Composite (net 75 bps), non direttamente all’ETF UCITS. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.
Cosa penso
Il 2022 è la chiave di lettura di tutta la storia: +23,2% mentre le azioni perdevano il 18% e le obbligazioni l’11%. È questo che vende il prodotto, giustamente. Il 2023, al contrario, mostra il prezzo della decorrelazione: −8,5% in un anno in cui quasi tutto saliva. Il mercato ti fa pagare l’assicurazione quando non ne hai bisogno.
L’argomento della Sharpe Ratio migliorata regge: la volatilità annualizzata della strategia (10,6%) è inferiore a quella dell’azionario globale (14,5%), con un rendimento annualizzato di lungo periodo superiore all’SG CTA Index di quasi 370 basis point. Questo è il cuore della tesi di DBi: la replicazione batte il benchmark net-of-fee non perché sia più brava, ma perché taglia i costi.
Il nodo rimane sempre lo stesso: la replicazione è fedele abbastanza da catturare i ritorni nei momenti che contano, o introduce un tracking error che si manifesta esattamente quando non si vorrebbe? Il 2025 (+13,8% vs −0,1% dell’SG CTA Index) fa pensare di sì. Ma un anno è troppo poco per trarre conclusioni.
Sul costo: 0,75% per un ETF sintetico che replica hedge fund non è poco, ma è una frazione di quanto si pagherebbe per accesso diretto ai CTA sottostanti. La logica regge.
Nessuna posizione personale dichiarata su questi strumenti.
24/03/26 Intervista a Andrew Beer di Too Big To Fail
L’intervista è in inglese ma Gemini (l’AI di Google ) ha fatto un riassunto dettagliato del video, che vede come ospite Andrew Beer, fondatore di DBi e mente dietro l’ETF DBMF, intervistato nel podcast Too Big To Fail.
Il Problema del Portafoglio 60/40
Andrew Beer spiega che per decenni il portafoglio composto al 60% da azioni e al 40% da obbligazioni è stato considerato uno standard di sicurezza. Tuttavia, dopo il 2020, questo modello è andato in crisi: con l’aumento dell’inflazione e dei tassi d’interesse, le obbligazioni non hanno più fornito la protezione sperata, crollando insieme alle azioni [01:11].
Cos’è il Trend Following (Managed Futures)
Beer introduce la strategia del Trend Following (o Managed Futures/CTA) come la “terza gamba dello sgabello” per diversificare un portafoglio [02:33].
• Logica: È una strategia quantitativa che analizza centinaia di mercati (S&P 500, oro, petrolio, valute, tesoro a 10 anni) alla ricerca di segnali di cambiamento.
• Capacità di adattamento: A differenza dei gestori patrimoniali tradizionali che faticano a cambiare idea, i modelli di trend following sono “agili” e possono posizionarsi rapidamente per trarre profitto da grandi cambiamenti macroeconomici, come il ritorno dell’inflazione [03:54].
• Esempio storico: Nel 2022, mentre la maggior parte degli asset perdeva valore, il settore Managed Futures è salito mediamente del 22%, avendo rilevato il trend dei tassi in aumento già a fine 2020 [07:44].
L’Innovazione: La “Replicazione” degli Hedge Fund
Il contributo principale di Beer è stato quello di “vanguardizzare” il mondo degli Hedge Fund, rendendo accessibili strategie prima riservate solo ai super-ricchi [01:53].
1. Costi elevati e inefficienze: Gli Hedge Fund tradizionali hanno commissioni altissime (spesso il modello 2% di gestione e 20% di performance) e costi di implementazione occulti. Beer nota che se una strategia genera il 10%, all’investitore spesso resta solo il 4% dopo i costi [16:07].
2. Il metodo DBi: Invece di cercare di essere “più intelligenti” del mercato, il suo fondo utilizza modelli statistici per identificare le posizioni principali (i “big trades”) dei migliori Hedge Fund del mondo e le copia in modo semplificato ed efficiente [14:41].
3. Semplicità: Beer ha scoperto che non serve negoziare centinaia di prodotti esoterici. Replicando solo circa 10 mercati core (i più liquidi), è possibile ottenere la gran parte dei rendimenti degli Hedge Fund (circa l’8% su un potenziale 10%) eliminando le commissioni di performance [17:06].
ETF vs Hedge Fund
Beer sottolinea che negli Stati Uniti il suo ETF (ticker: DBMF) ha avuto successo perché offre vantaggi fiscali e trasparenza quotidiana sulle posizioni, cosa che molti grandi gestori evitano per non “cannibalizzare” i loro prodotti più costosi [28:29]. In Europa, collaborano con partner come iM Global Partner per offrire soluzioni simili (conformi alla normativa UCITS) [18:10].
Sfide Psicologiche per l’Investitore
L’intervista tocca anche l’aspetto comportamentale:
• Educazione: Molti investitori faticano a capire il Trend Following perché non si muove come le azioni. Può restare piatto per lunghi periodi e poi esplodere durante le crisi [31:45].
• Il ruolo del consulente: È fondamentale che il consulente spieghi al cliente che questa strategia serve a migliorare la vita del portafoglio nel lungo termine (10-20 anni), accettando che ci saranno periodi di sottoperformance rispetto ai mercati azionari [33:45].
In sintesi, il messaggio di Andrew Beer è che la diversificazione moderna richiede strategie capaci di muoversi velocemente e che la replicazione a basso costo è il modo più efficiente per ottenere i benefici dei Managed Futures senza i costi proibitivi degli Hedge Fund tradizionali.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo esclusivamente informativo e non costituiscono consulenza finanziaria. Leggi il DISCLAIMER completo prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.
24/03/26 Il Portafoglio Tra Debasement eShock Energetici di Vito Lops
Sunto e valutazione di Gemini (Google)
Sommario: Investire tra Shock Petroliferi e Svalutazione Monetaria
Il video analizza l’attuale scenario macroeconomico (marzo 2026), segnato dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran e dal loro impatto sui mercati. Bottaioli evidenzia come ci troviamo in un classico “supply shock” (shock dell’offerta), dove l’impennata del petrolio agisce come una tassa occulta su produzione e consumi, spingendo l’inflazione e mettendo sotto pressione le borse.
I punti chiave dell’analisi:
• Analogie Storiche: Confrontando la crisi attuale con quelle del 1973, 1979 e 1990, emerge che la durata media di questi shock è di circa 8 mesi. Essendo al secondo mese, la statistica suggerisce che la tensione potrebbe durare fino all’estate [11:42].
• Il “Debasement Trade”: Al di là della geopolitica, il tema di fondo è lo svilimento delle valute fiat (dollaro ed euro). Dal 2000 a oggi, il dollaro ha perso il 94% del suo valore rispetto all’oro [38:09]. L’oro e le materie prime non sono solo speculazione, ma “ancore” necessarie per proteggere il potere d’acquisto.
• Rotazione Settoriale: Si osserva uno spostamento dai titoli growth (tecnologia/semiconduttori) verso i titoli value, in particolare il settore energetico, che risulta ancora fortemente sottopesato nei portafogli globali (solo lo 0,5% degli asset under management) [50:09].
• Il Ruolo di Trump: La strategia degli USA viene descritta come un mix tra poker e scacchi: alzare la tensione per spingere l’Europa a firmare contratti energetici a lungo termine a prezzi elevati [01:03:51].
Le mie valutazioni
1. L’Energia come Assicurazione: L’analisi tecnica mostra che il petrolio ha rotto una struttura di lunghissimo periodo [45:35]. In un portafoglio moderno, l’esposizione alle materie prime energetiche non è più opzionale, ma funge da copertura contro l’inflazione “appiccicosa” che i dati ufficiali non hanno ancora pienamente recepito.
2. Il Fallimento del 60/40: Il classico portafoglio (60% azioni, 40% obbligazioni) è storicamente il peggiore durante gli shock petroliferi [35:41]. Senza asset reali (oro, materie prime, titoli energetici), l’investitore rimane esposto alla svalutazione monetaria e al calo simultaneo di bond e azioni.
3. Rischio Stagflazione: I segnali inviati dalla Fed sulla debolezza della creazione di posti di lavoro nel settore privato [55:04], uniti ai costi energetici alti, configurano un rischio reale di stagflazione (crescita zero + inflazione alta), scenario in cui solo i beni reali tendono a sovraperformare
22/03/26 Vito Lops: L’oro non protegge più dalla guerra?
Sintesi del video fatto da Gemini (AI di Google) con le sue valutazioni
Nel video, Vito Lops analizza un fenomeno apparentemente controintuitivo: il calo del prezzo dell’oro proprio durante una fase di gravi tensioni geopolitiche e shock energetici. La tesi centrale è che l’oro non sia una protezione universale contro ogni tipo di inflazione, ma specificamente contro il “debasement monetario” (la svalutazione della moneta).
I punti chiave trattati sono:
• Inflazione da offerta vs Debasement: L’attuale rialzo dei prezzi è guidato dal petrolio (inflazione da offerta), non da una stampa eccessiva di moneta. In questo scenario, le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi di interesse per frenare i prezzi.
• Il costo opportunità: Quando i tassi d’interesse salgono, l’oro soffre perché non paga cedole o dividendi. Gli investitori preferiscono spostarsi su asset che offrono rendimenti reali (come i titoli di stato), rendendo più “costoso” (in termini di mancato guadagno altrove) detenere oro.
• La funzione dell’oro: Storicamente, l’oro protegge quando la moneta perde valore reale a causa di politiche monetarie troppo espansive (Quantitative Easing, deficit eccessivi).
• Geopolitica e Dollaro: L’oro rimane fondamentale nel lungo periodo come alternativa al dollaro, specialmente per i paesi che temono il congelamento delle proprie riserve in valuta americana, ma nel breve periodo subisce la pressione dei tassi alti.
Commento per il Blog
Il video di Vito Lops offre una lezione preziosa di educazione finanziaria, smontando il mito dell’oro come “scudo totale” in ogni circostanza. È particolarmente interessante la distinzione tra l’inflazione derivante da shock delle materie prime e quella causata dalla svalutazione monetaria pura.
Per chi investe, capire queste dinamiche è fondamentale: ci insegna che non basta “comprare oro perché c’è la guerra”, ma bisogna osservare con attenzione le mosse delle Banche Centrali. Se il petrolio spinge i tassi verso l’alto per combattere l’inflazione importata, l’oro potrebbe continuare a soffrire nonostante l’incertezza globale. La vera inversione di tendenza potrebbe avvenire solo quando i governi saranno costretti a tornare a politiche accomodanti per sostenere l’economia: quello sarà il momento in cui l’oro tornerà a svolgere appieno la sua funzione di protezione.
21/03/26 Come investire 10.000 dollari adesso
Quattro esperti di investimento indicano le opportunità in un momento di turbolenza.
Fonte: Bloomberg Wealth, Suzanne Woolley, 19 marzo 2026. L’autore detiene la versione Europea dell’ETF ARK Autonomous Technology & Robotics citato in questo articolo. Claude dipende infrastrutturalmente da Nvidia e dall’ecosistema AI qui analizzato.
È tanto.
In meno di tre mesi, la Corte Suprema ha annullato i dazi globali del presidente Donald Trump, i fondi di private credit sono stati scossi dalla turbolenza finanziaria, un “AI scare trade” ha colpito duramente una serie di settori, l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran ha alimentato timori di una guerra prolungata accompagnata da una potenziale crisi energetica, e un indice delle Magnifiche 7 è scivolato in correzione.
E questo è solo un campione. Non stupisce che il mercato stia vivendo una fuga verso la sicurezza. L’S&P 500 è sceso di circa il 3,7% dai raid sull’Iran del 28 febbraio e il Nasdaq Composite Index ha perso oltre il 2%, mentre l’oro non si è rivelato un porto sicuro, con il prezzo calato dell’8,6%. Gli investitori in cerca di riparo dalla turbolenza stanno invece affluendo nei fondi monetari statunitensi, portando gli asset a un record di 8.270 miliardi di dollari.
In questo contesto, Bloomberg ha chiesto a quattro esperti di investimento di individuare opportunità tempestive. Le idee spaziano dalle mosse difensive a quelle opportunistiche. Le azioni a bassa volatilità hanno ottenuto consensi, così come le materie prime come l’oro. Altre scelte includono aziende legate alla robotica e titoli software-as-a-service (SaaS) che integrano AI agenziale nelle loro piattaforme.
Alla domanda su come spenderebbero 10.000 dollari per una passione personale, gli esperti hanno suggerito: un’immersione subacquea padre-figlio intorno all’isola caraibica di Nevis, un safari in Sud Africa e cure veterinarie per animali domestici.
RUSS KOESTERICH
Portfolio Manager, BlackRock Global Allocation Fund
Puntare sulle azioni a bassa volatilità
L’idea: È stato un inizio d’anno anomalo. La tecnologia sottoperforma e il mercato è guidato da titoli ciclici e a bassa volatilità — questi ultimi una scelta curiosa in un mercato sostenuto da una crescita economica solida. Detto questo, il conflitto in Medio Oriente, unito alle persistenti preoccupazioni sull’AI e la creazione di posti di lavoro, suggerisce che un’allocazione in azioni a bassa volatilità abbia senso.
La strategia: Un conflitto prolungato che mantiene i prezzi del petrolio elevati suggerisce uno scenario di crescita più contenuto. Allo stesso tempo, il rischio geopolitico persistente potrebbe smorzare l’entusiasmo degli investitori per i titoli più volatili. In questo contesto, le azioni low-vol tendono a sovraperformare, come è accaduto dall’inizio dell’anno.
Questo approccio consente agli investitori di rimanere investiti in un mercato che probabilmente continuerà a crescere grazie alla solidità degli utili, offrendo al contempo protezione al ribasso se la volatilità recente dovesse persistere. La nostra ricerca suggerisce di privilegiare titoli con volatilità di prezzo storicamente bassa, ma anche aziende con modelli di business più stabili — incluse alcune non sempre presenti negli indici low-volatility, come gli industriali a ciclo lungo (aziende con contratti di prezzo su un orizzonte pluriennale), che spesso presentano ricavi e utili sorprendentemente stabili.
Il quadro generale: In un anno che ha già prodotto due operazioni militari, uno shock energetico e una crescente ansia sull’impatto a lungo termine dell’AI, gli investitori potrebbero aver bisogno di un momento per recuperare gli spiriti animali. È in questi periodi che le azioni a bassa volatilità offrono un profilo rischio-rendimento più attraente.
COME INVESTIRE IN ETF
Gli investitori possono considerare l’iShares MSCI USA Min Vol Factor ETF (USMV) o l’Invesco S&P 500 Low Volatility ETF (SPLV). Entrambi mirano a ridurre l’esposizione alla volatilità, ma con approcci diversi. USMV utilizza una metodologia di campionamento ottimizzata per costruire il portafoglio con il minor rischio complessivo mantenendo un’esposizione settoriale simile al mercato più ampio. SPLV detiene semplicemente i 100 titoli meno volatili dell’S&P 500, con forti concentrazioni nei settori difensivi come utilities e beni di consumo di base. SPLV è probabilmente più adatto a chi cerca la copertura più robusta contro gli shock geopolitici descritti da Koesterich; USMV è più indicato per chi vuole ridurre la volatilità rimanendo esposto ai settori in crescita.
PERFORMANCE ETF PERIODO PRECEDENTE
Lo State Street Technology Select Sector SPDR Fund (XLK) ha guadagnato circa l’1,5% dalla pubblicazione dell’ultimo articolo il 20 novembre, mentre il Vanguard Information Technology ETF (VGT) ha guadagnato circa lo 0,6% e il Global X PureCap MSCI Information Technology ETF (GXPT) ha perso circa il 3%.
IDEA ALTERNATIVA
A Denver, dove vivo, il numero di cani è circa 30.000 volte superiore a quello dei bambini. Circa il 50% delle famiglie possiede almeno un cane e, in base alle mie passeggiate con i miei golden retriever (plurale), averne almeno due è il prezzo d’ingresso nel mio quartiere. Non solo possediamo più cani — spendiamo anche di più per i nostri animali. Negli Stati Uniti, la spesa per il settore degli animali domestici è raddoppiata tra il 2014 e il 2024, accompagnata da un aumento del 60% del costo delle cure veterinarie, il doppio rispetto al paniere generale dei consumi. Con più cani e più denaro speso per i nostri compagni a quattro zampe, ho trovato nell’assicurazione per animali domestici un investimento che vale la pena.
SARAH KETTERER
CEO, Causeway Capital Management
Puntare sui titoli SaaS con AI agenziale
L’idea: I timori di una sostituzione di massa hanno pesato sui titoli software-as-a-service (SaaS) quest’anno. Eppure, nonostante il panico, le principali aziende software stanno integrando con successo l’AI agenziale nelle loro piattaforme. Gli scettici sottovalutano quanto i principali franchise SaaS siano radicati nelle operazioni aziendali. Queste aziende possiedono dati proprietari preziosi e competenze specifiche di settore incorporate in flussi di lavoro mission-critical. Anziché destabilizzare i loro modelli, l’AI ne sta potenziando la proposta di valore e accelerando la crescita.
La strategia: Identificare le aziende che incorporano agenti AI direttamente nelle applicazioni enterprise. Questo posiziona i player SaaS consolidati come guardiani e distributori degli strumenti di AI agenziale. Gli agenti AI trasformano il software da strumenti passivi in operatori funzionali, consentendo ai fornitori di addebitare i risultati invece delle licenze o dei posti. Nel frattempo, la crescente produttività nella programmazione continua a beneficiare l’intero ecosistema software.
Il quadro generale: Il software che gestisce i sistemi CRM o ERP — finanza, HR, supply chain, manufacturing — è mission-critical e difficile da sostituire. Sebbene l’indice MSCI World Software tratti circa il 28% al di sotto dei massimi di ottobre scorso, la crescita degli utili del gruppo rimane in gran parte intatta. Le valutazioni si sono ridimensionate significativamente, creando l’opportunità di possedere franchise di alta qualità a multipli prezzo/utili forward più attraenti.
COME INVESTIRE IN ETF
Il Dan Ives Wedbush AI Revolution ETF (IVES) offre un’esposizione alla tesi di Ketterer attraverso un indice ad alta convinzione di 30 aziende identificate come “enabler” e “adopter”. Questo approccio concentrato garantisce che il portafoglio sia popolato da beneficiari dell’era AI. Tuttavia, IVES ha un expense ratio superiore alla media dello 0,75% e un rischio di concentrazione significativo. Per chi cerca un’esposizione più diversificata, l’iShares Expanded Tech-Software ETF (IGV) offre un paniere più ampio di oltre 100 titoli, inclusi diversi leader core dell’AI, con un expense ratio dello 0,39%.
PERFORMANCE ETF PERIODO PRECEDENTE
Lo State Street SPDR S&P Software & Services ETF (XSW) ha perso quasi il 15% dal 20 novembre. Il Fidelity MSCI Information Technology Index ETF (FTEC) e lo State Street Technology Select Sector SPDR Fund (XLK) hanno guadagnato rispettivamente lo 0,6% e l’1,5%.
IDEA ALTERNATIVA
Nonostante le capacità in espansione dell’AI, ci sono ancora cose che non sa fare — almeno, non ancora. Anche i robot umanoidi hanno i loro limiti. Riordinare il mio armadio — o affrontare il compito ben più ambizioso di svuotare la casa dei miei genitori scomparsi — richiede disciplina. La tentazione di tenere tutto è forte, anche quando non ho bisogno di altre cose. Quindi: affrontate i mucchi di libri e riviste, le mensole piene di oggetti accumulati. De-accumulate 10.000 dollari di cose superflue, donatele e detraete. Fate spazio — sia per la chiarezza mentale, sia per l’inevitabile espansione del mondo virtuale.
IAN HARNETT
Chief Investment Strategist, Absolute Strategy Research
Oro, value ed emerging market
L’idea: Nonostante gli eventi in Iran, restiamo costruttivi sugli asset di rischio statunitensi. Può sembrare strano, vista l’entità del rischio geopolitico, ma vediamo diversi motivi per cui gli investitori dovrebbero considerare di “comprare il ribasso”. Le aree con il maggior potenziale includono le materie prime — incluso l’oro — i fattori value e le azioni dei mercati emergenti.
La strategia: Innanzitutto, nonostante il forte aumento dei prezzi del petrolio, le scorte di greggio stanno già aumentando in tutto il Medio Oriente. Quando lo Stretto di Hormuz riaprirà, ci sarà spazio per un rapido aumento del petrolio sui mercati, che farà scendere i prezzi del gas, alleviando i rischi inflazionistici e stimolando la fiducia dei consumatori. In secondo luogo, anche prima dell’Iran, l’EIA aveva previsto un forte aumento delle scorte di greggio, suggerendo sia la capacità sia la volontà dei produttori di aumentare l’offerta. Quelle proiezioni EIA pre-Iran sono coerenti con un petrolio sotto i 50 dollari, che sarebbe chiaramente benvenuto dai mercati e dalla Fed.
Infine, i prezzi del petrolio devono aumentare di oltre il 50% e rimanere elevati per più di sei mesi prima di avere un impatto negativo significativo sul PIL globale. Senza un grande shock negativo al PIL, le azioni dovrebbero continuare a beneficiare della combinazione insolita e molto favorevole di crescita degli utili statunitensi a doppia cifra, mentre gli economisti si aspettano che la Fed tagli i tassi. Una crescita nominale robusta favorisce specifiche tipologie di investimento: materie prime incluso l’oro, fattori value e azioni dei mercati emergenti. Questi asset sono tutti sottopesati rispetto ai titoli AI statunitensi, che sembrano destinati a incontrare sfide nei prossimi trimestri visti i loro piani capex estremi.
Il quadro generale: Finché le aspettative di crescita nominale rimangono solide, la crescita degli utili nominali sarà probabilmente sana e sosterrà i flussi di cassa aziendali. Senza uno shock generalizzato ai flussi di cassa, gli asset di rischio rimbalzeranno probabilmente dall’attuale elevato livello di rischio geopolitico.
COME INVESTIRE IN ETF
Per un’esposizione diretta al prezzo dell’oro esistono ETF “micro-share” come lo SPDR Gold MiniShares Trust (GLDM) o l’iShares Gold Trust Micro (IAUM), con expense ratio rispettivamente dello 0,10% e dello 0,09%. Attenzione al trattamento fiscale: negli USA l’IRS classifica questi ETF come “oggetti da collezione”, quindi le plusvalenze a lungo termine sono tassate fino al 28% anziché alle aliquote standard. Chi vuole evitare questa complicazione può considerare il Global X Gold Miners ETF (AUAU), con expense ratio dello 0,35%. Per le azioni value large cap, il Vanguard Value ETF (VTV), con expense ratio dello 0,03%, rimane uno dei modi più efficienti per costruire una posizione value. Per i mercati emergenti, il First Trust Bloomberg Emerging Market Democracies ETF (EMDM) filtra per “democrazie elettorali”, privilegiando mercati trasparenti come Corea del Sud, Taiwan e Brasile — ha reso quasi il 13% da inizio anno, con expense ratio dello 0,75%. Chi non è preoccupato da questo tipo di rischio può considerare l’iShares Core MSCI Emerging Markets ETF (IEMG), con expense ratio dello 0,09%.
PERFORMANCE ETF PERIODO PRECEDENTE
Lo State Street SPDR S&P Insurance ETF (KIE) e l’iShares US Insurance ETF (IAK) hanno perso rispettivamente oltre il 5% e oltre il 3% dal 20 novembre. Lo State Street SPDR S&P Bank ETF (KBE) ha guadagnato quasi il 3% e l’Invesco KBW Bank ETF (KBWB) è salito di quasi il 2%. Il Franklin FTSE Japan ETF (FLJP) e il Franklin FTSE Japan Hedged ETF (FLJH) hanno registrato guadagni rispettivamente del 5,6% e 5,8%. Lo SPDR Gold MiniShares Trust (GLDM) e l’iShares Gold Trust Micro (IAUM) sono entrambi saliti di quasi il 19%.
IDEA ALTERNATIVA
Di recente ho avuto la fortuna di essere invitato a presentare le nostre analisi macro e di mercato in Sud Africa. Non ci ero mai stato e sono rimasto colpito dai contrasti e dalla bellezza del paese. Tutti quelli che ho incontrato mi hanno suggerito che la prossima volta dovrei prendermi del tempo per fare un safari e godere della bellezza della costa dell’Africa meridionale. Un’idea che mi è sembrata un ottimo investimento nell’ampliamento dei miei orizzonti.
DAVID WADDELL
CEO e Chief Investment Strategist, Waddell & Associates
Scegli la tua narrativa
L’idea: Ho analizzato le narrative dominanti nel mercato oggi e come, se ci si crede, si potrebbe giocarle. Questo mi ha portato al Pacer Global Cash Cows Dividend ETF (GCOW), a Berkshire Hathaway (BRKB) e all’ARK Autonomous Technology & Robotics ETF (ARKQ).
La strategia: La prima narrativa è che una rotazione dalle Magnifiche 7 verso titoli più ciclici o value sia giustificata. Per chi ci crede, si vogliono aziende con alto free cash flow e rendimenti da dividendo elevati, e basso P/E — perché se si sbaglia e l’inflazione sale, i tassi salgono e le valutazioni scendono, non si vuole essere in un portafoglio con P/E alto. Il Pacer Global Cash Cows Dividend ETF ha un P/E medio intorno a 13, circa il 26% delle aziende tracciate con sede negli USA, un free cash flow yield del 6,4% e quasi il 5% di dividend yield. Catnip in questa fase del ciclo. Resisterà bene, si incassano i dividendi, i bilanci sono cristallini e si ha il free cash flow. Queste aziende beneficeranno della tecnologia? Si guardi a una vecchia azienda come Deere: è in fiamme e sta beneficiando dell’AI senza essere Snowflake.
Un’altra narrativa — non la mia — è che il mercato orso sia arrivato. Se ci si crede, si consideri Berkshire Hathaway. Ha circa 400 miliardi di dollari in cassa e un nuovo CEO, Greg Abel, che vorrà dimostrare il suo valore. Farà buyback o annuncerà un dividendo — anche se probabilmente non lo farà mentre Buffett è ancora in vita. Deve fare qualcosa per impressionare il mercato. Ma se non fa nulla, ha comunque quei 400 miliardi. In un mercato orso, si vuole qualcuno che possa impiegare liquidità in esso, soprattutto qualcuno fortemente incentivato a farlo.
La mia ultima idea è che, mentre abbiamo forse esagerato con l’AI virtuale — le OpenAI e Anthropic hanno assorbito tutto l’ossigeno — ciò di cui abbiamo davvero bisogno è l’AI fisica. Se si guardano le carenze di manodopera, riguardano davvero le persone che sanno fare cose come saldare o costruire case. Quindi abbiamo bisogno dei robot, e stanno arrivando. Ci vuole un po’ di tempo, ma ogni giorno diventano più abili. Le dimensioni di quel mercato saranno gigantesche. L’ARK Autonomous Technology & Robotics ETF (ARKQ) è l’unico ETF attivo che riesco a trovare in questo spazio. La sua seconda partecipazione più grande è Teradyne — è come la Nvidia del business della robotica.
Il quadro generale: La storia degli utili continua. Abbiamo avuto quattro trimestri di crescita a doppia cifra e sembra destinata a continuare — e non riguarda più solo le Magnifiche 7. Mercati emergenti, europei, mid-cap, industriali, materiali: ci sono utili ovunque con margini ai massimi storici. Il mercato complessivo è in buona forma e non credo che l’economia andrà in recessione. Se non accade, abbiamo l’85% di probabilità di avere un anno positivo. Se gli utili superano il 9%, il rendimento medio del mercato è del 13%. La mia migliore previsione è un altro anno a doppia cifra, ma ci sono modi per andare oltre l’S&P 500 e migliorare quei rendimenti.
COME INVESTIRE IN ETF
Il Pacer Global Cash Cows Dividend ETF (GCOW) è una scelta strategica per la rotazione verso il value, focalizzata su large cap globali con alti free cash flow yield. Per chi preferisce un focus domestico, c’è il Pacer US Cash Cows 100 ETF (COWZ), che applica la disciplina sul cash flow del GCOW al Russell 1000, oppure il VictoryShares Free Cash Flow ETF (VFLO), che aggiunge uno schermo sulla crescita per escludere aziende stagnanti e mitigare il rischio di “value trap”. L’ARK Autonomous Technology & Robotics ETF (ARKQ) è un ETF a gestione attiva orientato verso l'”intelligenza” dell’automazione. Gli investitori che cercano un approccio più “fisico” possono considerare il Themes Humanoid Robotics ETF (BOTT), un fondo passivo che punta sulle aziende che progettano e producono robot fisici, con expense ratio dello 0,35% contro lo 0,75% di ARKQ.
IDEA ALTERNATIVA
Spenderei i 10.000 dollari in un viaggio che sto facendo con mio figlio per fare immersioni subacquee a Nevis. Sarà la mia prima volta e dicono che Nevis sia un posto fantastico per chi si immerge per la prima volta. Ogni anno troviamo una nuova avventura da fare insieme. La stessa cosa la faccio con mia figlia — siamo andati a caccia in Scozia a Craigsanquhar.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo esclusivamente informativo e non costituiscono consulenza finanziaria. Leggi il DISCLAIMER completo prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.
21/03/26 Il mercato Riccioli d’Oro è finito. Perché i “Tre Orsi” minacciano ora le Borse.

Fonte: Barron’s, Teresa Rivas, 20 marzo 2026. Traduzione e commento a cura dell’autore, che non detiene posizioni sui titoli citati nell’articolo.
“Goldilocks” — Riccioli d’Oro — era la parola d’ordine del mercato toro degli ultimi anni. Per un lettore americano la metafora è immediata: nella favola dei tre orsi, Riccioli d’Oro assaggia il porridge e trova quello di mamma orsa perfetto — né troppo caldo né troppo freddo. Applicata all’economia, l’immagine è diventata un classico del gergo finanziario anglosassone: crescita solida ma non surriscaldata, inflazione sotto controllo, banche centrali accomodanti. La condizione ideale per chi investe in azioni. In Italia la favola esiste, ma non ha mai attecchito nel lessico economico con la stessa forza; il lettore italiano deve fare uno sforzo in più per collegare la bambina dei capelli ricci alla politica monetaria della Fed. Vale la pena farlo, perché la metafora funziona bene: descrive precisamente quel punto di equilibrio instabile che i mercati hanno goduto per anni e che ora, con il ritorno dei tre orsi, sembra definitivamente perduto.
Tutti e tre i principali indici americani hanno chiuso la settimana in rosso: il Dow Jones Industrial Average ha perso il 2,1%, l’S&P 500 l’1,9% e il Nasdaq Composite il 2,1%. Il Russell 2000 delle piccole capitalizzazioni è sceso dell’1,7%, entrando in territorio di correzione. Non è tanto l’entità delle perdite a preoccupare, quanto la loro persistenza: il Dow è in calo da quattro settimane consecutive, la striscia negativa più lunga degli ultimi tre anni.

Il petrolio come variabile impazzita. Anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse domani, ci vorrebbero mesi perché l’offerta globale si riprendesse, mentre pozzi e raffinerie tornano gradualmente a regime. Il prezzo del petrolio, quindi, come la durata stessa del conflitto, continua a salire. Il Brent e il WTI sono aumentati rispettivamente del 55% e del 47% solo nel corso di questo mese.
Prezzi della benzina più alti possono a volte sostenere l’S&P 500: i consumatori riducono i risparmi per mantenere i propri livelli di spesa, e le perdite delle aziende di consumo vengono compensate dai guadagni dei produttori di materie prime. Tuttavia — avverte lo strategist di J.P. Morgan Dubravko Lakos-Bujas — esiste un punto di non ritorno oltre il quale il rialzo del petrolio inizia a lavorare in senso inverso, producendo un impatto negativo sui mercati azionari. Quel punto critico si raggiunge storicamente quando il petrolio schizza del 30% in breve tempo. Siamo già oltre.
La Fed nell’angolo. La guerra con l’Iran non è l’unica fonte di stress. La Federal Reserve, che ha lasciato i tassi invariati dopo la riunione del FOMC di mercoledì, si trova in una situazione scomoda: il rincaro del petrolio potrebbe riaccendere l’inflazione, ma prezzi più alti potrebbero anche frenare la crescita. In teoria, la banca centrale dovrebbe ignorare lo shock e concentrarsi sul sostenere l’economia. In pratica, i mercati dei futures sui fed funds prezzano ora una probabilità maggiore di rialzi che di tagli dei tassi nel corso dell’anno. E c’è una ragione precisa.
“L’aspetto comunicativo di una simile mossa sarebbe devastante”, spiega Warren Pies, co-fondatore di 3Fourteen Research. “La Fed deve essere percepita come guardiana dell’inflazione, altrimenti rischia di essere accusata di aver permesso una spirale incontrollata dei prezzi.”
Nessun porto sicuro. Il quadro si complica ulteriormente perché non ci sono rifugi affidabili. I Treasury hanno subito perdite con il rialzo dei rendimenti: l’ETF iShares 20+ Year Treasury Bond (TLT) ha ceduto l’1,6% nella settimana. L’oro ha registrato il peggior calo settimanale in termini assoluti della sua storia, scendendo del 9,5%: penalizzato dal rafforzamento del dollaro, dalle aspettative di tassi più alti più a lungo e dalle probabili vendite di asset da parte di governi e aziende mediorientali costretti a fare cassa di fronte al rincaro del petrolio. Gli investitori che avevano accumulato oro vengono colpiti anche su altri fronti, e sono costretti a liquidare.
“I principali catalizzatori dell’oro sembrano ora indebolirsi, mentre le quotazioni appaiono estremamente tese”, avverte Will Denyer, capo economista per gli Stati Uniti di Gavekal Research. “È una combinazione pericolosa.”
La maggior parte degli strategist continua a prevedere un S&P 500 in rialzo a fine anno — J.P. Morgan mantiene il target a 7.200 punti, pur avendolo rivisto al ribasso da 7.500 mercoledì scorso — ma con l’indice attualmente a quota 6.506, il percorso verso quel traguardo si fa sempre più ripido. Le Magnifiche Sette hanno perso il 2,6% nella settimana e restano sotto pressione. Il credito privato rimane una fonte di preoccupazione. E gli investitori stanno imparando che il presidente Trump non sempre si tira indietro all’ultimo momento.
Forse è il momento di smettere di credere alle favole.
DISCLAIMER: Il presente articolo è redatto a scopo puramente informativo e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né consulenza finanziaria personalizzata. Si invita il lettore a consultare il DISCLAIMER completo prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.
20/03/24 Da 500 anni Fuggerei mantiene un quartiere grazie alle foreste e come imitarla.

Ad Augusta, in Baviera, esiste un complesso di edilizia popolare fondato nel 1521 che chiede ai suoi 150 inquilini un affitto annuale di 88 centesimi di euro — l’equivalente di un fiorino renano, la valuta dell’epoca — più tre preghiere quotidiane. Si chiama Fuggerei, e porta il nome della famiglia che la fondò: i Fugger, i banchieri più potenti d’Europa nel XV e XVI secolo, finanziatori degli Asburgo, creditori del Vaticano, gestori di una rete di miniere, case commerciali e istituti di credito che non ha avuto eguali prima della nascita del capitalismo moderno.
Bloomberg racconta oggi che i discendenti della famiglia vivono ancora delle rendite dei loro beni, e che quegli stessi beni finanziano ancora la Fuggerei. Ma la cosa davvero straordinaria — quella che non emerge in modo esplicito dall’articolo ma che merita una riflessione separata — è come la fondazione abbia potuto mantenere in vita questa struttura attraverso le guerre napoleoniche, l’inflazione di Weimar che nel 1923 azzerò i risparmi di milioni di tedeschi, i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che distrussero parte del complesso originale, e la successiva ricostruzione della Germania. Come si sopravvive a tutto questo con un affitto fisso in fiorini rinascimentali?
Il segreto dei 3.200 ettari di foresta
I discendenti Fugger-Babenhausen vivono oggi delle rendite di 3.200 ettari di foresta in Germania, oltre ad altri beni. Quella foresta è la risposta a tutti i cataclismi finanziari degli ultimi due secoli. Vediamo perché.
Durante le guerre napoleoniche (1803-1815), l’Europa fu percorsa da inflazione, requisizioni militari e instabilità monetaria. I titoli di stato e le obbligazioni emesse dai governi dell’epoca persero valore o vennero ripudiati — gli Asburgo dovevano ancora somme astronomiche ai Fugger dal XVI secolo, e non le hanno mai restituite. La foresta continuava a crescere, indifferente alle battaglie di Austerlitz e Waterloo.
Nel 1923 la Germania visse l’iperinflazione più devastante della storia moderna: in pochi mesi un chilo di pane passò da pochi pfennig a miliardi di marchi. I risparmi di una vita evaporarono nel giro di settimane. Chi aveva obbligazioni, depositi bancari o affitti denominati in marchi perse tutto. Chi aveva foresta, invece, aveva ancora alberi — e gli alberi non si svalutano. Il legname poteva essere venduto a prezzi di mercato, adeguati alla nuova realtà monetaria.
La Seconda Guerra Mondiale portò i bombardamenti alleati su Augusta nel febbraio 1944, che distrussero gran parte della Fuggerei originale. Il complesso fu ricostruito pietra su pietra dopo la guerra — finanziato, ancora una volta, dalle rendite forestali. Il marco tedesco del dopoguerra valeva una frazione di quello prebellico, ma la foresta aveva continuato a crescere anche durante il conflitto.
ETF UCITS per l’investitore italiano: l’offerta è quasi nulla
Prima di elencare strumenti, una precisazione importante per il lettore italiano: gli ETF domiciliati negli USA (come il WOOD americano o il CUT di Invesco) non sono UCITS e non sono acquistabili tramite la maggior parte dei broker italiani. Anche quando tecnicamente accessibili, la loro tassazione è sfavorevole rispetto ai fondi armonizzati europei — vengono trattati come redditi diversi invece che come redditi di capitale, con conseguenze significative sulla compensazione delle minusvalenze. Vanno evitati.
Il problema è che nell’universo UCITS la scelta sulla forestry è quasi inesistente. Esiste di fatto un solo ETF:
iShares Global Timber & Forestry UCITS ETF
ISIN: IE00B27YCF74 | Ticker: WOOD (Borsa Italiana, Xetra, LSE) | TER: 0,65% | AUM: ~€86M | Domicilio: Irlanda | Replica: fisica | Distribuzione: semestrale
Lanciato nel 2007 da BlackRock, replica l’indice S&P Global Timber & Forestry, composto dalle 25 maggiori società mondiali del settore. Le prime posizioni sono tipicamente Weyerhaeuser, West Fraser Timber, Rayonier, SCA e Holmen — esattamente le azioni singole descritte nel blocco precedente. È quotato su Borsa Italiana con ticker WOOD, accessibile da qualsiasi broker italiano. Il patrimonio di 86 milioni di euro è esiguo — lo spread può essere elevato nelle fasi di scarsa liquidità — ma è il veicolo UCITS più semplice per avere esposizione immediata all’intera asset class in un’unica transazione.
Esiste anche una versione con ISIN DE000A0NA0H3 (ticker IQQW su Xetra), tecnicamente lo stesso fondo con classe di azioni diversa — stesso gestore, stesso indice, stesso TER. Verificare con il proprio broker quale delle due classi sia disponibile.
Non esistono altri ETF UCITS puri sulla forestry. Chi cerca un’alternativa deve necessariamente passare alle azioni singole descritte nel blocco precedente, o accettare un’esposizione indiretta tramite ETF tematici più ampi come quelli sulle risorse naturali o sull’agricoltura, dove il timber è una componente minoritaria.
Come investire nelle foreste oggi: singole azioni per mercato
Oltre agli ETF già citati nel blocco precedente, chi vuole un’esposizione più diretta può scegliere singole azioni quotate. Il mercato è dominato da tre geografie: Stati Uniti (Timber REIT), Canada (produttori integrati di lumber) e Svezia (grandi gruppi forestali con proprietà fondiaria significativa). Sono tre storie molto diverse per modello di business e profilo di rischio.
🇺🇸 Stati Uniti — Timber REIT
Weyerhaeuser (WY — NYSE) — ISIN US9621661043. Il più grande Timber REIT americano con circa 10 milioni di acri di foresta negli USA (Oregon, Washington, Sud-Est). Prima holding dell’ETF WOOD con peso ~8%. Genera ricavi da legname, prodotti del legno e real estate. Dividendo significativo con struttura REIT (obbligo di distribuire il 90% del reddito imponibile). È l’esposizione più pura e liquida alla proprietà forestale quotata americana.
Rayonier (RYN — NYSE) — ISIN US7549071030. Secondo grande Timber REIT, con oltre 4,2 milioni di acri post-fusione con PotlatchDeltic completata a gennaio 2026, distribuiti in 11 stati americani tra il Pacifico Nord-Ovest e il Sud. Include sei impianti di produzione di legname. Orientato maggiormente alla produzione di fibra di legno per carta e packaging.
UFP Industries (UFPI — NASDAQ) — ISIN US90278Q1031. Non è un Timber REIT ma un produttore integrato di prodotti in legno per i segmenti retail (Home Depot, Lowe’s), costruzioni e imballaggi industriali. Meno puro sulla proprietà forestale, ma con margini più stabili perché meno esposto alle oscillazioni del prezzo del legname grezzo.
🇨🇦 Canada — produttori integrati
Il settore del lumber canadese ha attraversato anni difficili: prezzi deboli, costi elevati, tariffe USA sui prodotti canadesi (i dazi antidumping hanno raggiunto livelli significativi) e incendi boschivi che hanno ridotto la produzione. La maggior parte dei grandi produttori ha riportato perdite nel 2023-2024. I titoli trattano mediamente a 0,6-0,7 volte il valore contabile — storicamente un punto di ingresso interessante per chi ha un orizzonte lungo. Il rimbalzo dei prezzi del legname e la ripresa dell’edilizia potrebbero essere i catalizzatori.
West Fraser Timber (WFG — NYSE e TSX) — ISIN CA9528451052. Il più grande produttore mondiale di lumber per capacità produttiva: 33 segherie, 13 impianti OSB, sei impianti di energia rinnovabile. Presenza in Nord America ed Europa. Non possiede foreste proprie — acquista il legname — ma la sua scala lo rende il benchmark del settore. Quotato sia a New York (WFG) che a Toronto, accessibile da qualsiasi broker.
Canfor (CFP — TSX) — ISIN CA1379991030. Secondo grande produttore canadese, con operazioni in British Columbia, Alberta, Sud degli USA e — notizia recente — in fase di acquisizione di tre segherie svedesi dal gruppo Karl Hedin. A operazione completata, il mix sarà circa 35% USA Sud, 35% Svezia e 30% Canada Occidentale: una diversificazione geografica significativa che riduce l’esposizione ai dazi USA sul lumber canadese. Non quotato su NYSE — solo TSX, accessibile via broker con accesso ai mercati canadesi (Interactive Brokers, Saxo).
Interfor (IFP — TSX) — ISIN CA45900T1003. Uno dei produttori canadesi più dinamici per crescita tramite acquisizioni. Opera in Canada, USA, Giappone e altri mercati di esportazione. Il 60% dei ricavi viene dagli USA. Ha pagato cumulativamente oltre 600 milioni di dollari di dazi antidumping al marzo 2025 — un peso significativo che penalizza il titolo ma che potrebbe essere revertito in caso di accordo commerciale USA-Canada. Solo TSX.
Acadian Timber (ADN — TSX) — ISIN CA00432Q1081. Il più puro tra i titoli canadesi sulla proprietà fondiaria: gestisce circa 1,1 milioni di acri di foresta propria nel New Brunswick e nel Maine (USA), più servizi su altri 1,3 milioni di acri. È la versione canadese del concetto Fugger — terra reale, rendita reale. Capitalizzazione di circa 200 milioni di dollari, micro-cap, bassa liquidità. Paga dividendi significativi. Non è per i grandi movimenti ma per chi vuole l’esposizione più diretta alla terra forestale quotata in Nord America.
🇸🇪 Svezia — i grandi gruppi nordici
La Svezia è uno dei paesi più boscosi del mondo — le foreste coprono circa il 70% del territorio nazionale — e ospita alcuni dei più grandi gruppi forestali quotati d’Europa. La caratteristica distintiva dei gruppi svedesi è che possiedono terra: non solo producono, ma gestiscono milioni di ettari propri, il che li avvicina molto di più alla logica dei Fugger rispetto ai produttori canadesi che acquistano il legname sul mercato.
SCA (SCA-B — Nasdaq Stockholm) — ISIN SE0000112724. Svenska Cellulosa Aktiebolaget è il più grande proprietario privato di foreste in Europa con circa 2,6 milioni di ettari in Svezia. Produce legname, carta, packaging e prodotti forestali. La proprietà fondiaria è il cuore della valutazione: come per i Fugger, gli alberi crescono indipendentemente dai cicli economici. Accessibile via broker con accesso ai mercati nordici (Interactive Brokers, Nordnet, Saxo).
Holmen (HOLM-B — Nasdaq Stockholm) — ISIN SE0011166933. Gruppo diversificato con foreste proprie (circa 1,3 milioni di ettari), produzione di legname, carta e cartone, ed energia idroelettrica. Il segmento foresta contribuisce in modo stabile agli utili indipendentemente dai cicli della carta. Dividendo consistente. Più difensivo di SCA, meno puro sulla forestry.
Stora Enso (STERV — Nasdaq Helsinki; STE-A — Nasdaq Stockholm) — ISIN FI0009005961. Gruppo finlandese-svedese con operazioni in packaging, biomateriali, costruzioni in legno e carta. La notizia più rilevante per gli investitori forestali: Stora Enso ha deciso di separare i propri asset forestali svedesi in una nuova società quotata autonoma, che diventerebbe la più grande azienda pure-play forestale quotata in Europa con oltre 1,2 milioni di ettari di foresta in Svezia e un fair value stimato a circa 5,7 miliardi di euro. Lo spin-off dovrebbe essere annunciato nella seconda metà del 2026 e completato nella prima metà del 2027. Chi compra Stora Enso oggi compra implicitamente anche questa opzione.
Billerud (BILL — Nasdaq Stockholm) — ISIN SE0015811559. Più orientato al packaging sostenibile che alla proprietà forestale pura. Produce carta e cartone da fibra vergine per imballaggi primari — area in crescita strutturale per la sostituzione della plastica. Meno esposto alle oscillazioni del prezzo del legname, più esposto alla domanda di packaging sostenibile.
Tabella di sintesi — singole azioni
| Società | Ticker | Mercato | Modello | Acc. IT | Focus |
|---|---|---|---|---|---|
| Weyerhaeuser | WY | NYSE | Timber REIT | ✅ | 10M acri USA — il più puro |
| Rayonier | RYN | NYSE | Timber REIT | ✅ | 4,2M acri post-fusione PCH |
| UFP Industries | UFPI | NASDAQ | Produttore | ✅ | Prodotti legno retail/costruzioni |
| West Fraser Timber | WFG | NYSE / TSX | Produttore | ✅ | Più grande produttore mondiale lumber |
| Canfor | CFP | TSX | Produttore | ⚠️ | In acquisizione segherie svedesi |
| Interfor | IFP | TSX | Produttore | ⚠️ | Crescita per acquisizioni — esposto ai dazi |
| Acadian Timber | ADN | TSX | Proprietà fondiaria | ⚠️ | Il più puro canadese — micro-cap illiquido |
| SCA | SCA-B | Nasdaq Stockholm | Proprietà + prod. | ⚠️ | 2,6M ha — più grande proprietario privato UE |
| Holmen | HOLM-B | Nasdaq Stockholm | Diversificato | ⚠️ | Foresta + carta + idroelettrico |
| Stora Enso | STERV / STE-A | Helsinki / Stockholm | Diversificato | ⚠️ | Spin-off forestale atteso 2027 — €5,7Mld |
| Billerud | BILL | Nasdaq Stockholm | Packaging | ⚠️ | Sostituzione plastica — meno forestry pura |
✅ = accessibile da broker italiani standard con accesso NYSE/NASDAQ. ⚠️ = richiede broker con accesso ai mercati canadesi o nordici (Interactive Brokers, Saxo, Nordnet). Dati marzo 2026.
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