
Fonte: Bloomberg — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (Washington Post, Axios, CNBC, CNN, Fortune, MIT Technology Review, Semafor, The Decoder)
C’è un verso di De André, in “Bocca di Rosa”, che viene sempre in mente quando un uomo di potere in pensione dalle proprie responsabilità dirette si mette a distribuire moniti morali:
“si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.”
Bill Gates, va detto senza troppi giri di parole, è uno di quei personaggi che all’autore di questo blog sta francamente antipatico — e il tempismo con cui arriva il suo saggio da 6.000 parole sui pericoli dell’intelligenza artificiale, proprio mentre Microsoft insegue chi quella corsa la sta davvero vincendo, non aiuta a cambiare idea.
Bill Gates ha pubblicato mercoledì un saggio di quasi 6.000 parole sul proprio sito personale, intitolato “The turbulent AI era is here. The choices we make now are critical.” Il tono è quello dell’allarme: secondo il co-fondatore di Microsoft, la transizione verso l’era dell’intelligenza artificiale sarà “uno dei periodi più turbolenti della storia umana”, anche nello scenario migliore, e “non esiste un piano” per gestirla.
Gates individua tre rischi principali. Il primo è la perdita permanente di posti di lavoro: a differenza delle rivoluzioni tecnologiche precedenti, che nel tempo creavano nuove mansioni cognitive per l’uomo, l’AI può svolgere direttamente quel lavoro cognitivo. Nel mirino ci sono soprattutto le posizioni entry-level e mid-level in vendite, assistenza clienti, sviluppo software e professioni legali, con un’estensione entro fine decennio anche a edilizia e ospitalità grazie ai robot. Il secondo rischio riguarda gli attori malevoli: l’AI abbassa la soglia tecnica necessaria per creare malware, condurre attacchi informatici o, nello scenario più estremo, progettare patogeni pericolosi — Gates ha dichiarato a Semafor che oggi il rischio di bioterrorismo è “50 volte” quello di una pandemia naturale. Il terzo riguarda l’infanzia e le relazioni umane: i compagni AI, sempre disponibili e mai in disaccordo, rischiano di diventare una “serra protetta” che indebolisce la resilienza sociale dei più giovani.
Sul fronte delle soluzioni, Gates rilancia due proposte concrete: una tassa sui “token AI” e sui robot, equivalente ai contributi previdenziali pagati per un lavoratore umano, e il concetto di “Human Reserved” — mansioni riservate per legge agli esseri umani anche quando la macchina saprebbe farle meglio.
Il dibattito che ne è seguito: il saggio ha acceso una discussione immediata, alimentata soprattutto da un contrasto: Gates ammette lui stesso, nel testo, di avere ancora legami finanziari con l’industria tech (anche se i proventi confluiscono alla Gates Foundation). Diversi commentatori hanno fatto notare che si tratta dell’ennesima svolta retorica di un uomo che nel 2018 si dichiarava preoccupato ma nel 2022 parlava ancora di riqualificazione e redistribuzione come soluzioni sufficienti, e che solo pochi mesi fa, a un’intervista CNBC, definiva l’AI “la cosa tecnica più profonda” della sua vita. A MIT Technology Review, Gates ha rincarato la dose sostenendo che abbiamo già superato le soglie di rischio su capacità biologiche, cyber, psicosociali e occupazionali dell’AI. Ad Axios ha aggiunto una frase che i media hanno ripreso ovunque: “C’è un’alta probabilità di un esito netto negativo”. Tra i tecnologi che concordano in privato con la sua posizione, Gates ha citato anche l’attuale AI CEO di Microsoft, Mustafa Suleyman.
L’angolo che interessa a chi guarda i mercati è però un altro, ed è quello di casa: Microsoft, che pure ha investito miliardi in OpenAI, non è oggi il laboratorio che detta il ritmo dell’innovazione nel settore — quel ruolo se lo contendono Google, Anthropic e pochi altri. Gates, che da anni si è defilato dalla gestione operativa dell’azienda che ha fondato, si ritrova nel ruolo di filosofo globale su AI, clima e pandemie proprio mentre il suo peso industriale diretto si riduce. È una lettura cinica ma non peregrina: chi non guida la corsa tende a chiederne la regolamentazione — cosa che, incidentalmente, rallenterebbe anche chi quella corsa la sta vincendo. Lo stesso schema, del resto, si è visto con Elon Musk, che chiedeva una pausa sull’AI mentre sviluppava xAI in parallelo.
Note dell’A.I. (Claude)
Vale la pena distinguere due piani che nel dibattito pubblico tendono a mescolarsi. Il primo è il merito delle tesi di Gates: sui rischi occupazionali e di sicurezza il saggio non dice nulla di clamorosamente nuovo rispetto a quanto già circola da tempo tra ricercatori ed economisti del lavoro — la novità è che a dirlo con questo grado di allarme sia lui, storicamente un ottimista tecnologico. Il secondo piano è la credibilità della fonte: Gates ammette esplicitamente nel saggio di avere ancora interessi finanziari nel settore, un dettaglio che i critici non gli hanno risparmiato, ma questo non rende automaticamente sbagliate le sue tesi — è un caso da manuale in cui il conflitto di interesse dichiarato va tenuto distinto dalla validità dell’argomento. Sul piano geopolitico, il punto più solido del saggio resta forse quello meno commentato: Gates stesso riconosce che un rallentamento coordinato a livello globale è quasi impossibile perché nessun singolo paese o azienda ha interesse a fermarsi per primo — un’ammissione che indebolisce, più di quanto rafforzi, la sua stessa proposta di nuove istituzioni internazionali di coordinamento.
Considerazioni
Il tema si intreccia con filoni già seguiti sul blog: il paniere del gorilla sui mercati nascenti (Il gorilla e i mercati nascenti) applica proprio la logica opposta a quella di Gates — diversificare su più player scommettendo su un vincitore, invece di provare a rallentare il settore per legge. Sul fronte quantistico e AI infrastrutturale, il tema della “corsa che nessuno vuole fermare” è coerente con quanto discusso in I Computer Quantistici 5.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu