
Fonte: post X di Pavel Durov (@durov), 24/08/26, tradotto da Grok — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (TechPolicy.Press, Reclaim The Net, Il Post, L’Espresso, NPR)
Il 24 agosto 2026 ricorreva il secondo anniversario dell’arresto di Pavel Durov, fondatore di Telegram, fermato tre giorni all’aeroporto di Le Bourget e poi indagato in Francia con dodici capi d’imputazione. Per l’occasione Durov ha pubblicato su X un lungo post in cui torna sulla vicenda: l’indagine, scrive, è “ancora in corso” ma “ha sempre meno senso con il passare degli anni”, perché nel frattempo sarebbero emerse prove che Telegram non modera peggio delle altre grandi piattaforme.
Il fondatore descrive uno schema che dice di aver osservato in più paesi: quando Telegram rifiuta richieste politiche informali — censura o sorveglianza — scatterebbero campagne mediatiche che dipingono l’app come un ricettacolo di crimini, dalla pedopornografia al terrorismo. Nel post Durov cita anche l’annullamento, da parte del Consiglio Costituzionale francese, del divieto sui social per gli under 15 voluto da Macron, giudicato una “violazione sproporzionata” della libertà di espressione.
Sullo sfondo, un dettaglio che rende la vicenda ancora più intricata: il 29 luglio 2026 la Russia ha emesso un mandato di cattura internazionale contro lo stesso Durov, accusandolo di complicità nel terrorismo per non aver rimosso canali usati (secondo Mosca) dai servizi ucraini. Durov è quindi ricercato in Russia per aver protetto troppo le comunicazioni dei suoi utenti, e indagato in Francia per non averle controllate abbastanza.
Il post integrale di Durov
Due anni fa sono stato trattenuto a Parigi dalla polizia per tre giorni, il massimo consentito prima di formalizzare un’accusa. Le autorità francesi hanno allora accusato il capo di una grande piattaforma dei reati commessi dai suoi utenti — una mossa che Durov definisce senza precedenti. L’indagine prosegue tuttora, ma a suo dire perde senso col tempo, perché ci sarebbero ormai prove estese che la moderazione di Telegram non è né peggiore né meno collaborativa con le autorità rispetto a quella dei concorrenti.
La spiegazione che offre è che a Telegram verrebbero chieste, in modo discreto, concessioni politiche — censura o sorveglianza illegali — e che il rifiuto scatenerebbe campagne orchestrate da media e ONG per dipingere la piattaforma come un covo criminale. Chi invece accetta simili accordi, scrive, la farebbe franca con quasi tutto, “inclusa la vendita letterale di annunci che promuovono la pornografia infantile” — un’accusa pesante e generica, rivolta a piattaforme non nominate, che resta indimostrata nel post stesso.
Cosa dice davvero l’accusa francese
È importante essere precisi su un punto che il post di Durov lascia volutamente sfumato: Durov non è accusato di possedere o distribuire personalmente materiale pedopornografico. I dodici capi d’imputazione — formalizzati il 28 agosto 2024 sotto l’articolo 323-3-2 del codice penale francese, introdotto pochi mesi prima — contestano la complicità: l’aver gestito, come amministratore della piattaforma, un servizio che ha permesso a terzi di distribuire tali contenuti, di trafficare droga, di riciclare denaro, oltre al rifiuto di fornire alle autorità i dati richiesti per le intercettazioni legali. È la stessa differenza, giuridicamente enorme, che passa tra “aver commesso un reato” e “aver gestito un’infrastruttura di cui altri hanno abusato” — differenza che né Durov nel suo post né molta stampa nella copertura dell’arresto del 2024 hanno reso con la dovuta chiarezza.
Telegram dichiara di aver bloccato quest’anno 23,6 milioni tra gruppi e canali, di cui oltre 370 mila legati ad abusi su minori: un numero che si può leggere sia come prova di moderazione attiva, sia come indicazione delle dimensioni del problema sulla piattaforma. Resta il fatto che, quasi due anni dopo l’indicazione formale, l’indagine non è ancora approdata a un processo, e i legali di Durov sostengono che non sia mai stata prodotta alcuna prova a sostegno delle accuse.
Il doppio standard: Meta paga, Durov rischia il carcere
Il confronto più istruttivo, però, arriva da un fatto di cronaca praticamente contemporaneo. Lo stesso giorno del post di Durov, il 26 agosto 2026, Meta ha chiuso con 29 stati americani (a cui si sono poi aggiunti altri, per un totale di oltre 50 tra stati e territori) un accordo transattivo fino a 16,7-18 miliardi di dollari per aver progettato Instagram e Facebook in modo da creare dipendenza nei minorenni, occultandone i rischi per la salute mentale. Meta non ha ammesso alcuna colpa, pagherà con i soldi della società, introdurrà limiti d’uso e strumenti per i genitori — e nessuno ha mai ipotizzato di incriminare personalmente Mark Zuckerberg, nonostante il fondatore fosse atteso a testimoniare al processo.
Il confronto è netto: Durov è stato arrestato di persona, trattenuto tre giorni, ha pagato una cauzione di 5 milioni di euro, gli è stato per mesi vietato di lasciare la Francia, e rischia individualmente fino a dieci anni di carcere. Zuckerberg, per accuse concettualmente analoghe — la responsabilità di un dirigente per il danno che la sua piattaforma provoca ai minori — non ha subito nulla di personale: paga l’azienda, con una transazione civile che esplicitamente non equivale a un’ammissione di colpa. È un dato che difficilmente si spiega solo con la diversa natura delle accuse (moderazione di contenuti criminali da un lato, design che genera dipendenza dall’altro): riflette anche quanto le due aziende siano trattate diversamente dai rispettivi apparati statali — probabilmente, come è ragionevole ipotizzare, in base alla loro disponibilità a collaborare e negoziare con i governi.
Note dell’A.I. (Claude)
Vale la pena separare i piani che nel post di Durov si sovrappongono deliberatamente. Primo: il procedimento penale francese, che riguarda accuse di complicità — non di condotta personale — verificabili solo in tribunale, in un caso che al momento non ha ancora prodotto un processo né prove pubbliche. Secondo: la sentenza del Consiglio Costituzionale sul divieto social per i minori, che riguarda un’altra legge e un’altra materia — usarla come prova a discarico nel caso Durov è un collegamento retorico, non logico. Terzo: il mandato di cattura russo, che complica il quadro mostrando Durov schiacciato da pressioni opposte.
Sul confronto con Meta, un caveat necessario: le due situazioni non sono giuridicamente identiche. Il caso Meta è una causa civile promossa da stati USA per danni da design di prodotto; il caso Durov è un procedimento penale francese per complicità in reati commessi da terzi. Sono strumenti giuridici diversi, con standard di prova e conseguenze diverse per definizione. Detto ciò, resta legittimo chiedersi perché, di fronte a danni comparabili ai minori, un dirigente affronti manette e reclusione mentre l’altro affronta solo il bilancio della sua azienda — ed è precisamente il tipo di domanda che meriterebbe una risposta pubblica da parte delle autorità coinvolte, e che finora non ha ricevuto.
Considerazioni

A mio giudizio, la vicenda Durov è solo l’episodio più visibile di una dinamica molto più ampia: il Leviatano di Hobbes — lo Stato che nasce per proteggerci dalla guerra di tutti contro tutti, ma che finisce per accumulare un potere che nessuno controlla più — oggi si sta innestando nella tecnologia. Nel celebre frontespizio del 1651, il corpo del sovrano è letteralmente composto dai corpi dei sudditi: un’immagine che, sostituendo ai sudditi i nostri dati e le nostre identità digitali, sembra scritta apposta per l’epoca che stiamo vivendo. E il caso di oggi mostra qualcosa che il disegno di Hobbes non prevedeva: il Leviatano non tratta tutti i sudditi allo stesso modo. Chi si piega — Meta, che negozia, paga, si conforma alle richieste politiche di volta in volta — viene lasciato in pace nella sostanza. Chi resiste — Durov, che rivendica di aver rifiutato richieste di sorveglianza — viene colpito personalmente, con l’arresto e la minaccia del carcere.
Non è la prima volta che ne scrivo su questo blog. Nel thread “Orwell lo aveva previsto: il 1984” e nella sua continuazione “Il 1984 prossimo venturo” avevo già seguito lo stesso Durov quando, all’Oslo Freedom Forum, aveva detto che “la nostra nave ha già colpito l’iceberg” a proposito di Chat Control e sorveglianza di massa. Un anno fa, nell’intervista a Le Point che avevo ripreso su queste pagine, Durov si diceva pronto a morire piuttosto che tradire i suoi valori: parole forti, che oggi vanno lette insieme al mandato di cattura russo che pende su di lui, a riprova di quanto la sua posizione sia più scomoda che eroica. E nell’articolo sul denaro programmabile ed EUDI Wallet avevo scritto che Orwell aveva immaginato il controllo attraverso lo schermo che guarda, ma non la variante più efficiente: il controllo attraverso il portafoglio, o la app di messaggistica, che chiede il permesso.
Non prendo per buona la narrazione di Durov, che ha tutto l’interesse a presentarsi come martire della libertà d’espressione. Ma il confronto con Meta, chiuso lo stesso giorno del suo post con un assegno miliardario e nessuna manetta, dà involontariamente ragione a una parte della sua tesi: non è la gravità del danno ai minori a determinare chi viene incriminato, ma la disponibilità di ciascuna piattaforma a piegarsi, negoziare, pagare. Il Leviatano di sempre non ha più bisogno di eserciti per farsi obbedire: gli basta un’API, un accordo di compliance firmato in tempo, e la libertà di applicare la legge con pesi diversi a chi si mostra flessibile e a chi no.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu