
Fonte: Barron’s, intervista di Paul R. La Monica a Michael O’Rourke, 27 agosto 2026 — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (CNBC, Reuters, Semafor, Wall Street Journal, Kiplinger, Fortune, PBS, Federal Reserve, Research Affiliates).
Michael O’Rourke ha visto il boom di internet dal posto più scomodo possibile: il floor del New York Stock Exchange, come trader istituzionale per Spear, Leeds & Kellogg. Ha visto anche cosa è successo dopo. Oggi è chief market strategist di JonesTrading e scrive ogni giorno una newsletter, The Closing Print, in cui da mesi ripete la stessa tesi impopolare: la corsa all’intelligenza artificiale ha le stesse impronte digitali della mania dot-com, e finirà nello stesso modo.
L’intervista esce su Barron’s la mattina del 27 agosto, poche ore dopo la trimestrale di Nvidia: 96,2 miliardi di dollari di ricavi nel secondo trimestre fiscale 2027, più 106% su base annua, utile per azione a 2,22 dollari, e una previsione di crescita del 70% per l’esercizio 2028. Il tempismo rende la tesi di O’Rourke più interessante, non meno: il suo argomento non è che i numeri siano falsi, ma che siano già pagati — e pagati troppo.
Il punto di partenza è un articolo che O’Rourke cita di continuo: il pezzo che Warren Buffett scrisse su Fortune nel 1999, in cui spiegava che una tecnologia può cambiare la società e migliorare la vita delle persone senza per questo arricchire chi ne compra le azioni. Ogni bolla, sostiene O’Rourke, nasce da qualcosa in cui crediamo tutti. È proprio l’unanimità del consenso che porta gli investitori a strapagare gli asset. E quando si strapaga, la discesa raramente si ferma al prezzo giusto: tende a sfondarlo.
Il suo esempio preferito è Amazon, una delle grandi storie di successo americane, le cui azioni persero comunque tra l’85% e il 90% tra il 2000 e il 2002. Microsoft e Cisco Systems seguirono traiettorie analoghe. Avere ragione sull’azienda non protegge dall’aver sbagliato il prezzo d’ingresso: recuperare può richiedere anni.
Ma la parte dell’intervista che ci interessa di più su questo blog è un’altra, ed è quella che arriva alla fine: l’attacco frontale all’indicizzazione passiva. Quando un terzo del flottante di un titolo finisce in mano a compratori che non guardano il prezzo — perché un comitato ha deciso che quella società entra nell’indice — il meccanismo di formazione dei prezzi si rompe. È un tema che seguiamo da mesi, e O’Rourke lo dice con la brutalità di chi ha visto il mercato dall’interno.
Nella sezione riservata: il ragionamento completo di O’Rourke sul vendor financing e il precedente Lucent, sull’operazione Nvidia-OpenAI da 105 miliardi in Ohio, sulla trasformazione degli hyperscaler da asset-light ad asset-heavy e su cosa significa per i multipli; i cinque titoli ex-growth che tiene d’occhio; la sua lettura — controcorrente — della Fed di Kevin Warsh; e la requisitoria contro indicizzazione passiva, quant, 0DTE ed ETF a leva. Più le Note dell’A.I. con i numeri di Arnott e Wu sulla quota di mercato in mani price-insensitive, e le Considerazioni con i collegamenti a tutto il filone già pubblicato sul blog.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu