05/09/26 Barron’s: Le obbligazioni non sono più un rifugio — come rivedere la strategia mentre i rendimenti salgono

La morte del porto sicuro: obbligazioni e rendimenti in salita

Fonte: Barron’s, “The Death of the Safe Haven: How to Fix Your Bond Strategy as Yields Rise” di Alex Rosenberg, Karishma Vanjani e Martin Baccardax (3 settembre 2026) — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (ANSA, Il Sole 24 Ore, FocusRisparmio, Reuters, Morningstar, Sifma Research, Bank of America).

La parte “semplice” del portafoglio è diventata la più complicata. Il rendimento del Treasury decennale americano ha aperto il 2026 al 4,16% e il 1° settembre ha toccato il 4,8%, massimo da diciannove mesi. Il trentennale è arrivato al 5,32% a metà agosto per poi assestarsi poco sotto, al 5,27%. Prezzi e rendimenti si muovono in direzioni opposte: chi teneva obbligazioni lunghe “per stare tranquillo” ha visto il porto sicuro trasformarsi in zavorra. L’ETF iShares Core U.S. Aggregate Bond (AGG) quest’anno ha reso quasi nulla; l’iShares 20+ Year Treasury Bond (TLT) segna un rendimento totale del -2,36%.

Le cause non sono passeggere e non si risolvono con un singolo taglio dei tassi. L’inflazione americana viaggia intorno al 3,4% su base annua, spinta anche dai prezzi energetici legati alla guerra con l’Iran. Il debito federale ha superato i 40.000 miliardi di dollari. E soprattutto è esplosa l’offerta di carta: le imprese statunitensi hanno collocato 1.680 miliardi di dollari di obbligazioni nei primi otto mesi del 2026, il 27% in più dello stesso periodo 2025 secondo Sifma Research, di cui 219 miliardi soltanto dai cinque grandi dell’intelligenza artificiale, quasi tutti destinati ai data center. A fine agosto il Tesoro americano, guidato da Scott Bessent, ha annunciato il riacquisto di almeno 4 miliardi di dollari di titoli con scadenza fra dieci e trent’anni: una mossa insolita, pensata per mettere un coperchio sui rendimenti lunghi.

Nel frattempo in Europa il quadro è speculare ma meno drammatico: il BTP decennale rendeva il 4,14% il 4 settembre, con lo spread sul Bund a 81 punti base, mentre la BCE arriva alla riunione del 10 settembre con il tasso sui depositi al 2,25% e un’inflazione dell’area euro al 2,9%. Per il risparmiatore italiano la domanda non è accademica: conviene ancora la parte obbligazionaria “classica”, e in quale valuta?

Nella sezione riservata: la traduzione integrale dell’inchiesta di Barron’s — i numeri della curva americana, il peso delle emissioni degli hyperscaler (Oracle, il cui costo di assicurazione sul debito è passato dallo 0,4% a oltre il 2%), le posizioni contrapposte di Apollo, Dodge & Cox, Bridgeway e Gavekal, la correlazione azioni-obbligazioni ai massimi da trent’anni e la spinta verso private credit e liquid alternatives. Poi le Note dell’A.I. e le Considerazioni: fiscalità italiana dei Treasury (12,5% contro 26%), costo reale della copertura valutaria, differenza fra bloccare il 5% con un titolo singolo e comprarlo con un ETF che non scade mai, e perché la raccomandazione sul private credit contenuta nell’articolo va letta con parecchia prudenza.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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