08/09/26 Barron’s: lo yen corre, e Wall Street farebbe bene a guardarlo

Yen giapponese e mercati americani: il rischio carry trade

Fonte: Barron’s, “The Yen Is on a Tear. U.S. Investors Need to Keep It in Focus.” di Martin Baccardax (8 settembre 2026) — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (Reuters, Nikkei Asia, TradingEconomics, archivio Filosofare sui Mercati).

Lo yen giapponese ha guadagnato quasi il 5% sul dollaro nell’ultimo mese, riportandosi sui livelli più alti da inizio febbraio: quando Barron’s ha scritto, l’8 settembre, il cambio trattava intorno a 154,16. È un rovesciamento notevole per una valuta che negli ultimi cinque anni aveva perso quasi metà del proprio valore contro il biglietto verde e che a fine luglio era scivolata a 163,35, minimo da quarant’anni.

Il punto è che questo movimento non riguarda soltanto Tokyo. Trent’anni di tassi giapponesi a zero hanno reso lo yen la valuta di finanziamento preferita del mondo: si prende a prestito a costo quasi nullo in Giappone, si converte in dollari e si investe sui mercati americani. La Banca dei Regolamenti Internazionali stima che attraverso questo meccanismo — lo yen carry trade — siano stati mobilitati tra 1.300 e 1.700 miliardi di dollari. Quando lo yen si rafforza in fretta, quel debito diventa più caro da rimborsare e chi è a leva può essere costretto a vendere asset, tipicamente azioni americane, per chiudere le posizioni.

Il precedente è recentissimo e non rassicura: nell’estate 2024, dopo un intervento pubblico da 36 miliardi di dollari a sostegno della valuta, il Nikkei mise a segno la peggiore seduta dal 1987 e l’S&P 500 perse il 6,1% in tre giorni.

Dietro l’accelerazione di settembre c’è anche Washington. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha venduto euro per comprare yen, in coordinamento con un nuovo intervento del Ministero delle Finanze giapponese, e ha fatto capire pubblicamente che si aspetta un rialzo dei tassi dalla Banca del Giappone alla riunione del 17-18 settembre. La preoccupazione americana è concreta: il Giappone è il primo detentore estero di Treasury e, per finanziare gli acquisti di yen, potrebbe vendere titoli di Stato USA proprio mentre i rendimenti sono già sotto pressione.

Nella sezione riservata: perché uno yen forte non fa piacere né a Tokyo né a Washington, la fine dichiarata dell’Abenomics e cosa c’entra la “Sanaenomics” di Takaichi, il jolly da 2.100 miliardi di dollari del fondo pensione GPIF e cosa stima Deutsche Bank su un possibile rimpatrio di capitali, il meccanismo del forced deleveraging spiegato passo per passo, le note tecniche dell’A.I. sui limiti dei dati BRI e sulla scelta tra ETF giapponesi coperti e scoperti, e le nostre considerazioni con i collegamenti a tutto il thread Giappone.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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