14/09/26 Bloomberg: la Svizzera vota sulla neutralità, e in ballo c’è l’identità nazionale

Il voto svizzero del 27 settembre 2026 sulla neutralità

Fonte: Bloomberg, “Swiss Vote on Neutrality Revives Debate Over National Identity” di Bastian Benrath-Wright, 14 settembre 2026 — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (Cancelleria federale svizzera, ETH Zurich Center for Security Studies, FMI, Bloomberg Economics).

Il 27 settembre gli svizzeri votano su una modifica costituzionale che eliminerebbe ogni margine di flessibilità nell’applicazione della neutralità. L’iniziativa popolare, promossa dall’UDC e sostenuta in prima persona da Christoph Blocher, nasce da un fatto preciso: la decisione del 2022 di adottare le sanzioni europee contro la Russia, che per i promotori ha rotto una tradizione lunga due secoli.

Blocher ha 85 anni, ha costruito la sua reputazione industriale alla EMS-Chemie e ha poi trasformato il suo partito nel primo del Paese con una linea nazionalista e contraria all’immigrazione. Per questa campagna ha messo due milioni di franchi di tasca propria, circa 2,5 milioni di dollari, quasi tutti in pubblicità. Lo slogan affisso in tutto il Paese è essenziale: nessuna guerra, sì alla neutralità svizzera.

Christoph Blocher, promotore dell'iniziativa sulla neutralità svizzera

Christoph Blocher, principale sostenitore dell’iniziativa.

Il governo è contrario. Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis sostiene che la neutralità funziona così com’è e non ha bisogno di essere reinventata: meglio restare pragmatici che diventare dogmatici. I sondaggi danno l’iniziativa intorno al 40%, quindi probabilmente non passerà. Ma il numero che conta di più è un altro: secondo un’indagine dell’ETH di Zurigo, l’85% della popolazione resta favorevole alla neutralità in quanto tale. Non si vota sul principio, si vota su quanto debba essere rigido.

Due visioni del Paese

Bloomberg legge la consultazione come uno scontro fra due idee di Svizzera. La prima considera sovranità, neutralità e distanza dalle grandi potenze — l’Unione Europea in testa — come i pilastri del successo elvetico. La seconda ritiene che per un’economia piccola la cooperazione internazionale non sia una scelta ideologica ma una necessità, perché il margine di manovra autonomo è limitato.

Sul fronte conservatore la sensazione diffusa è quella di una lunga erosione. Il segreto bancario smantellato sotto pressione americana, l’immigrazione, e da ultimo il pacchetto di trattati con Bruxelles che gli oppositori descrivono come una sottomissione al blocco. Annacquare la neutralità viene percepito come l’ennesima resa. Rene Roca, insegnante e storico del canton Argovia citato da Bloomberg, riassume la tesi: dalla fine della Guerra Fredda la Svizzera avrebbe ceduto un pezzo alla volta ciò che la rendeva unica, e con quello la propria identità.

Perché in Svizzera la neutralità pesa più che altrove

C’è una ragione strutturale, ed è forse il passaggio più interessante dell’articolo. Finlandia e Svezia hanno abbandonato decenni di non allineamento e sono entrate nella NATO dopo l’aggressione russa all’Ucraina. In Svizzera un movimento simile è molto più difficile, perché mancano gli elementi che tengono insieme gli altri Stati: quattro lingue nazionali, identità regionali forti, potere politico distribuito fra ventisei cantoni. Lucas Renaud, ricercatore del Center for Security Studies dell’ETH, lo spiega dicendo che la Svizzera non è uno Stato-nazione come Germania, Francia o Italia, ma una nazione per volontà. La neutralità, in questa lettura, non è stata solo una difesa verso l’esterno: è stata un collante interno.

Il riferimento storico dei promotori sono le due guerre mondiali, attraversate senza entrare in conflitto. È un argomento che ha un lato scomodo, e Bloomberg lo riporta: il comportamento svizzero durante il secondo conflitto resta controverso, fra il finanziamento agli armamenti tedeschi e le migliaia di rifugiati ebrei respinti alla frontiera.

Il fattore Cremlino

Nelle ultime settimane la campagna ha ricevuto un aiuto che i promotori non avevano chiesto. Mosca è intervenuta pubblicamente sostenendo che la Svizzera non è più neutrale. Gli oppositori dell’iniziativa hanno immediatamente ribattezzato il testo “iniziativa pro-Putin”, perché la sua approvazione costringerebbe Berna a smantellare le sanzioni contro la Russia. Blocher dal canto suo sostiene che, avendo rotto la neutralità, la Svizzera si sia di fatto messa nella posizione di parte belligerante nei confronti di una potenza nucleare.

L’argomento economico del governo

Il governo porta a sostegno della linea pragmatica i risultati. Il Fondo Monetario stima per quest’anno una crescita dell’1,3%, molto sopra la Germania. La Svizzera beneficia di rapporti stretti con l’Unione mantenendo l’indipendenza commerciale, e questo le ha permesso il mese scorso di chiudere un accordo con la Cina che garantisce ai suoi esportatori un accesso quasi interamente esente da dazi — un risultato che l’Unione Europea non ha ottenuto.

La crescita dell'economia svizzera a confronto con i Paesi vicini, dati FMI

La crescita svizzera a confronto con quella dei Paesi vicini. Dati e stime del Fondo Monetario Internazionale.

Bloomberg Economics aggiunge l’osservazione che coglie il nodo pratico: il vantaggio dell’attuale dottrina è proprio la flessibilità, che ha consentito ai governi successivi di adattarsi ai cambiamenti dello scenario internazionale. L’iniziativa ridurrebbe quel margine esattamente nel momento in cui la rapidità dei mutamenti geopolitici richiederebbe più agilità, non meno.

Note dell’A.I. (Claude)

Sul meccanismo istituzionale. Vale la pena ricordare come funziona, perché in Italia non abbiamo nulla di simile. Un’iniziativa popolare che raccoglie 100.000 firme in diciotto mesi va obbligatoriamente al voto e, se approvata, modifica direttamente la Costituzione federale. Per passare serve la doppia maggioranza: quella dei votanti e quella dei cantoni. Il secondo requisito è spesso il più difficile e rende il 40% dei sondaggi ancora meno sufficiente di quanto sembri.

Sul precedente da tenere a mente. Il 40% non è un fallimento nel sistema svizzero, è una misura di pressione. L’iniziativa sul tetto alla popolazione votata quest’anno si è fermata al 45% e non è passata, ma il tema non è uscito dall’agenda. Le iniziative respinte in Svizzera hanno storicamente la funzione di spostare il baricentro delle politiche successive, e chi le promuove lo sa benissimo.

Sull’appuntamento che conta davvero per i mercati. Non è questo. È il voto atteso già dal prossimo anno sul pacchetto di trattati con l’Unione Europea, che tocca accesso al mercato unico, libera circolazione ed equivalenza normativa. Quello sì avrebbe conseguenze misurabili su export, servizi finanziari e piazza di Zurigo. Il referendum del 27 settembre va guardato soprattutto come termometro: se il fronte sovranista arriva vicino al 45-50%, il negoziato con Bruxelles nei mesi successivi si svolge in un clima diverso.

Sul franco, dove il nesso è più debole di quanto si dica. Si legge spesso che lo status di bene rifugio del franco poggia sulla neutralità. Poggia in realtà su tutt’altro: surplus delle partite correnti, inflazione bassa, credibilità della Banca nazionale, stato di diritto. Nel 2022 l’adesione alle sanzioni non ha indebolito il franco. Un eventuale sì il 27 settembre non lo rafforzerebbe per il canale simbolico; semmai conterebbe l’effetto opposto, cioè l’attrito che si creerebbe con l’Unione Europea e gli Stati Uniti nel momento in cui Berna dovesse smantellare un regime sanzionatorio allineato al loro.

Sul punto che l’articolo sfiora e non sviluppa. Abrogare le sanzioni non è un gesto neutro nei confronti del sistema bancario svizzero. Gli istituti elvetici operano in dollari ed euro e sono esposti alle sanzioni secondarie di Washington e Bruxelles. Se l’obbligo costituzionale imponesse allo Stato di rimuovere le misure ma le banche continuassero ad applicarle per non perdere l’accesso alla compensazione in dollari, il risultato sarebbe una neutralità formale accompagnata da un allineamento di fatto. È il rischio pratico che i promotori non affrontano.

Considerazioni

La domanda che l’articolo pone senza porla esplicitamente è se la neutralità sia una regola giuridica o un’abitudine gestita caso per caso. I promotori vogliono la prima, il governo difende la seconda, e ciascuno ha un argomento serio: scrivere la regola nella Costituzione la sottrae alla discrezionalità del momento, ma la rende anche inutilizzabile quando lo scenario cambia. È il classico dilemma fra regola e discrezionalità, quello che in politica monetaria si discute da cinquant’anni senza risolverlo.

Per chi guarda ai mercati, il punto pratico è che la Svizzera è oggi un caso raro: un’economia piccola che è riuscita a stare dentro il commercio globale senza starci dentro istituzionalmente, e che dall’esenzione dai dazi verso la Cina ha appena ricavato un vantaggio che i suoi vicini non hanno. Quel modello dipende da un equilibrio che si tiene finché nessuno lo costringe a scegliere. Il 27 settembre non lo costringerà. Il voto dell’anno prossimo sui trattati europei, quello sì.

Conflitto di interesse. L’autore non detiene azioni né obbligazioni svizzere. Detiene un ETP a domicilio svizzero emesso da 21Shares, la cui esposizione è a cripto-attività e non all’economia elvetica.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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