31/10/26 MF Milano Finanza: Conti Sia, arriva il nuovo Pir fai da te ma sul tavolo ci sono tre modelli diversi

Conti Sia Savings and Investment Accounts

Fonte: MF Milano Finanza (Paola Valentini, 30/10/26) — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (Teleborsa, Nordea, The Local, Crowe Ireland, Arthur Cox, Irish Tax Hub)

Gli italiani hanno circa 6.000 miliardi di ricchezza finanziaria netta, e di questi 1.600 miliardi sono liquidità ferma su conti e depositi a rendimento prossimo allo zero. In Europa il quadro è simile: su 29.000 miliardi di ricchezza investibile, 12.000 sono in contanti o strumenti a basso rendimento. Per smuovere questa massa la Commissione Ue, con la raccomandazione del 30 settembre 2025, ha invitato gli Stati membri a introdurre i Savings and Investment Accounts (Sia): contenitori semplici, apribili anche online, con fiscalità agevolata, da riempire con azioni, ETF, fondi e obbligazioni.

Il governo italiano punta a lanciarli nel 2027, tramite un emendamento alla legge di bilancio. Sul tavolo del MEF sono arrivate tre proposte: quella di AMF Italia con il Centro Baffi della Bocconi ed Equita, quella di Assonime e Borsa Italiana, e quella presentata il 26 ottobre dal fronte dell’industria del risparmio — ABI, ANIA, Assogestioni, Assoreti e AIPB. Le prime due guardano al modello svedese Isk, in vigore dal 2012 e usato da oltre metà degli adulti svedesi, con un’imposta forfettaria sul valore del conto al posto della tassazione sulle plusvalenze. La terza è invece un’evoluzione dei Pir nati nel 2017: esenzione totale, ma con vincolo di detenzione di cinque anni.

Non è una differenza tecnica da poco. Da un lato c’è un conto titoli “fai da te”, flessibile e senza vincoli di durata; dall’altro un contenitore che può assumere la forma di fondi, gestioni patrimoniali e polizze, cioè i prodotti venduti dalle reti. Intanto il MEF ha posto una condizione precisa — i Sia devono attirare liquidità nuova, non ospitare patrimoni già investiti — e sullo sfondo pesa l’ipotesi di un nuovo aumento della Tobin tax, che gli operatori giudicano in contraddizione con gli incentivi. Anche Irlanda e Spagna hanno già definito i loro modelli, molto diversi tra loro: l’Europa procede in ordine sparso.

Tre proposte, due filosofie

Tutte e tre le proposte si richiamano alla raccomandazione europea, ma la divergenza è netta: le prime due ricalcano l’Isk svedese, la terza i Pir.

AMF / Bocconi / Equita Assonime / Borsa Italiana ABI / ANIA / Assogestioni / Assoreti / AIPB
Modello Isk svedese Isk svedese Pir “europeo”
Versamenti Fino a 50.000 € l’anno 50.000 € il 1° anno, 20.000 € i successivi, tetto 200.000 € Base: 40.000 €/anno, 200.000 € totali. Alternativo: 300.000 €/anno, 1,5 mln totali
Investimenti Azioni Ue quotate, diretti o via fondi/ETF con almeno il 70% in tali azioni Almeno 70% in azioni italiane ed europee (anche fondi/ETF) Almeno 70% emittenti Ue/See, 50% in azioni, max 10% per emittente; l’alternativo apre alle non quotate
Fisco 26% su un rendimento figurativo legato ai BTP (12,5% under 35); primi 10.000 € esenti 0,7% annuo sul valore medio, oppure 26% su rendimento presunto; franchigia 10.000 € (20.000 € under 35 allo studio) Esenzione totale sui redditi finanziari
Bollo e successione Esenti Esenti Esente la successione
Vincolo di durata Nessuno Nessuno indicato 5 anni, come i Pir
Forma Conto titoli Conto titoli Conto titoli, fondi, gestioni o polizze

Va notato che il “Sia base” dell’industria ha gli stessi limiti di versamento dei Pir ordinari (40.000 € annui, 200.000 € complessivi, in vigore dal 2022): più che uno strumento nuovo, è un Pir allargato all’Europa.

L’Europa in ordine sparso

La raccomandazione Ue non impone un modello unico, e i Paesi che si sono già mossi lo dimostrano:

  • Svezia (Isk, dal 2012): niente imposta su plusvalenze e dividendi; si paga ogni anno il 30% su un rendimento figurativo pari al tasso dei titoli di Stato più un punto. Per il 2026 l’imposta effettiva è circa l’1,065% del valore medio del conto, ma i primi 300.000 corone sono esenti (la soglia è raddoppiata quest’anno).
  • Irlanda (Investment Account, dal 1° luglio 2027): franchigia di 50.000 €, imposta annua dell’1% sul valore medio eccedente, versamenti massimi 12.000 € l’anno. Fuori dal conto restano exit tax e “deemed disposal” sugli ETF.
  • Spagna (Cuenta de Ahorro e Inversión Financia Europa, decreto del 29/09/26): versamenti fino a 150.000 €; dopo cinque anni esenzione delle plusvalenze fino a 10.000 € e del 20% della parte eccedente. I dividendi restano tassati in via ordinaria.

I due nodi: la condizione del MEF e la Tobin tax

Il ministero dell’Economia vuole che i Sia mobilitino la liquidità dei conti correnti, non che diventino un rifugio fiscale per patrimoni già investiti spostati da un dossier all’altro. Come tradurre questa condizione in norma resta da vedere.

Il secondo nodo è la Tobin tax, già raddoppiata con la manovra per il 2026. Le nuove ipotesi di aumento in vista della legge di bilancio 2027 preoccupano gli operatori, che le giudicano in contraddizione con gli incentivi; AMF Italia, tra le sue proposte, chiede di portare a 1 miliardo la soglia di capitalizzazione legata all’imposta. Dare con una mano e togliere con l’altra non è il modo migliore per convincere il risparmiatore a uscire dal conto corrente.

Il punto di vista del risparmiatore italiano

  • Rispetto a oggi: il regime ordinario prevede il 26% sui redditi realizzati (12,5% sui titoli di Stato) più lo 0,20% di bollo annuo. Un’imposta forfettaria tipo Isk conviene a chi ottiene rendimenti superiori al rendimento figurativo; penalizza chi ha un anno negativo, perché l’imposta si paga comunque.
  • Quanto costerebbe: a titolo di esempio, se il rendimento figurativo del modello AMF fosse pari al 3,5%, il 26% equivarrebbe a circa lo 0,9% annuo del valore del conto, al netto della franchigia. Il modello Assonime allo 0,7% è più leggero, ma senza il bollo da pagare in più il confronto con il regime attuale va fatto caso per caso.
  • Minusvalenze: nei modelli forfettari le perdite dentro il conto non si compensano con le plusvalenze fuori. Chi oggi ha minusvalenze pregresse da recuperare deve tenerne conto.
  • Chi ha già investito: se passerà la linea del MEF, chi ha già un portafoglio rischia di essere escluso dal beneficio sui capitali esistenti. L’agevolazione è pensata per chi tiene i soldi sul conto corrente, non per chi ha già fatto la scelta di investire.
  • Costi: come sottolinea anche MF, la fiscalità leggera non deve essere assorbita dalle commissioni degli intermediari. Un Sia in forma di polizza o gestione con costi annui del 2% brucerebbe il vantaggio fiscale in pochi anni.

Note dell’A.I. (Claude)

Alcune osservazioni sul dibattito, al di là delle tabelle:

1. I Pir sono un precedente da studiare con attenzione. Nel 2017 raccolsero circa 11 miliardi nel primo anno, venduti soprattutto dalle reti in forma di fondi con commissioni elevate e un forte vincolo sulle piccole e medie imprese italiane, un mercato poco liquido. Dopo il boom arrivarono le correzioni delle small cap e i deflussi. Un Sia “modello Pir” nasce con un’esperienza alle spalle che non è stata un successo per tutti i sottoscrittori.

2. La condizione del MEF è difficile da applicare. Il denaro è fungibile: chi vende titoli fuori dal Sia, lascia la liquidità sul conto e la riversa nel Sia trasforma un patrimonio “già investito” in “nuova liquidità”. Distinguere davvero i due casi richiederebbe regole anti-elusione che rischiano di complicare lo strumento, contraddicendo l’obiettivo di semplicità.

3. Il vincolo del 70% su emittenti europei è una scelta politica, non finanziaria. Serve a indirizzare il risparmio verso le imprese europee, ma riduce la diversificazione rispetto a un portafoglio globale. Il risparmiatore deve sapere che l’agevolazione fiscale ha un prezzo in termini di concentrazione geografica.

4. Stabilità fiscale. L’Isk svedese funziona anche perché le regole sono rimaste prevedibili per oltre un decennio. In Italia i Pir hanno cambiato regole più volte in pochi anni, e la Tobin tax è salita mentre si parla di incentivi. La credibilità nel tempo conta quanto l’aliquota.

Considerazioni

Sulla carta l’idea è giusta: 1.600 miliardi fermi sui conti sono un’anomalia. Ma il modello che uscirà dalla manovra dirà chi ha vinto la partita. Un conto titoli semplice, apribile online, con un’imposta forfettaria e senza vincoli — il modello svedese proposto da AMF e Assonime — mette il risparmiatore in condizione di scegliere da solo e a costi bassi. Un contenitore che può prendere la forma di polizze e gestioni patrimoniali, proposto da chi quei prodotti li distribuisce, rischia di diventare l’ennesimo veicolo per collocare risparmio gestito caro, come in parte è già successo con i Pir. Su questo blog la critica ai costi del risparmio gestito italiano è una costante, e non vediamo ragioni per cambiare idea.

C’è poi un secondo aspetto. Uno strumento pensato per il “fai da te” a basso costo finirà, nella pratica, per convogliare la gran parte dei flussi negli ETF. È un tema che seguiamo da tempo: la crescita del passivo sta snaturando il mercato, degradando la formazione dei prezzi e alimentando la concentrazione sui grandi nomi. Un incentivo fiscale di massa verso gli indici europei porterà più denaro dove ce n’è già molto, a prescindere dai fondamentali. Ne abbiamo scritto in “Il passivo non misura più il mercato — lo crea”, “Chi governa gli indici governa 20 trilioni” e “Indicizzato o gestito”.

Infine, l’ironia della Tobin tax: si incentiva l’investimento in Borsa e nello stesso tempo si discute di rincarare la tassa su ogni compravendita. Vedremo quale delle due mani prevarrà nel testo finale.

L’autore non detiene posizioni sui titoli citati in questo articolo. Detiene personalmente un Pir aperto con Directa, che propone un Pir costruito con ETF e quindi a costi molto contenuti.

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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