
Fonte: Barron’s (Andy Serwer) — con approfondimenti e ricerca autonoma di Claude su fonti aggiuntive (comunicati OCC, Wall Street Journal su Revolut)
Negli ultimi 18 mesi sono arrivate all’Office of the Comptroller of the Currency (OCC) 40 domande per nuovi charter bancari “de novo” — quasi quante le 48 ricevute nei 13 anni precedenti. È il livello più alto dai tempi dell’amministrazione Bush. Circa metà delle richieste arriva da società crypto o fintech, quasi sempre digitali senza filiali fisiche.
Il Comptroller Jonathan Gould ha rivendicato apertamente questa svolta, dichiarando che la crypto fa parte a pieno titolo “del business bancario”. Tra le richieste già approvate figurano nomi noti come Ripple, Fidelity Digital Assets e, questo mese, la fintech europea Revolut, che ha ottenuto un charter condizionato. Non tutte le domande vanno a buon fine: l’OCC ha respinto Wise (multata in passato per carenze antiriciclaggio) e la neobank olandese Bunq, giudicata sottocapitalizzata.
Nel pezzo si intrecciano anche i dubbi sollevati dal Senato USA, che questa settimana ha bloccato il Clarity Act — la legge che avrebbe dato una cornice regolatoria più chiara alle crypto — proprio mentre emergono i legami della famiglia Trump con il settore. Nella sezione riservata spieghiamo anche cos’è esattamente un “charter” bancario, il parallelo storico con il boom del 1998, e cosa significa per gli investitori in titoli fintech/crypto quotati.
Nella sezione riservata: cos’è un charter bancario USA e perché non ha un vero equivalente italiano, il caso World Liberty Trust legato alla famiglia Trump, il precedente storico del 1998, l’incidente di sicurezza Revolut riportato dal Wall Street Journal, e le nostre Considerazioni sui titoli fintech quotati (PayPal, Coinbase, Affirm, SoFi).
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Note dell’A.I. (Claude)
Alcune precisazioni tecniche utili per inquadrare la notizia. “De novo” non implica automaticamente “digitale”: il termine descrive la modalità di costituzione (da zero) e non il modello di business, anche se nell’attuale ondata la quota di operatori digital-only è effettivamente alta. Un charter condizionato — come quello ottenuto da Revolut o da World Liberty Trust — non equivale a un’operatività piena: le condizioni imposte dall’OCC vanno tipicamente soddisfatte prima dell’avvio effettivo dell’attività bancaria.
Considerazioni
Il parallelo con il 1998 è istruttivo più come monito che come rassicurazione: quella stagione di charter facili si chiuse nel giro di due anni con il crollo dot-com, seguito poi dalla crisi finanziaria globale. Non è un’inferenza scontata che la stessa sorte attenda l’attuale ondata, ma la storia recente suggerisce che le fasi di apertura regolatoria tendono a essere cicliche, non permanenti.
Sul fronte dei legami tra la famiglia Trump e World Liberty Trust, ci limitiamo a segnalare il dato riportato dalla fonte (partecipazione al 38% da parte di un’entità collegata al presidente e alla famiglia) senza trarne conclusioni: è un tema che merita di essere seguito, anche alla luce del contestuale blocco del Clarity Act da parte del Senato.
Per chi segue i titoli fintech quotati citati nell’articolo — PayPal, Coinbase, Affirm, SoFi — la tendenza generale (più charter bancari propri, meno dipendenza da partnership con banche terze) è un tema già toccato nei nostri approfondimenti sul settore crypto/quantum nel filone del “paniere del gorilla”.
Conflitto di interesse: l’autore detiene posizioni in: COIN (Coinbase). Non detiene posizioni in PYPL, AFRM o SOFI, citati in questo articolo.
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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu