22/10/26 Columbia Business School: Ron Baron, l’uomo che ha trasformato 400 milioni in Tesla in quasi 8 miliardi e non vende SpaceX

Fonte: intervista a Ron Baron alla Columbia Business School (video YouTube) — con elaborazione e commento di Claude

Ron Baron, 83 anni, fondatore di Baron Capital, è uno dei pochi gestori al mondo che può raccontare di aver comprato Tesla quando tutti la davano per spacciata e di aver accumulato SpaceX mentre Wall Street si aspettava che vendesse. In una lunga conversazione alla Columbia Business School ha ripercorso la sua vita: dai turni notturni in un pronto soccorso del New Jersey al licenziamento per un report “scomodo”, dal capitale affidatogli da George Soros nel 1977 fino a una società che oggi, secondo quanto dichiarato, gestisce oltre 69 miliardi di dollari. Una storia che è anche una lezione di metodo: comprare aziende straordinarie, fidarsi solo di persone di parola e tenerle per decenni. Di seguito il racconto completo dei passaggi chiave, con le mie considerazioni finali da azionista di entrambe le società di Musk.

1. Ritratto personale: da inserviente d’ospedale a Wall Street

L’assemblea di Baron Capital al Lincoln Center. L’intervista si apre con il ricordo della conduttrice della prima volta in cui partecipò all’assemblea annuale di Baron Capital a New York. Rimase sbalordita: piccoli investitori retail arrivati da tutti gli Stati Uniti, quasi in pellegrinaggio, un evento che mescola educazione finanziaria di alto livello e intrattenimento musicale di prima grandezza. Chi segue questo blog troverà un’analogia con l’assemblea di Berkshire Hathaway a Omaha.

I lavori peggiori della gioventù. Durante una cena privata organizzata da Alex Rodriguez, Baron raccontò di aver fatto da ragazzo mestieri durissimi: bagnino di giorno e, di notte, dalle 11 di sera alle 7 del mattino, inserviente e soccorritore nel pronto soccorso di un ospedale di Asbury Park. Doveva trattenere sui lettini i feriti da coltello o da arma da fuoco in attesa dei medici, pulire le padelle e, compito più doloroso, avvolgere e portare all’obitorio i corpi dei pazienti morti in terapia intensiva. Da lì nacque la determinazione a non fare una vita di stenti.

La formazione. Studiò alla Bucknell University, ammettendo di essersi dedicato più alle feste e alle confraternite che ai libri, tanto da mancare l’accesso a medicina. Insegnò per un anno biochimica a Georgetown con una borsa di dottorato, poi lavorò come esaminatore all’Ufficio Brevetti degli Stati Uniti, impiego che lo esentava dalla leva per via delle competenze considerate critiche. L’ironia della sorte: nel 1966 si occupava di brevetti sui rivestimenti chimici dei coni di rientro dei missili. Scherza sul fatto che già allora esaminava le tecnologie che oggi alimentano l’era spaziale.

Il salto a Wall Street. A 26 anni, finiti i vincoli della leva, si dimise con 15.000 dollari di debiti. Si trasferì nel New Jersey, dormendo su una brandina accanto allo scaldabagno di un amico in cambio di piccoli lavori domestici, e ogni giorno andava a Wall Street a cercare lavoro, in pieno mercato ribassista (1969). Quando pensava di mollare tutto per aprire un noleggio di biciclette a Central Park, fu il padre a spronarlo a non arrendersi.

2. Gli inizi da analista e la nascita di Baron Capital

Il licenziamento per un report controcorrente. Alla Janney Montgomery Scott era l’unico ricercatore a supporto di 250 broker. La svolta arrivò nel 1970, quando pubblicò un report che raccomandava di vendere General Development anziché comprarla: a suo giudizio gli obblighi di sviluppo immobiliare della società erano gravemente sottostimati a causa dell’inflazione. Il report scatenò l’ira dei vertici e fu licenziato in tronco, a mezzogiorno di quel lunedì. Il suo lavoro però fu notato da Alan Abelson, storico editorialista di Barron’s, che ne lodò il rigore e lo aiutò ad affermarsi come analista indipendente.

George Soros (1977). Dopo anni passati a vendere ricerca a fondi pensione e hedge fund, nel 1977 George Soros, reduce da un anno difficile, decise di affidare capitali a diversi gestori emergenti per il suo Quantum Fund. Baron ricevette 5 milioni di dollari, gestiti sotto uno pseudonimo ispirato a Mandrake, il mago dei fumetti che fa apparire e sparire le cose. Decenni dopo, un ex cliente incontrato a Red Bank gli confermò cosa lo distingueva dagli altri gestori di allora: comprava e teneva (buy and hold) invece di fare trading frenetico, con risultati nettamente superiori.

La fondazione di Baron Capital (1982). Partita con circa 10 milioni di dollari, cresciuti dai 5 iniziali di Soros, la società è arrivata a 100 milioni nel 1992 e oggi supera, secondo Baron, i 69 miliardi di dollari in gestione, avendo generato circa 71 miliardi di profitti complessivi per i clienti, con un tasso di crescita composto annuo dichiarato del 21-22%.

3. La filosofia: possedere aziende, non fare trading

La ricchezza viene dalla proprietà. Crescendo, Baron osservava il benessere dei vicini che possedevano beni reali: ristoranti, alberghi, studi legali, immobili. Da lì la convinzione che la vera ricchezza nasca dal possedere attività straordinarie e lasciarle crescere nel tempo. Cita un insegnamento di Soros: se trovi un’azienda spettacolare, non ne possiedi mai abbastanza.

Contro l’alta rotazione. Racconta di amici miliardari come Israel “Izzy” Englander, fondatore di Millennium, la cui società muove il portafoglio a ritmi elevatissimi e licenzia i gestori che si “innamorano” di un titolo. A questo modello contrappone il proprio: rotazione bassissima, spesso sotto il 10% annuo, e orizzonti di decenni.

La reputazione prima dei numeri. Richiamando l’etica di Robert Kraft, secondo cui l’unica vera eredità è un buon nome, Baron sostiene che la reputazione è un colloquio di lavoro che dura ogni giorno della vita. Con aneddoti personali legati a transazioni immobiliari negli Hamptons e ad accordi azionari con gruppi come Hyatt, spiega che se un amministratore delegato non è una persona di cui fidarsi, o viene meno alla parola data, lui non investe nella sua azienda, qualunque cosa dicano i numeri.

4. Elon Musk, Tesla e SpaceX

Tesla (2014-2016). Baron incontrò Musk nel 2010, all’epoca della quotazione: lo descrive come un personaggio eccentrico, con giacca spigata spaiata, pantaloni cargo e zoccoli. Nonostante quasi mezzo secolo di fallimenti di nuovi costruttori nell’auto e l’ostilità di sindacati, case tradizionali e petrolieri, studiò a fondo la visione di Musk e tra il 2014 e il 2016 investì 400 milioni di dollari, ricavandone oltre 7,7 miliardi. E si aspetta ulteriori moltiplicazioni nei prossimi anni.

SpaceX. Dal 2017 Baron ha partecipato regolarmente alle offerte secondarie (tender offer) con cui SpaceX dava liquidità ai dipendenti. I banchieri temevano che, già seduto su miliardi di plusvalenze, vendesse alla prima occasione. Ha fatto il contrario: ha continuato ad accumulare per non farsi diluire, arrivando a circa l’1,25% della società.

Le proiezioni. Baron ritiene che nei prossimi dieci anni SpaceX possa moltiplicare il proprio valore da dieci a venti volte, puntando a decine di trilioni di dollari. I motori: la crescita di Starlink e il futuro business dei data center nello spazio, perché a suo avviso i limiti energetici e fisici renderanno sempre più difficile costruirne sulla Terra.

La guida autonoma vissuta in prima persona. Racconta le sue domeniche negli Hamptons a bordo di Tesla con FSD: l’auto esce dal lunghissimo vialetto di casa, gestisce il cancello, rispetta le precedenze e si ferma persino in mezzo alla strada per lasciar passare una mamma anatra con sei anatroccoli, per poi ripartire da sola verso il locale dei pancake. Per Baron questa tecnologia è già molte volte più sicura della guida umana.

5. Inflazione e gestione del rischio

Guardando ai suoi 83 anni, Baron stima che l’inflazione si muova strutturalmente attorno al 4-5% annuo, citando l’aumento storico del prezzo della casa dei genitori e delle rette universitarie. L’unico modo per difendere i risparmi e far fronte alle spese future (università, matrimoni, pensione) è investire in aziende in forte crescita, evitando beni sterili come l’oro o strumenti speculativi come le criptovalute. Confessa però, con ironia, di aver comprato rotoli di monete d’oro dopo l’11 settembre per far contenta la moglie, che ancora si lamenta dello spazio occupato in cassaforte.

6. La cultura aziendale e le domande degli studenti

Un’azienda a misura d’uomo. Baron Capital conta circa 240 dipendenti, di cui 45 tra analisti e gestori. L’obiettivo non è spremere margini del 40-50%, ma una solidità finanziaria ferrea, con un patrimonio netto di diversi miliardi, zero debiti e nessun licenziamento in tutta la storia della società.

Dipendenti milionari grazie a SpaceX. Per i collaboratori con redditi inferiori a 600.000 dollari annui, Baron ha creato negli anni veicoli di co-investimento in SpaceX finanziati dalla società stessa, trasformando decine di dipendenti in milionari.

Le risposte agli studenti. Sulle qualità dei fondatori: cerca la coerenza assoluta tra parola data e fatti, l’integrità nel lungo periodo. Sulle crisi e i drawdown: pandemie, guerre e panico finanziario sono transitori, e il compito dell’investitore è mantenere i nervi saldi guardando alla crescita secolare dell’economia e delle grandi aziende innovative.

Note dell’A.I. (Claude)

La storia di Baron è straordinaria, ma va letta tenendo presente il bias del sopravvissuto: per un gestore che ha tenuto Tesla dal 2014, molti altri hanno tenuto con la stessa convinzione titoli finiti male. Il buy and hold concentrato funziona in modo spettacolare quando si azzecca la scommessa giusta, e Baron stesso ammette che una parte enorme dei profitti recenti viene da due sole società. Questo significa anche un rischio di concentrazione elevato per i suoi fondi.

Le proiezioni su SpaceX (valore moltiplicato per dieci o venti in un decennio, data center orbitali) sono una tesi, non un dato: i data center nello spazio sono ancora a uno stadio iniziale e pongono problemi tecnici concreti (dissipazione del calore, manutenzione, costi di lancio, latenza). Quanto all’inflazione strutturale al 4-5%, è un’osservazione legata all’esperienza americana del dopoguerra, con fasi molto diverse tra loro. Infine i rendimenti composti del 21-22% sono quelli dichiarati dall’intervistato: il dato andrebbe confrontato fondo per fondo con i benchmark e al netto delle commissioni.

Il punto di vista del risparmiatore italiano

Per un investitore italiano replicare l’approccio di Baron passa da tre strade. La prima sono i titoli diretti: Tesla e SpaceX si comprano sul Nasdaq con qualunque broker che dia accesso ai mercati USA, con esposizione al cambio euro/dollaro e tassazione al 26% sulle plusvalenze. La seconda sono i fondi Baron: i fondi comuni americani della casa non sono generalmente accessibili al retail europeo per via della normativa PRIIPs/KID, ed esistono comparti UCITS di Baron collocati in Europa, ma la disponibilità va verificata presso il proprio intermediario. La terza strada riguarda gli eventuali ETF USA concentrati sul tema: vale la pena ricordare che, essendo fondi non armonizzati, per il residente italiano sono tassati all’aliquota marginale IRPEF e non al 26%. In ogni caso, chi compra due soli titoli si espone a una volatilità che pochi reggono psicologicamente: la vera dote di Baron è stata sopportare per anni cali del 50% e oltre senza vendere.

Considerazioni

Lo dico subito: io ho sia Tesla sia SpaceX, quindi in un certo senso condivido quello che dice Ron Baron. Su Musk la penso come lui, e la mia riprova sono i soldi che ci ho messo. E lo ripeto: chi in questi anni è andato corto contro Musk si è bruciato anche le mutande.

Detto questo, la mia filosofia d’investimento è molto diversa dalla sua. Baron concentra: poche aziende, convinzione assoluta, decenni di pazienza. Io invece tengo in portafoglio più di 100 titoli e cerco sempre di pescare il prossimo Tesla o la prossima Microsoft con la strategia del gorilla: piccole posizioni su tanti concorrenti di un mercato nascente, sapendo che quasi tutti spariranno ma che il gorilla che sopravvive ripagherà ampiamente tutti gli altri. Baron sceglie il gorilla in anticipo e lo cavalca; io non presumo di saperlo riconoscere subito e preferisco comprare tutta la gabbia, per poi lasciar correre chi vince.

Di questa strategia ho parlato anche in un video, “I mercati nascenti e il Gorilla”, che sul mio canale langue con poche visualizzazioni. Racconto il caso di Microsoft nel 1986, quando era impossibile sapere se avrebbe vinto lei o Lotus, Ashton-Tate, Borland e WordStar, e perché conveniva comprarle tutte. Poi il rovescio della medaglia: la bolla delle dot-com, dove accanto ad Amazon sono sparite decine di meteore, e le stampanti 3D che dovevano entrare in ogni casa e sono rimaste una nicchia industriale. Infine proprio Tesla, il gorilla delle auto elettriche, i cui inseguitori occidentali hanno arrancato lasciando campo libero soprattutto ai cinesi. E spiego come gestisco il rischio: piccole somme sui titoli speculativi e il “cimitero” dei perdenti, le cui minusvalenze servono a compensare le plusvalenze dei vincenti. Se Ron Baron vi ha incuriosito, dategli un’occhiata: un clic e un commento aiutano più di quanto pensiate.

Sono due strade diverse per arrivare allo stesso punto: possedere le aziende che cambieranno il mondo. Su una cosa però io e Baron siamo d’accordo senza riserve: si guadagna possedendo aziende, non facendo trading.

L’autore detiene posizioni in: TSLA, SPCX

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Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu

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