📌 Venezuela: tornerà agli antichi fasti?
Con questo thread intendo tenere sotto osservazione le opportunità che il Venezuela potrebbe offrire nei prossimi mesi e anni. Dopo la caduta di Nicolás Maduro e l’apertura pragmatica del governo Rodríguez ai mercati internazionali, il paese si trova in una fase di transizione che — pur carica di incognite — potrebbe generare occasioni di investimento significative, tanto sul mercato azionario locale quanto sul fronte obbligazionario. Aggiornerò questo thread ogni volta che emergeranno sviluppi rilevanti.
Elenco degli articoli di questo thread
• 20/05/26 – Venezuela: il rally del 220% si ferma. L’euforia cede alla realtà
• 18/05/26 – La Borsa di Caracas risorge: dopo Maduro, il Venezuela torna sui mercati
22/06/26 – I bond venezuelani scendono ai minimi di due mesi: il mercato attende il DSA con crescente nervosismo

Il 22 giugno 2026 Bloomberg riporta che i bond sovrani venezuelani sono scivolati ai minimi degli ultimi due mesi. I titoli con scadenza 2027 sono scesi sotto i 50 centesimi sul dollaro per la prima volta dal 10 aprile. Anche le obbligazioni di PDVSA, la compagnia petrolifera di stato, hanno registrato cali su tutte le scadenze.
Il trigger non è una cattiva notizia concreta: è l’assenza di notizie. Il mercato aspettava per questo mese il DSA — Debt Sustainability Analysis, l’analisi di sostenibilità del debito commissionata a Centerview Partners — e il silenzio sta generando ansia.
Cos’è il DSA e perché conta
Il Venezuela è in default dal 2017 su un debito complessivo stimato tra 150 e 200 miliardi di dollari — bond sovrani, obbligazioni PDVSA, prestiti bilaterali, arbitrati internazionali. A maggio il governo Rodríguez ha formalmente avviato la ristrutturazione, nominando Centerview come advisor finanziario e Hogan Lovells come counsel legale. Il DSA è il documento che dovrebbe fotografare la capacità reale del paese di onorare il debito ristrutturato: quanti soldi entrano, quanti ne escono, quanto haircut è sostenibile senza strangolare l’economia.
Senza DSA non si aprono i tavoli con i creditori. E senza i tavoli non si va da nessuna parte.
Il problema della credibilità
Produrre un DSA credibile in tempi rapidi è tutt’altro che scontato. Il Venezuela ha ripreso solo di recente a pubblicare dati macroeconomici di base, non ha completato alcuna revisione indipendente delle proprie finanze e non ha ancora chiesto assistenza al Fondo Monetario Internazionale. Come ha sintetizzato Ramiro Blazquez di StoneX: «La mancanza di notizie sul DSA sta aggiungendo incertezza sulle prospettive della ristrutturazione, soprattutto perché le valutazioni sembrano già incorporare uno scenario relativamente ottimistico. Ipotesi più conservative punterebbero a un haircut più pesante.»

Il dilemma è stato ben formulato dagli analisti di Barclays Alejandro Arreaza e Jason Keene: un’offerta troppo favorevole al mercato rischia di essere percepita come insostenibile nel lungo periodo; un’offerta sostenibile potrebbe non soddisfare le aspettative attuali dei creditori. Non esiste una via di mezzo che accontenti tutti.
Il nodo delle sanzioni
C’è un ulteriore ostacolo strutturale che il mercato tende a sottovalutare nei momenti di euforia: il Venezuela non può avviare trattative formali con i creditori né emettere nuovo debito senza l’autorizzazione esplicita dell’amministrazione Trump, perché le sanzioni statunitensi lo vietano. Washington sostiene il processo di riapertura economica, ma mantiene in mano uno strumento di pressione potentissimo. Ogni accelerazione nella ristrutturazione dipende, in ultima analisi, da una decisione politica americana.
Il contesto: da +220% al primo ripensamento
Chi ha comprato bond venezuelani a 10-15 centesimi nel 2025 ha realizzato guadagni straordinari. Da metà maggio — da quando è iniziata formalmente la ristrutturazione — i bond sovrani hanno ceduto circa il 6%. Rimangono tra i migliori trade obbligazionari dell’anno sui mercati emergenti, ma il mercato sta iniziando a fare i conti con la complessità reale dell’operazione.
Quello che stiamo vedendo non è panico: è la normale compressione dell’euforia di fronte alla realtà procedurale di una ristrutturazione sovrana da 150-200 miliardi di dollari — probabilmente la più grande e complessa dai tempi della Grecia. I tempi saranno di anni, non di mesi. Chi è dentro lo sa. Chi stava considerando di entrare ora ha un segnale di attenzione supplementare.
Continuiamo a seguire.
Fonte: Bloomberg, 22 giugno 2026.
I contenuti di questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono in alcun modo una sollecitazione all’investimento né una raccomandazione finanziaria personalizzata. Investire comporta rischi, inclusa la possibile perdita del capitale. Prima di prendere qualsiasi decisione finanziaria, si raccomanda di consultare un consulente abilitato. Per ulteriori informazioni si rimanda al disclaimer completo del blog.
— Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu
20/05/26 – Venezuela: il rally del 220% si ferma. L’euforia cede alla realtà

Il quartiere Petare di Caracas. Fonte: Juan Barreto/AFP/Getty Images
Il rally dei bond venezuelani — il più spettacolare nei mercati emergenti degli ultimi dodici mesi, con un balzo di quasi il 220% — si è inceppato. E la ragione è quella che i mercati conoscono bene: tra l’annuncio di una ristrutturazione del debito e la sua conclusione c’è un abisso.
Il governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez ha comunicato, tramite un account social dormiente dal 2024, di voler avviare rapidamente le trattative per rinegoziare il debito da 170 miliardi di dollari. La notizia ha fatto esplodere i telefoni tra i bondholders. Poi la realtà ha ripreso il suo posto.
Il problema del “quanto ci vorrà”
I bond con scadenza 2027 trattano intorno a 55 centesimi sul dollaro. A quel livello, secondo le stime di EMFI Securities, gli investitori si aspettano di recuperare circa il 30% dei crediti complessivi, inclusi gli interessi maturati non pagati. Non è poco per chi aveva comprato a 10–15 centesimi, ma non è abbastanza per chi è entrato più tardi sull’onda dell’euforia.
“Questo processo richiederà ancora molto tempo”, ha detto Jeff Grills di Aegon Asset Management, che ha mantenuto invariate le sue posizioni. “Con i bond vicini a 60 centesimi, è difficile vedere ulteriori apprezzamenti senza informazioni più chiare sulle finanze venezuelane.”
Chi ha venduto e perché
Pierre-Yves Bareau di JPMorgan Asset Management — che gestisce 45 miliardi di dollari in debito emergente — ha iniziato a ridurre l’esposizione due settimane fa: “Tra 50 e 60 centesimi era già prezzato molto.” Edwin Gutierrez di Aberdeen Investments ha usato parole simili: “L’annuncio è arrivato prima del previsto, ma questo non significa che la conclusione arriverà presto. Se sei un investitore veloce, aveva senso prendere profitto.”
Gli ostacoli concreti
Al di là della psicologia di mercato, restano barriere strutturali significative. Gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni solo nella misura necessaria a permettere al Venezuela di assumere un advisor finanziario (Centerview Partners): le trattative dirette con i creditori restano vietate. Il FMI ha dichiarato di non essere coinvolto nel processo. Non è chiaro quante risorse abbia il Venezuela per onorare un debito ristrutturato, né quale sia la dimensione reale dell’economia dopo anni di collasso e fuga di milioni di cittadini. JPMorgan ha scritto ai propri clienti che “la stima del rapporto debito/PIL è la domanda da un milione di dollari per gli analisti che seguono il Venezuela”. Per giugno il governo ha promesso un quadro macroeconomico e un’analisi della sostenibilità del debito: i documenti tecnici senza i quali nessuna negoziazione seria può iniziare.
Il grafico racconta tutto

Andamento dei bond Venezuela 2027 e 2031 (US cents). Fonte: Bloomberg LP
Il grafico mostra la traiettoria dei bond con scadenza 2027 e 2031 da marzo 2025 a oggi: partiti intorno a 20 centesimi, sono saliti fino a oltre 60 in coincidenza con la caduta di Maduro e l’annuncio della ristrutturazione, per poi ripiegare leggermente.
Chi rimane investito e perché
Non tutti hanno venduto. Alexander Robey di Allianz Global Investors mantiene le posizioni: “Ha senso restare investiti. I recenti sviluppi segnalano chiaramente che risolvere il default è una priorità sia per il governo venezuelano sia per Washington, e l’attuale contesto di prezzi petroliferi elevati è di supporto alle prospettive economiche.”
Il punto di tensione è quello classico delle ristrutturazioni: i prezzi attuali riflettono già uno scenario favorevole. Chi entra ora scommette che il processo si concluda senza intoppi e in tempi ragionevoli. Ma le ristrutturazioni sovrane raramente vanno così. La Grecia ci ha messo anni. L’Argentina è tornata in default più volte. Lo Sri Lanka ha chiuso solo nel 2023, dopo quasi due anni di negoziati. Il Venezuela parte con un dossier più complicato di tutti loro.
Questo articolo ha carattere esclusivamente informativo ed educativo e non costituisce in alcun modo una consulenza finanziaria, un invito all’investimento o una raccomandazione personalizzata. I mercati finanziari comportano rischi significativi, inclusa la possibile perdita del capitale investito. Prima di prendere qualsiasi decisione finanziaria, si raccomanda di consultare un professionista abilitato. Per ulteriori informazioni, leggi il nostro disclaimer.
Gianni & Claude (Anthropic) / filosofaresuimercati.eu
20/05/26 – Venezuela: può un’enorme ristrutturazione del debito sovrano riconquistare la fiducia degli investitori?

Il Venezuela sta tentando di avviare una delle più grandi ristrutturazioni del debito sovrano della storia finanziaria moderna. L’obiettivo è rinegoziare i termini di circa 170 miliardi di dollari tra obbligazioni, prestiti e altri crediti in default, per riaprire l’accesso ai mercati internazionali e attrarre nuovi investimenti nel paese sudamericano che detiene le più grandi riserve petrolifere del mondo.
Cos’è una ristrutturazione del debito sovrano e perché il Venezuela la vuole?
In una ristrutturazione del debito sovrano, uno Stato che ha smesso di pagare i propri creditori rinegozia le condizioni delle proprie obbligazioni. Il processo mira tipicamente a ridurre il carico debitorio complessivo e a ricostruire un rapporto con gli investitori, attraverso una combinazione di tagli al capitale dovuto, allungamento delle scadenze e scambio dei vecchi titoli con nuovi.
Il Venezuela è scivolato in un default graduale a partire dal 2017, circa due anni prima che gli Stati Uniti recidessero i rapporti con il governo Maduro e vietassero agli investitori americani di acquistare il debito del paese. La svolta politica è arrivata a gennaio 2026, quando gli USA hanno riconosciuto la vicepresidente Delcy Rodriguez come presidente ad interim, dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Perché gli Stati Uniti hanno tanto potere sul debito venezuelano?
Washington è di fatto il guardiano dei mercati dei capitali globali per Caracas. Le sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA rappresentano il principale ostacolo alla ristrutturazione: la maggior parte delle transazioni richiede un’autorizzazione americana, e senza di essa anche le trattative preliminari con gli investitori possono essere legalmente vietate.
Qualsiasi ristrutturazione richiederebbe l’emissione di nuovi titoli — impossibile senza allentamento delle sanzioni — e la libera circolazione delle esportazioni petrolifere, indispensabili per servire il debito rinegoziato. Poiché gran parte dei detentori di obbligazioni, banche, stanze di compensazione e studi legali coinvolti nel debito venezuelano sono legati al sistema finanziario USA, le restrizioni di Washington congelano di fatto il mercato per quasi tutti gli investitori.
A che punto è la ristrutturazione?
Il 13 maggio 2026 il governo venezuelano ha annunciato di aver incaricato un consulente finanziario per assistere nella ristrutturazione, impegnandosi a pubblicare una valutazione economica del paese entro giugno — un segnale concreto ai mercati globali che il processo è in moto.
Il Venezuela e la sua compagnia petrolifera di Stato PDVSA hanno complessivamente circa 100 miliardi di dollari di obbligazioni in valuta estera non pagate e interessi maturati, secondo le stime delle banche USA. Altri 70 miliardi circa sarebbero legati a prestiti bilaterali e altri crediti, sebbene la cifra esatta sia difficile da determinare con precisione.
Gli investitori si concentrano sul tasso di recupero: alcuni trader si aspettano di recuperare circa 60 centesimi per ogni dollaro — in linea con la media storica delle ristrutturazioni sovrane. Una quota significativa del debito è detenuta dal Venezuela Creditor Committee, un gruppo di grandi società di investimento statunitensi ed europee tra cui Fidelity Management & Research, Morgan Stanley Investment Management e Greylock Capital Management.
Il rinnovato interesse ha già spinto dirigenti di hedge fund e compagnie petrolifere a riprendere i viaggi a Caracas. Il CEO di BlackRock, Larry Fink, si è detto recentemente “molto ottimista” sugli investimenti in Venezuela.
Che tipo di debito si intende ristrutturare?
Il Venezuela ha un passivo enorme e una base creditoria molto frammentata: obbligazionisti, prestatori bilaterali (in primo luogo la Cina), titolari di lodi arbitrali, sentenze giudiziarie e debiti commerciali legati al petrolio. Molti di questi crediti si troveranno in competizione per la priorità di rimborso e sono regolati da quadri giuridici diversi.
Il governo ha dichiarato che la ristrutturazione riguarderà le obbligazioni sovrane e di PDVSA, ma ha fornito poca chiarezza sul debito bilaterale, limitandosi a indicare che sarà affrontato tramite una “normalizzazione istituzionale”.
Come potrebbe procedere la ristrutturazione?
Il governo ha usato la parola “celerità” nel comunicato del 13 maggio, sorprendendo i mercati con la promessa di pubblicare la valutazione finanziaria già il mese prossimo. Questo calendario accelerato ha fatto ipotizzare ad alcuni osservatori che il documento potrebbe essere preparato senza il coinvolgimento diretto del FMI, che normalmente svolge un ruolo centrale nelle ristrutturazioni dei paesi in via di sviluppo.
Il FMI ha ripreso i contatti formali con Caracas, ma a metà maggio non era ancora coinvolto nel processo di ristrutturazione. Senza il suo avallo, convincere gli investitori della credibilità del piano sarà più difficile. Il comunicato governativo ha anche sottolineato la necessità di un alleggerimento del debito “significativo” — un linguaggio che alcuni investitori interpretano come apertura a sconti consistenti sulle obbligazioni.
Quali ostacoli rimangono?
Il Tesoro USA ha autorizzato il Venezuela ad assumere consulenti legali e finanziari per la ristrutturazione, ma il paese è ancora soggetto a sanzioni che vietano la ristrutturazione effettiva, il trasferimento o il regolamento del debito sovrano e di PDVSA, e le trattative dirette tra creditori e governo. Qualsiasi accordo complessivo richiederebbe un allentamento di queste restrizioni da parte dell’amministrazione Trump.
Si aggiunge la cronica mancanza di dati economici affidabili da parte del governo venezuelano — incluso l’esatto ammontare del debito — un fattore che alimenta la cautela degli investitori.
Quanto è rischioso il debito venezuelano?
Nonostante le immense riserve petrolifere, i titoli venezuelani sono considerati tra i più rischiosi al mondo. Venticinque anni di cattiva gestione dell’economia hanno lasciato le infrastrutture energetiche in condizioni precarie, mentre le sanzioni USA hanno tagliato per anni il flusso di denaro verso le casse dello Stato.
L’ultimo decennio è stato un vero e proprio ottovolante per gli obbligazionisti. Dopo il default del 2017 e il divieto di trading imposto dall’amministrazione Trump agli investitori USA, le obbligazioni arrivarono a trattare a soli due centesimi sul dollaro — una svalutazione così estrema che alcuni investitori le consideravano alla stregua di un biglietto della lotteria.
La scommessa però ha pagato per chi ha trovato il modo di mantenere le posizioni. Nel 2023 Biden ha rimosso le restrizioni al trading, spingendo JPMorgan a includere il debito venezuelano nei propri indici per i mercati emergenti. Dopo la rimozione di Maduro, le obbligazioni con scadenza 2027 sono salite di circa 21 centesimi da gennaio, trattando intorno a 54 centesimi sul dollaro.
Fonte: Bloomberg, 20 maggio 2026
18/05/26 – La Borsa di Caracas risorge: dopo Maduro, il Venezuela torna sui mercati

Una borsa che sembrava condannata all’oblio sta tornando a vivere. La Bolsa de Valores de Caracas, con meno di quaranta società quotate — contro le quasi cento degli anni Novanta — registra volumi in aumento del 30% nel primo trimestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e l’indice benchmark ha guadagnato quasi il 60% in dollari da inizio anno. Numeri che avrebbero fatto sorridere chiunque, diciotto mesi fa.
Il catalizzatore è noto: nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, le forze speciali statunitensi hanno condotto l’operazione Absolute Resolve, catturando Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores a Fort Tiuna, Caracas, per rispondere ad accuse di narcoterrorismo e traffico di cocaina. La vicepresidente Delcy Rodríguez, insediata presidente ad interim il 5 gennaio, ha avviato una cooperazione pragmatica con l’amministrazione Trump per riaprire l’economia e attrarre capitali nel settore energetico. A marzo 2026, Washington ha riconosciuto formalmente il suo governo; in aprile ha revocato le sanzioni; a maggio ha autorizzato l’ingaggio di advisor per la ristrutturazione del debito sovrano.
La Borsa si sveglia
José Grasso Vecchio, presidente della Borsa di Caracas, prevede volumi superiori al miliardo di dollari nel 2026 — una soglia non raggiunta da quasi vent’anni. Circa dieci società locali si preparano a quotarsi o a effettuare offerte secondarie nei prossimi quattro mesi; la stessa Borsa ha lanciato la settimana scorsa un’offerta di 2,6 milioni di nuove azioni proprie. La capitalizzazione totale si aggira sui 20 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto a un anno fa, secondo i dati del broker Fivenca. Il rally 2026 è quasi quattro volte il guadagno registrato dall’indice delle azioni latinoamericane nello stesso periodo. Produttori di cemento, fondi immobiliari e un produttore di rum mostrano rendimenti a tre cifre.

Carmelo Haddad, managing director di Knossos Funds, inquadra bene il paradosso: le valutazioni sono relativamente alte proprio perché il mercato è piccolo e illiquido. I nuovi emittenti «approfittano dell’interesse e del fatto che i multipli siano elevati». Il vero moltiplicatore strutturale, aggiunge, sarebbe la quotazione di società statali, comprese quelle del settore petrolifero: se il governo sfruttasse questa finestra, la Borsa riceverebbe una spinta che va ben oltre la speculazione di breve termine.
Il nodo del debito: 150-170 miliardi di dollari
Parallelamente alla ripresa azionaria, si sta muovendo il dossier obbligazionario. Il Venezuela è in default dal 2017: il debito sovrano e PDVSA ammonta a circa 60 miliardi di dollari in bond non pagati, ma il totale complessivo — includendo prestiti bilaterali, obbligazioni commerciali e arbitrati internazionali — sale a una forchetta tra 150 e 170 miliardi, contro un bilancio statale 2026 stimato in soli 20 miliardi. Il 14 maggio il governo Rodríguez ha annunciato formalmente l’avvio di una ristrutturazione «integrale e ordinata», con Centerview Partners nominata advisor finanziario. L’obiettivo dichiarato è presentare il quadro macroeconomico e l’analisi di sostenibilità del debito alla comunità finanziaria internazionale entro giugno 2026.
I bond venezuelani e PDVSA hanno reagito ai massimi dal 2019. Ma gli analisti di OMFIF avvertono: le sanzioni residue rendono ancora tecnicamente impossibile la liquidazione dei crediti, e il governo USA ha un potente strumento di pressione — la maggior parte del debito è regolata dal diritto di New York. Chi ha comprato bond a 10 centesimi sperando di incassare a 40 potrebbe ritrovarsi davanti a haircut molto più sostanziali, se Washington decidesse di agevolare una ristrutturazione favorevole al Venezuela piuttosto che ai creditori.
Larry Fink e la corsa degli investitori istituzionali
L’11 maggio, a un panel d’investimento a New York, Larry Fink — CEO di BlackRock, il maggiore gestore patrimoniale al mondo con circa 11 trilioni di dollari in gestione — ha dichiarato di essere «abbastanza rialzista sulle opportunità di investire in Venezuela», auspicando che il paese possa tornare «al suo splendore». Fink ha inserito il Venezuela in una tesi più ampia sulla America Latina, regione che emergerebbe «da un lungo periodo di tempo perduto» e che beneficerebbe della crescente domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale, favorevole per le economie ricche di energia.
Non è solo retorica: nelle settimane precedenti, decine di gestori di hedge fund, dirigenti aziendali e advisor da Stati Uniti, America Latina ed Europa si sono recati a Caracas per riunioni a porte chiuse. Charles Myers, fondatore di Signum Global Advisors, ha descritto un interesse così elevato da dover trasformare le visite in una vera e propria conferenza sul campo. «Le cose si muovono alla velocità della luce per gli investitori stranieri», ha detto. «Il governo sta spingendo riforme significative.»
Accesso per gli stranieri: migliorato, ma ancora limitato
L’apertura formale agli investitori esteri esiste: le società straniere possono quotarsi alla BVC se autorizzate dalla Sunaval, con parere vincolante del Ministero dell’Economia. Ma le registrazioni rimangono limitate, le banche operano sotto restrizioni, e il rimpatrio dei capitali è ancora un punto interrogativo. Grasso Vecchio riconosce un «mutuo interesse» tra la Borsa e il governo ad attrarre capitali dall’estero, ma invita alla pazienza: «Chi chiede che le cose vadano più in fretta non capisce la complessità.»
È una risposta onesta. I mercati di frontiera che riaprono dopo lunghi periodi di isolamento attraversano quasi sempre una fase di euforia iniziale seguita da un test di realtà istituzionale: struttura legale, custodia dei titoli, stabilità valutaria. Il Venezuela deve ancora superare quella fase.
Una nota editoriale: il paragone con l’Iran
Chi vi scrive ha scritto più volte — e lo ribadisce — che investirebbe in Iran «non appena fosse diventato possibile». Il Venezuela è la stessa storia, declinata in modo diverso: un paese isolato dal sistema finanziario internazionale per ragioni politiche, con risorse naturali enormi e un mercato azionario che conta quasi niente rispetto al suo potenziale. Mark Mobius, il grande pioniere degli investimenti nei mercati emergenti che abbiamo ricordato su queste pagine, aveva insegnato che i rendimenti straordinari si trovano dove gli altri non osano ancora guardare. Il Venezuela di oggi è esattamente quel posto. Non è una raccomandazione operativa: le incognite restano enormi. È un’osservazione su dove si forma, storicamente, il valore.
Fonti: Bloomberg (Nicolle Yapur, 18 maggio 2026), CNBC, OMFIF, Rio Times Online, The World/PRX, Investment Monitor.
Disclaimer: questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria. Gli investimenti comportano rischi, inclusa la perdita del capitale. Verificare sempre le fonti e, se necessario, consultare un professionista abilitato.